Le ACLI e l’emigrazione italiana in Germania (decima puntata) — Lombardi nel Mondo

Le ACLI e l’emigrazione italiana in Germania (decima puntata)

Il lavoro di Simonetta Del Favero analizza l’opera delle ACLI e altri Enti nei decenni della grande emigrazione italiana in Germania, nell’epoca in cui i Gastarbeiter erano essenziali per la dinamica economica e sociale della Germania e dell’Italia.

Interessanti organi di informazione, dalle grandi testate nazionali italiane alla radio, dalle prime trasmissioni radiotelevisive alla Gazzetta Ufficiale della CEE, continuavano a privilegiare l’informazione economica a quella socio-politica, e non contribuivano in alcun modo « all’affermazione sociale e politica delle esigenze degli emigranti, come 

sarebbe giusto che fosse visto che l’emigrazione è fatta quasi tutta di operai» (1). In una situazione generale di mancanza di peso politico, d’altronde, non poteva essere diversamente in quanto mancando una politica dell’emigrazione mancava anche una politica dell’informazione nell’emigrazione. 

Le Acli ed il movimento operaio erano presenti in Germania con “Il Corriere d’Italia” e con “Azione Sociale”, settimanale diffuso in abbinamento alla tessera già dal 1966, le uniche pubblicazioni collegate alla realtà dell’emigrazione; tra queste è da includere anche la rivista Emigrazione.

Il problema però era la mancanza di una testata a grossa tiratura che fosse in grado di coinvolgere tanto la collettività italiana all’estero quanto quella in Italia; la stampa all’estero invero non arrivava in Italia, «al massimo arrivava alla Direzione Generale dell’Emigrazione, che la valutava sulla base dei rapporti e delle informazioni ricevute dalle rappresentanze diplomatiche e consolari, e sui tavoli degli uffici stampa delle Regioni» (2), oppure alle sedi delle organizzazioni  di lavoratori e ai patronati. Ma non oltre questi ambiti strettamente “tecnici” [Per quanto riguarda l’intervento del Governo italiano v. § 2.1.].

Anche le trasmissioni radiotelevisive avrebbero potuto dare un contributo maggiore, le Acli intervennero presso la Rai per evidenziare l’importanza che avrebbe costituito la loro partecipazione in collaborazione con altre organizzazioni per la stesura di programmi che fossero realmente vicini e veritieri nella formulazione dei contenuti, per le trasmissioni sulle condizioni degli emigrati, in considerazione del fatto che loro vivevano l’emigrazione quotidianamente.

Ma «i programmi all’estero continuavano a subire 3 o 4 filtri o aggeggi di censura che intervenivano sulle trasmissioni con inevitabili sovrapposizioni, ritardi, insufficienze» (3)

            4.4  L’esperienza dell’ Enaip

L’ente di formazione delle Acli è l’ENAIP nato in Italia nel 1951 ed operante in Germania dal 1964 con sede federale a Stoccarda e uffici regionali a Francoforte sul Meno, Stoccarda e Monaco di Baviera.

I suoi principali fini sin dall’inizio sono stati:

          La promozione dell’ integrazione di giovani ed adulti italiani nella società tedesca          e nel mondo del lavoro tedesco.

          La realizzazione di attività corsale e progettuale di  formazione ed aggiornamento professionale per migranti.

          La promozione della lingua e della cultura italiana

          Corsi di lingua tedesca per migranti

          Attività di sostegno, recupero e di reinserimento al mercato del lavoro per i disoccupati.

L’intervento che è stato sviluppato per la Germania comprendeva la fase precedente l’emigrazione, quella della partenza, e quella del rientro con l’obiettivo, fornendo gli strumenti professionali conoscitivi e professionali, di dare alla mobilità del lavoro il 

significato di una scelta quanto più possibile «libera» di lavoro, professionalità, e promozione sociale. (4)

«La linea formativa dell’Enaip, infatti, doveva essere uno strumento di concretizzazione delle proposte delle Acli e del Movimento operaio nel suo insieme »  (5).

La situazione economica generale, caratterizzata da un forte squilibrio interno, determinava la necessità di un maggiore intervento del sindacato ed un’iniziativa unitaria per poter intervenire alla guida dei processi di sviluppo e nella gestione delle politiche occupazionali e del lavoro. Si doveva portare gli emigrati ad inserirsi, quanto più possibile, nell’esperienza sindacale locale e a svilupparla, grazie anche e sopratutto all’apporto che la loro esperienza poteva fornire all’intero movimento operaio.

La linea operativa dell’Enaip si rivolgeva pertanto ad un intervento formativo che fosse allo stesso tempo un incontro tra i contenuti culturali e quelli tecnico-scientifici e professionali. A maggior ragione in situazioni quali quella tedesca dove imperava il “Rotationsprinzip”,  dove cioè il ricorso alla rotazione forzata – mobilità più o meno assistita, era il sistema prevalente di controllo della manodopera straniera. Nuovi strumenti culturali e professionali dovevano realizzare un’integrazione attiva, fondata non sulla perdita della propria identità culturale e sociale ma sulla valorizzazione delle proprie capacità, nel rifiuto dell’emarginazione.

L’Enaip si inserì nell’azione di promozione culturale delle Acli, con attività corsuali più specifiche comprendenti il rapporto domanda e offerta di lavoro, e rivolte ad una formazione professionale polivalente di base nei settori a maggiore richiesta di forza lavoro, ad es. quello meccanico o elettrico, oppure a corsi di preparazione alla licenza di scuola media, o a corsi di lingua.

« all’inizio il Mercato non richiedeva forza lavoro estera qualificata, esso voleva sopratutto Flessibilità e Mobilità, che si appoggiavano anche alla terminologia classica dell’“esercito industriale di riserva”. Le Acli hanno creato per la formazione professionale un’istituzione, L’ENAIP,  il quale all’opposto del mercato ebbe come fine la migliore e la più alta possibile qualificazione dei lavoratori italiani, affinché questi   conseguissero attitudini per il lavoro e certificati riconosciuti anche nelle strutture ufficiali tedesche. Potevano acquisire un titolo.(6)

Gli interventi a favore degli emigranti si indirizzavano quindi su tre linee principali, la riconversione professionale in seguito alla mobilità professionale imposta nella ristrutturazione industriale, il supporto culturale rivolto ai problemi dei rapporti familiari con i figli e di integrazione socio-culturale e gli interventi di formazione linguistica.

Importante ruolo quello della famiglia che dalle Acli-Enaip venne posta al centro della proposta culturale e sociale per la promozione dei lavoratori, con il contributo e appoggio anche dei servizi sociali.

Gli interventi portati avanti riguardarono, infatti, i ricongiungimenti familiari all’estero, il richiamo degli operai ai loro doveri verso i familiari rimasti in patria, la regolarizzazione di relazioni illegittime, i riconoscimenti di prole. Problemi molto presenti tra i nostri connazionali; l’allontanamento dal nucleo familiare per molti anni aveva difatti comportato molti casi di abbandono, le famiglie rimaste in patria si trovavano spesso a non avere più notizie dei “loro uomini” emigrati e a non ricevere più i loro risparmi. Molti emigrati si costituivano all’estero una nuova famiglia, solitamente con donne tedesche, rompendo del tutto i rapporti con la madre patria. Quello delle cosiddette “vedove bianche”, cioè delle donne rimaste sole in Italia che non ebbero più alcuna notizia sulla sorte dei propri mariti, fu un dramma molto sentito in tutto il Meridione, compresa la Sardegna. E’chiaro che le donne rimaste sole si trovavano così ad affrontare situazioni di una difficoltà estrema, dalla povertà iniziale erano riuscite a sopravvivere solo con le piccole somme che giungevano dall’estero e da esse dipendeva tutto il menage familiare, l’allontanamento dei capifamiglia andava a creare perciò delle vere e proprie situazioni dolorose. Realtà che richiedevano assolutamente un intervento. L’impegno doveva pertanto riguardare la ricerca del connazionale all’estero ed il richiamo ai suoi doveri nei confronti dei familiari, e in particolare i patronati Acli si impegnarono per aiutare e sostenere quelle famiglie che non volevano o non potevano accettare una tale situazione, e decidevano di intentare cause giudiziarie per la rivendicazione dei propri diritti. L’attività delle Acli e dei Patronati in questi casi consisteva pure nell’informazione e diffusione della giurisprudenza, per portare a conoscenza, per quanto possibile, della maggioranza quanto il diritto riconosceva loro.

L’intervento a favore dell’emigrazione italiana in Germania non si rivolgeva solo ai nostri connazionali all’estero ma cercava di agire anche nei confronti delle cause che l’avevano determinata. Le Acli non ritenevano fosse possibile alcuna emancipazione dei nostri lavoratori in terra straniera, senza che questa avvenisse prima della decisione di partire. Parlare, difatti, di scuola e formazione professionale degli emigrati all’estero voleva dire «avanzare su una duplice prospettiva, su quella specifica e su quella generale; cioè tenere presente sia nell’analisi sia nelle proposte, che la soluzione dei problemi formativi dei lavoratori italiani all’estero passa attraverso quella dei lavoratori italiani in quanto lavoratori. Risolvere il problema della selezione scolastica non vuol dire soltanto applicare gli stessi criteri selettivi ai lavoratori italiani ed a quelli svizzeri o francesi; significa in realtà superare la selezione per tutti i lavoratori.  […] Il Governo italiano è sempre stato carente in materia di politica formativa, quella che c’è stata si è sempre basata su residui finanziari, su una visione nazionalistica della scuola italiana all’estero e sul territorio nazionale, su una formazione professionale che tocca una percentuale infima di lavoratori, sull’inesistenza di assistenza culturale adeguata alle famiglie» (7). Si trattava di una visione della scuola ancora legata alla tradizione di ceti e privilegi, lontana, agli inizi degli anni ’60, dalla sua riforma in senso sociale, dalla libertà e gratuità e dalla piena apertura in ogni ordine e grado a tutti i ceti sociali (8). Si voleva invece riuscire ad ottenere una politica scolastica che fornisse all’alunno non solo una piena valorizzazione delle proprie capacità in patria ma che, in caso di emigrazione, fosse in grado di garantirgli «la possibilità di inserirsi con successo nella scuola e società di accoglimento e contemporaneamente assicurare le condizioni per il reinserimento nella scuola e società italiana e che offrisse una formazione professionale e culturale polivalente che si facesse carico delle particolari condizioni ed esigenze del lavoratore emigrato» (9).  L’obiettivo doveva essere individuare tanto la domanda formativa degli emigrati (scuola, formazione professionale, educazione permanente) nel momento dell’espatrio e dell’inserimento nella nuova realtà, quanto l’offerta formativa, vale a dire individuare gli sbocchi nei diversi sistemi formativi e applicare ad essi nuove linee politiche.

Solo una seria ed efficace programmazione economica ed il superamento degli squilibri territoriali con il razionale utilizzo delle risorse e l’attuazione delle riforme della casa della sanità, dei trasporti, della scuola, del fisco e quindi una più equa ridistribuzione del reddito, potevano comportare l’attuazione dell’obiettivo della piena occupazione e rendere così la circolazione dei lavoratori in Europa veramente libera (10). «Limitare e controllare le posizioni monopolistiche, orientare socialmente la produzione, da parte del potere politico, usando convenientemente le partecipazioni statali, in modo da essere in grado di controllare effettivamente gli investimenti e le fonti di energia; e, parallelamente avviare una politica di difesa e di piena valorizzazione dell’agricoltura e di tutto il mondo rurale, unita alla difesa della famiglia ed alla lotta per l’istituzione dell’assegno familiare, erano le materie sulle quali si incentrava la lotta delle Acli » (11).

Come poteva avvenire sul territorio la realizzazione di questi obiettivi? Innanzitutto con una diffusione capillare delle strutture di assistenza e con una sempre maggiore presenza nell’attività politica e nel movimento sindacale; il sistema andava migliorato, ma per far questo era necessario entrarci e lavorare dal di dentro. Anche perché poi, le Acli non hanno mai condannato l’emigrazione in quanto tale, ma hanno invece sempre combattuto l’emigrazione funzionale al sistema capitalista, in quanto con il trasferimento in massa di lavoratori, esso ha sempre perseguito solo il fine di aumentare i profitti del capitale e di indebolire il Movimento Operaio, distruggendo i valori della dignità umana e dell’unità familiare, che per le Acli erano e sono valori irrinunciabili (12). Il problema emigrazione doveva essere affrontato all’origine, considerato che ogni pratica esclusivamente assistenziale  o settoriale non aveva mai fornito buoni risultati.

Inserire maggiormente tutta la collettività italiana nel discorso sull’emigrazione divenne fondamentale per consentire ai nostri connazionali all’estero di vedere maggiormente considerata la loro condizione. Questo apporto avrebbe potuto consentire la rivisitazione delle funzioni delle rappresentanze consolari e diplomatiche affiancando ad esse comitati eletti con compiti di controllo e coordinamento dell’attività consolare. La volontà degli emigrati sarebbe dovuta divenire tanto elemento determinante nella stipulazione degli accordi multilaterali e bilaterali nei quali erano parte interessata, quanto essere rappresentata nelle delegazioni che partecipavano alla stesura degli accordi.

Ho usato appositamente il condizionale, infatti ancora nel 1975 questi rimanevano obiettivi da raggiungere. I ritardi nell’applicazione dei provvedimenti sull’emigrazione sviluppati negli anni successivi alla seconda grande ondata migratoria degli anni ’50,  e della successiva degli anni ’60, furono oggetto di denuncia da parte delle Acli che nel 1977 si trovarono ancora a rilevare quale lentezza avesse da sempre caratterizzato l’attività dello Stato italiano nei confronti delle migliaia di propri cittadini che aveva costretto all’espatrio per poter consentire loro di vivere.

 

Il problema principale restava sempre la mancanza di politiche unitarie e coordinate tra le forze istituzionali e tra le associazioni e comitati a ciò preposti, rispettose dell’elaborazione culturale e politica maturata tra i migranti e che sapessero sfruttare a questo fine la naturale tendenza degli emigranti all’azione solidale ed unitaria interna al loro gruppo. Si doveva di conseguenza operare affinché giungesse il superamento di ogni egoismo nazionalistico anche tra i lavoratori, colmando le divisioni del passato e incoraggiando e sostenendo le iniziative tendenti a conferire sostanza unitaria alla loro iniziativa internazionale. Poiché solo una piattaforma sindacale europea costituita su basi unitarie e sostenuta dal convinto apporto di tutti i lavoratori avrebbe potuto costringere gli organismi istituzionali internazionali e nazionali a ricercare soluzioni valide per i problemi dell’emigrazione (13). Da tali presupposti ne derivava il pieno appoggio e solidarietà che le Acli diedero alle lotte del Movimento Operaio. Non poteva d’altronde essere altrimenti, «una linea di condotta basata sulla difesa dei livelli di vita e di lavoro unicamente a livello nazionale avrebbe significato lasciare mano libera al grande padronato ed alle società multinazionali sui temi dell’uso e della dislocazione delle risorse economiche ed umane a scala mondiale. Ciò comporterebbe la perpetuazione e l’aggravamento delle condizioni da cui la stessa crisi trae origine e rafforzerebbe la minaccia dell’impostazione di un riassestamento capitalistico, attuato, al limite, con soluzioni autoritarie e fasciste a scala nazionale e internazionale» (14).

L’impegno politico delle Acli si esprimeva in un costante compito di pressione e di stimolo e si definiva nella capacità di interpretare le situazioni e la loro dinamica, di indicarne le linee di sviluppo, di prender posizione a tutti i livelli, non solo come centro di orientamento ma come forza di impulso capace di attrarre e pilotare forze e consensi nel più vasto ambito (15).

 

4.5  Le Acli e le regioni di emigrazione. Il caso della Sardegna

Come abbiamo già potuto analizzare [§ 1.3, p. 12], la Sardegna si caratterizzò per un flusso migratorio differente da quello delle altre regioni meridionali, sia per il ritardo con cui ebbe inizio rispetto a questi, si sviluppò infatti sopratutto nei primi anni ’60, sia per le «…dimensioni che destano meraviglia se paragonate alla debole intensità della perdita migratoria del passato (16)». La situazione socio economico isolana venne aggravata dalle ondate migratorie, in quanto come regione già scarsamente abitata, subiva un ulteriore impoverimento del tessuto demografico che non poteva non ritardarne il progresso economico (17). 

Il primo obiettivo del primo convegno sul Piano di rinascita che si celebrò nell’ottobre ’61 era bloccare l’emigrazione dalla Sardegna, promuovendo un’adeguata formazione professionale, non solo perché, come affermò l’allora presidente della regione, Efisio Corrias «…di questo passo, nei paesi, non rimarrà nessun giovane. E la Rinascita, se aspettiamo ancora, la faranno con i vecchi, le donne ed i bambini…» (18), ma anche perché lo sviluppo della formazione era fondamentale per evitare che ogni anno venisse 

importata manodopera specializzata dalla penisola. Occorreva aumentare i contributi per i corsi annuali e biennali, per i Centri e le Scuole professionali e contemporaneamente far rispettare la legge sull’apprendistato, sfruttata troppo spesso da imprenditori ed artigiani unicamente per non pagare i contributi, a discapito dei giovani che invece avevano bisogno di una preparazione professionale.

Obiettivo rimarcato nel X Congresso Provinciale delle Acli di Cagliari, nel cui verbale si rinnovava l’impegno per la realizzazione dei progetti in campo assistenziale, formativo, mutualistico e previdenziale: «il congresso provinciale impegna il consiglio provinciale[…] 1) per un potenziamento dei Nuclei esistenti e per la costituzione di  nuclei aziendali là dove ancora non esistono[…]; 2) a predisporre […] a) uno o più corsi di Scuola Popolare… b) corsi regionali, o Ministeriali di Educazione degli Adulti, dove i lavoratori si abituino, oltre  ad ascoltare le parole dei docenti, a discutere le parole dei docenti, a discutere con essi i loro problemi e, in particolare, quelli sul Piano di Rinascita: c)istituire in tutti i paesi, grandi e piccoli, […] dei Corsi Serali di Avviamento e di Scuola Media […] (19)».  

Intanto, nei due anni precedenti l’approvazione del Piano, l’emigrazione era notevolmente cresciuta, tanto che nel 1961 il totale degli emigrati era stato di 19.644 unità. Una situazione drammatica per la Sardegna che esigeva  maggiori garanzie per risolvere problemi specifici, quali: « debellare l’analfabetismo potenziando le scuole, affrontare la disoccupazione, regolare il flusso migratorio perché l’isola non restasse priva di forze giovanili indispensabili per una sana economia, affrontare il problema agricolo per impedire un completo spopolamento delle campagne, dare una qualificazione adeguata ai giovani per poter loro garantire un sicuro lavoro (20)».

Così mentre da un lato «… La politica delle infrastrutture, l’intervento della Cassa, l’industrializzazione per poli furono i presupposti di una politica governativa di piena occupazione che, in assenza di ulteriori qualificazioni, non poteva non risultare un’astrazione» e «La “pioggia di milioni” con cui fu finanziato il piano, consolidò non solo le clientele politiche ma anche il profitto delle grandi imprese industriali, inconsciamente assistite, nelle loro azioni illegali, dalla incompetenza dei sindacati e delle forze sociali» (21), dall’altro lato le Acli operavano per l’elevazione delle classi  lavoratrici tramite i corsi professionali e la scuola di recupero.

L’obiettivo della diffusione dell’alfabetizzazione, rendeva così concreta la volontà di portare gli operai ad essere sempre più in grado di conoscere i propri diritti e di far valere le proprie rivendicazioni.

La situazione dal punto di vista economico però non migliorava, tanto che tra il 1967- 1969, si assistette ad una forte esplosione della criminalità. Il banditismo non era altro che la risposta alla situazione di disagio generale creata dal processo di modernizzazione che in 30 anni aveva inserito la Sardegna nel sistema produttivo italiano, comportando da un lato uno sviluppo distorto, risultato delle scelte politiche mirate a favorire determinati settori produttivi a danno di altri, e dall’altro un’offerta di messaggi nuovi forniti dalla società del benessere talmente lontana dalla realtà isolana e così difficile da raggiungere, da far sentire il singolo ancora più escluso dalla società e sempre più diffidente verso lo Stato consideratone responsabile.

 

Si assistette così alla solidarietà con i banditi da parte di molti cittadini sardi che li vedevano come gli unici oppositori allo Stato e quindi allo stato di cose da esso creato.

«…L’economia agro-pastorale di tipo arcaico offre un reddito tra i più bassi e condizioni di vita infraumane, esasperando alcuni caratteri fondamentali della mentalità del pastore sardo quali l’individualismo e l’assenteismo in tutti i problemi della società. Lo Stato viene collocato da larghi strati della popolazione dalla parte dei grossi proprietari, delle forze dell’ordine e degli industriali che acquistano i prodotti della zona…; …il banditismo interessa oltre mezzo milione di persone che attendono da sempre il miglioramento della situazione. Questa attesa  ha creato un clima psicologico che può considerarsi quasi una ribellione alle forme di civiltà del benessere e del consumo che ha raggiunto altre zone molto più fortunate» (22).

La nuova realtà sociale imponeva alle Acli la ricerca di un’immagine e di una metodologia diversa della cultura associativa, ed una profonda conoscenza dei problemi del territorio oltre ad un impegno nel sociale. Non si trattava, da parte delle Acli, di rifiuto del benessere fatto conoscere dalla “moderna” società che la penisola importava nell’Isola, ma della ricerca del conseguimento del massimo possibile di umanizzazione. La situazione, infatti, era sempre più difficile, e certamente non si poteva accettare che problemi quali quelli della Sardegna interna potessero essere risolti solo ed esclusivamente con l’invio nell’Isola di contingenti militari e di polizia, senza rendersi conto che la legge sullo sviluppo regionale, a distanza di 6 anni dalla sua approvazione, non aveva ancora trovato concreta applicazione nonostante lo Stato avesse garantito alla Regione imponenti risorse finanziarie (circa 400 miliardi di lire). La classe politica non era stata in grado di debellare quel sottosviluppo che era d’ostacolo alla “crescita umana, culturale ed economica” della popolazione sarda.

Le Acli rilevarono che dal 1963 al 1969 non si era verificato l’incremento demografico previsto di 180.000 unità, e la mancata creazione di 70.000 posti di lavoro non contenne nei limiti di 4.000 unità l’anno l’esodo dall’isola delle migliori energie intellettuali, imprenditoriali e lavorative; l’incapacità delle forze politiche sarde a mediare le istanze popolari e ad affrontare con l’intento di risolverli i problemi creati da uno sviluppo economico disordinato e localizzato in alcuni poli risultava sempre più evidente. Tutto ciò contribuiva ad accrescere nei sardi la sfiducia verso le istituzioni regionali.

Il piano di rinascita non aveva colmato il gap tra la Sardegna e il continente: l’aumento della disoccupazione nel 1969 rispetto al 1964 era stato nella penisola del 21%, in Sardegna del 56%. Il forte squilibrio tra investimenti e occupazione fu uno dei limiti della programmazione in quanto non si era voluto instaurare un rapporto favorevole tra ricchezza investita e impiego di manodopera. Il settore petrolchimico faceva registrare livelli occupazionali insoddisfacenti, eppure era stato il settore cui si era subordinata la rinascita, in pratica la maggior parte dei finanziamenti statali. Politica che aveva colpito sopratutto il settore minerario e quello manifatturiero a favore invece del gruppo Rovelli; «finendo per privilegiare un modello di sviluppo che, essendo completamente estraneo alla realtà economica preesistente, provocò notevoli distorsioni nella struttura produttiva ed accrebbe la dipendenza dell’economia isolana da centri decisionali esterni » (23).

Le Acli, dopo anni di appoggio unico alla DC, compromotrice della situazione isolana, decisero così di cambiare il proprio appoggio all’alleato di sempre, per promuovere una 

società nella quale l’intervento nel settore sociale ed economico assumesse un peso determinante promuovendo iniziative tendenti a rafforzare l’unità sindacale e a creare una piattaforma comune  ed un fronte unico di tutti i lavoratori dell’isola.

Ritroviamo così le Acli a fianco dei lavoratori di Porto Torres contro il gruppo petrolchimico di proprietà dell’ing. Nino Rovelli, in una lotta per la difesa dei loro diritti dimenticati in nome della grande industria. Le conseguenze di questo appoggio aperto comportarono grossi problemi all’interno del movimento aclista. Spaccature tra le diverse linee, tra le Acli e gli alleati politici di sempre, tra le Acli e la Chiesa.

Gli Aclisti anche in questa circostanza dimostrarono il loro doppio impegno nei confronti dell’emigrazione: sia nei paesi di arrivo, quanto e sopratutto nei paesi d’esodo, con pressioni e spinte e forti prese di posizione nei confronti dei Governi italiani affinché fosse riconosciuto il diritto ai nostri lavoratori, in patria come all’estero, di essere considerati cittadini e come tali detentori di diritti e di doveri; di essere riconosciuti, innanzitutto, innanzi all’economia, innanzi al mercato, innanzi al capitale, come esseri umani. Intervenire solo all’estero non bastava; non si poteva continuare a considerare l’emigrazione solo come un fatto determinato ed intrinseco alla situazione italiana e per questo non modificabile. Continuare sulla strada dello sviluppo a forbice tra il nord ed il sud del paese voleva solo dire non voler mutare una situazione che si sarebbe rilevata essere sempre più grave per l’Italia.

Espatriati dalla Sardegna (S) e dall’Italia (I) verso la Rft in rapporto al totale negli anni

1959- 1974

   1959   1960   1961   1962   1963   1964   1965   1966   1967   1968   1969   1970   1971   1972   1973   1974

 

S 19,5   52,8     57,3    58,8    50,5    54,4    56,9     50,5     36,3    47,2    43,9   47,9   45,8   42,7     43,6   47,8

 

I  10,5   26,1     29,4    32,1     29,3    29,1    32,1    26,4     20,6     23,7   26,1   28,2    32,3   30,9    33,4   29,9

           

Dati ISTAT, in Gentileschi M. L., Leone A., Loi A., Sardi a Stoccarda, Miniprint, Cagliari, 1979.

 

Intanto dal 1970 si verificò un fatto nuovo nel divario tra nord-sud e il fenomeno emigratorio: la costituzione delle regioni ordinarie. Le Acli credevano molto nell’azione che le regioni avrebbero potuto condurre ed auspicavano che dalla loro collaborazione con gli enti locali e le organizzazioni dei lavoratori potesse scaturire un incisivo programma di intervento a favore dell’occupazione nel meridione. Si spingeva affinché l’assistenzialismo fosse abbandonato in favore dell’assistenza e del sostegno che dovevano iniziare già in patria, prima della partenza, ed essere presenti anche e sopratutto al momento del rientro. I sussidi, i fondi regionali speciali per l’emigrazione potevano essere correttamente utilizzati solo se inseriti in un piano d’intervento “interforze” nel quale la programmazione regionale in tema di lavoro e disoccupazione assumeva un ruolo più importante. Questo perché le regioni erano l’ente più vicino alle realtà dell’emigrazione, toccavano con mano le difficoltà e le necessità di quella larga parte di popolazione che continuava a vedersi costretta a “scegliere” l’esodo per poter vivere.

« … gli strumenti legislativi devono raggiungere lo scopo di saldare la volontà politica con una ipotesi gestibile sul piano della creazione di nuovi posti di lavoro nella logica di uno sviluppo che tenga conto delle risorse naturali, economiche ed umane della regione in cui si manifesta. » (24)

 

L’unità delle regioni era vista come possibilità per il Mezzogiorno di integrarsi nella strategia dello sviluppo nazionale e in tal modo come possibilità per combattere l’emigrazione da queste zone. Unità e partecipazione, conoscenza dei dati e scambio di informazioni erano però, con la perdita dei giovani e della dinamicità della vita civica, resi sempre più difficili. L’inserimento delle Acli in tale tessuto sociale, si indirizzava allora proprio al cercare di sviluppare a livello interregionale una vita partecipativa che potesse portare ad una riorganizzazione del territorio e ad una collocazione e dislocazione del lavoro che senza comunicazione e collaborazione tra le regioni di partenza e gli emigrati non avrebbe altrimenti potuto realizzarsi. Ed ecco il perché dell’importanza di un movimento come quello Aclista che con la sua rete capillare di circoli diffusa tanto in Italia quanto all’estero, poteva effettivamente riuscire a mantenere saldi i contatti tra le diverse realtà, tra quella delle regioni di partenza e di arrivo e gli emigrati.

Gli interventi pubblici e privati (e la storia della Sardegna lo dimostra), di fronte alle ondate migratorie, non sono riusciti ad eliminare le 3 logiche (25) che hanno guidato la storia dal 1946 fino agli anni ’70 e disatteso le aspettative di un lavoro stabile, immediato, sicuro, ben remunerato e di strutture civili moderne. La logica del profitto che non ha consentito al lavoro di andare verso i lavoratori, sia per quanto concerne lo sviluppo di città, di insediamenti residenziali e di dotazione di servizi, con l’uomo considerato non come soggetto primario delle decisioni, ma nella sua qualità di fattore produttivo; la logica della speculazione edilizia, che ha prevalso sulle aspettative di residenzialità e socializzazione connesse alle strutture civili, e la logica assistenziale, caritatevole e limitata e spesso involontaria creatrice di ulteriore segregazione. Il combinarsi di queste 3 logiche ha portato all’emarginazione dei cittadini, unendo in un unico destino immigrati e nativi, ed ha comportato troppo spesso che le strutture, sia nel lavoro che nella società civile, divenissero fonte di segregazione.

« quando affrontiamo il tragico fenomeno dell’emigrazione, che ha reso addirittura desertiche tante zone del Mezzogiorno, non siamo forse in presenza di un effetto ben preciso, causato dal ruolo attribuito alla popolazione meridionale? E questo ruolo altro non è che quello di un grande esercito industriale di riserva di manodopera, in gran parte dequalificata, destinato, insieme con cospicue aliquote di popolazione spagnola,

greca e turca, ad alimentare il processo di sviluppo capitalistico centro-europeo, che ha il suo epicentro nella Germania occidentale?» (26).

L’obiettivo rimaneva, per le Acli, il perseguimento di un’efficiente programmazione economica tanto a livello regionale quanto nazionale, senza slegarle l’una dall’altra. Solo nella collaborazione, difatti, le regioni avrebbero potuto trovare la forza necessaria per spingere la programmazione nazionale verso un’effettiva affermazione del primato delle scelte civili su quelle compiute dall’apparato produttivo. Si doveva incoraggiare la partecipazione sociale, e promuovere l’educazione permanente. L’importante era allontanarsi quanto più possibile dalla logica dell’assistenzialismo. Logica che si doveva evitare sia a livello locale, sia a livello europeo, per impedire che anche la comunità europea che si stava andando a creare,  procedesse  nelle politiche per il Mezzogiorno senza cercare di modificare le cause che continuavano a mantenere la situazione uguale nel tempo.

 

D’altronde la Cassa per il Mezzogiorno aveva dato prova di quanto potessero essere inutili le politiche che prescindevano dal superamento del problema della disoccupazione, o dell’affermazione dei valori della persona umana.

«Contributi assegnati indiscriminatamente non fanno altro che sperperare denaro pubblico, non affrontare i problemi, creare illusioni ed infine riprodurre emigrazione». (27)

Le regioni come occasioni di decentramento e quindi di reale gestione e controllo da parte dei lavoratori di una quota importante dello sviluppo e dei meccanismi che lo determinano, come occasione di partecipazione democratica, come momento di aggregazione  e razionalizzazione economica sociale e politica (28), furono l’argomento di convegni, studi, documenti e dibattiti attraverso i quali le Acli cercarono di sensibilizzare e di informare l’opinione pubblica e le istituzioni sull’importanza e la forza che l’ente regione doveva esprimere.

           

4.6  Due esperienze a confronto: l’ENAIP delle ACLI e l’ECAP della CGIL

Durante i lavori preparatori alla conferenza nazionale dell’emigrazione sorse un dibattito molto interessante sulle indicazioni che questa avrebbe dovuto dare, si doveva trattare di una conferenza della o sulla emigrazione? Vale a dire, doveva avere come protagonisti gli emigrati con le loro denunce e proposte, e quindi doveva essere “della”, oppure protagonista doveva essere la società italiana che, sensibilizzata all’emigrazione,  si interrogava sulle cause del perdurante fenomeno migratorio? 

Una cosa era certa l’Italia, paese d’emigrazione, mancava ancora di una politica in questo settore che avesse il valore dell’uomo-persona come suo fondamento. Si evitò per decenni che questo fenomeno fosse sottoposto ad una programmazione seria che considerasse non solo gli accordi economici di trasferimento della manodopera, ma la valorizzazione che l’uomo poteva e doveva avere dall’incontro con culture e realtà completamente diverse da quelle di origine, la mobilità doveva avere come obiettivo primario la promozione sociale. Si faceva un gran parlare di politica dei rientri mentre non si pensava minimamente a creare le condizioni perché questa fosse realizzabile. La questione meridionale, la questione sarda, continuarono ad essere messe da parte e si procrastinava nel tempo la ricerca della loro risoluzione.

Da molte parti giungeva una forte critica al concetto di programmazione connesso all’emigrazione in quanto gli si attribuiva un’accezione prettamente negativa, e non si riteneva possibile, di conseguenza, programmare qualcosa che comunque era male per l’Italia. Una posizione che però poteva comportare il mantenimento dello status quo in quanto non voleva vedere che l’emigrazione c’era, come c’erano i problemi irrisolti dell’economia italiana nel divario nord-sud, come c’era una vasta fetta di popolazione italiana che continuava a permanere in condizioni non solo economiche ma anche culturali di pieno sottosviluppo. Programmare non significava soltanto pianificare a tavolino quante unità di forza-lavoro attiva si sarebbero dovute esportare all’estero, ma significava poter promuovere e attuare una politica d’aiuto agli emigranti che fosse stata in grado di superare le limitate concezioni assistenziali indirizzandosi verso un’azione internazionale e di progresso interno alla società italiana.

Per tutto questo l’attività delle Acli si rivelò di grande utilità e importanza sociale. La capillare diffusione sul territorio nazionale ed estero dei suoi centri e circoli, contribuì in maniera significativa allo sviluppo in senso socio-culturale della nostra emigrazione. Una garanzia di competenza e di preparazione specifica nel campo dell’assistenza e della tutela degli emigrati e delle loro famiglie.

« L’emigrazione è un problema di classe e … le soluzioni ad esso date dai governi sono determinate dalle caratteristiche di classe e dai rapporti di classe esistenti in ogni paese. Ne consegue che gli emigranti devono divenire soggetti politici, combattere per i loro diritti …» (29).

Sopratutto perché altre forze sociali come ad esempio i sindacati, «essendo intervenuti tardivamente in una realtà che già si muoveva in maniera autonoma, seppure lacunosa, si ritrovarono in una posizione di debolezza non solo nei confronti dei migranti, giustamente diffidenti dinnanzi ad un risveglio così repentino, ma anche e sopratutto nei riguardi delle organizzazioni sindacali locali, ormai adattate ad una prassi di vuoto di potere contrattuale» (30). La conseguenza di tale ritardo si manifestò nella difficoltà di cercare una strategia europea che fosse congeniale alle forze sindacali, e nella difficoltà per il sindacato, anche per questa impossibilità di collaborazione, di essere presente come punto di forza di fronte agli emigranti comportandone un ritorno all’esperienza di tipo associazionistico.

Nei paesi di emigrazione il distacco delle forze sindacali dalla base (determinata dalla scelta di non costituire sezioni sindacali in loco per favorire una collaborazione con i sindacati locali) comportò che il loro impegno fosse più prettamente di appoggio e di incentivazione alle iniziative associazionistiche che si sviluppavano tra i lavoratori emigrati. Sostegno che si manifestò anche verso «le Acli che realizzarono, attraverso una piena autonomia all’interno del movimento operaio, una collocazione di prestigio per le sorti dell’emigrazione, nella misura in cui il discorso dell’autonomia e dell’autogestione si rivelò essere un’ottima via per la nostra emigrazione (31)».

Solo dalla fine degli anni ’60 si assistette ad una collaborazione proficua tra sindacati e associazioni per gli emigranti che portò all’inserimento di rappresentanti sindacali nel CCIE (Comitato Consultivo degli Italiani all’Estero), e nel 1971 alla presentazione al Consiglio dei Ministri degli Affari Sociali della CEE, da parte del Ministero  del Lavoro, del memorandum: La politica dell’impiego nella CEE; un memorandum che rappresentava un primo tentativo di impostare una politica dell’emigrazione incentrata su un programma di interventi regionali nelle zone sottosviluppate. La collaborazione che andò così a svilupparsi portò anche alla richiesta comune per la programmazione della prima Conferenza Nazionale dell’Emigrazione del 1975, che rappresentò un momento importante per la conoscenza e la valorizzazione delle condizioni dei nostri emigranti, e per il riconoscimento dell’attività delle associazioni italiane all’estero che vedevano così  riconosciuto ufficialmente il loro impegno di decenni.

Con gli anni ’70, inizia una nuova fase di collaborazione tra le Acli e le organizzazioni sindacali italiane. Molto importante fu la collaborazione con l’ECAP-CGIL nel campo

dell’istruzione e formazione professionale. Sin dai primi tentativi delle associazioni in questi due campi, si individuò il metodo più efficace di insegnamento nella praticità di quanto veniva insegnato. Gli obiettivi generali erano (32):

          rendere operante il diritto allo studio.

          permettere il recupero di capacità tecnico-espressive.

          sviluppare la comprensione e la presa di coscienza della realtà economica e sociale in cui si lavorava.

          sviluppare la cooperazione e la coscienza sociale.

Gli insegnamenti svolti dall’Ecap-Cgil nei corsi per il conseguimento del diploma di licenza media e per il recupero linguistico nella formazione di base negli anni 1976-1979 a Höchst e a Rüsselsheim, comprendevano lezioni di Italiano, Cultura Generale, Matematica e Lingua tedesca. L’insegnamento dell’italiano aveva come obiettivi generali il recupero delle capacità tecnico-espressive e lo sviluppo della cooperazione e della coscienza sociale, per mezzo di testi e linguaggi significativi. Era data priorità ai criteri della libera espressione e della comprensione orale e scritta; in pratica si cercava di rendere quanto più possibile semplice e sopratutto interessante l’apprendimento. Per quanto concerneva la “cultura generale”, che includeva la storia, la geografia e l’educazione civica, l’obiettivo era quello di sviluppare la comprensione e la presa di coscienza della realtà economica e sociale in cui si svolgeva la vita ed il lavoro, partendo a tal fine sempre dalle esperienze vissute da chi frequentava i corsi. Un lavoratore adulto aveva difatti un suo patrimonio culturale che doveva essere valorizzato al massimo, pertanto la nuova visione della formazione puntava proprio alla costruzione e sistemazione di quadri di riferimento generali, all’analisi e indicazione di proposte didattiche strettamente connesse alle esperienze vissute. 

La didattica per i corsi sperimentali di scuola media prevedeva una conoscenza reciproca tra i corsisti e tra questi ultimi e gli insegnanti, attraverso la raccolta delle storie individuali dalle quali emergevano dati significativi e comuni delle esperienze (espulsione dalla scuola, emarginazione, condizioni di lavoro, abitazione, decurtazione del salario reale) che opportunamente sistemati e visualizzati potevano evidenziare i fenomeni che successivamente sarebbero stati studiati. L’obiettivo era quello di recuperare l’esperienza individuale in un contesto più ampio che consentisse di risalire a cause non solo soggettive (33). Gli scopi erano di valorizzare l’esperienza come momento conoscitivo e prendere coscienza dei limiti conoscitivi dell’esperienza individuale. In tal modo si poteva realizzare l’individuazione e l’assunzione da parte di tutti i componenti del gruppo delle motivazioni soggettive, dei livelli di “cultura”, delle capacità di espressione e di comunicazione di ciascuno, arrivando ad una socializzazione dei bisogni individuali che sarebbe stata la base di partenza del lavoro culturale. Si evitava così di indurre fenomeni di frustrazione e di emarginazione tra i corsisti. Si passava poi all’analisi delle aspettative iniziali, e sulla base delle esigenze reali emerse si andava ad una individuazione dei centri di interesse, i quali a loro volta divenivano un programma-progetto da articolare in tutti i possibili aspetti: da quelli economico-sociali, a quelli storici, scientifici, e politico-sindacali. Si superava così la divisione della realtà “in materie” (34). L’interdisciplinarietà portava alla capacità di analizzare il fenomeno servendosi del metodo induttivo e deduttivo ed alla capacità di progettare sul fenomeno per trasformarlo, in altre parole tendeva al recupero della creatività. Il fine generale era 

quello di mettere il lavoratore in grado di gestire al meglio la situazione in cui si trovava.

Qualificare i nostri lavoratori significava anche renderli meno dipendenti dai processi di razionalizzazione che si sarebbero manifestati nell’industria e nelle aziende tedesche, si trattava di evitare quanto più possibile la possibilità della loro emarginazione professionale e sociale. L’obiettivo era quello di arrivare prima possibile ad una collaborazione tra le autorità italiane e quelle tedesche, in accordo con le organizzazioni dei lavoratori, per giungere ad un intervento formativo programmato tanto nel breve quanto nel medio termine. Si voleva allontanare la precarietà degli interventi di base, linguistica e professionale, che aveva caratterizzato spesso la presenza degli Enti sindacali nell’emigrazione (35). Considerata la «politica migratoria del governo tedesco, che di fronte alle nuove esigenze del mercato del lavoro puntava sulla selezione e sulla rotazione della manodopera straniera e sull’inserimento sociale e professionale, «definitivo», di quella selezionata, l’intervento formativo doveva rendere possibile l’acquisizione di livelli di qualifica più alti e riconosciuti nel contesto tedesco, una migliore padronanza della lingua come strumento di formazione e di promozione professionale e quindi una maggiore «elasticità» della forza lavoro italiana ed una più elevata capacità di «adattamento» professionale e sociale non subalterno» (36).

L’emancipazione professionale non si poteva realizzare se non attraverso l’emancipazione sociale, infatti, solo con la padronanza della lingua, il lavoratore emigrato poteva uscire dal suo isolamento, riuscire a solidarizzare con i compagni di lavoro e diventare così una componente attiva nella società e nel mondo lavorativo divenendo fautore della rivendicazione dei propri diritti. Un’integrazione professionale, sociale e politica che solo alla fine degli anni ’60 e sopratutto durante gli anni ’70, riuscì a manifestarsi. Gli anni in cui finalmente la questione emigrazione arrivò ad avere la giusta considerazione da parte di tutte le autorità, sopratutto di quelle italiane.

L’attività delle associazioni riuscì, così, ad « accrescere il ruolo di coscientizzazione nel modo dell’emigrazione, che ha portato a ribaltare i tradizionali modelli paternalistici regolanti, ad es. il concetto di assistenza, di formazione professionale, ecc.. ed è sfociato in un associazionismo attivo e partecipe » . Solo con collegamenti e alleanze tra le forze sociali, politiche e sindacali operanti in emigrazione in Italia come all’estero, si riuscì ad analizzare il fenomeno dell’emigrazione come fenomeno negativo di tutto un sistema – quello capitalistico – e comprendere quindi che i problemi dell’emigrazione riguardavano tutto il movimento operaio e solo in questa prospettiva potevano essere risolti.

 

Tratto dalla tesi “Le Acli e i Gastarbeiter italiani in Germania” discussa, presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Cagliari, da Simonetta Del Favero.

 

Note:

(1)  Mauro G., Informazione e  Tempo libero, op. cit.

(2)  Mauro G., Informazione e  Tempo libero, op. cit.

(3)  Mauro G., op.cit.

(4)  De Falchi F., La presenza Enaip in emigrazione, in Formazione e Lavoro, N. 87-88, luglio-dicembre 1978, Enaip, Grafiroma, Roma, 1979,p. 88.

(5)  Corso di Formazione Enaip, Revisondoli (L’Aquila) luglio 1978, in Formazione e Lavoro, N. 87-88, luglio-dicembre 1978, Enaip, Grafiroma, Roma, 1979, p. 94.

(6)  Rosati D., Von den Baracken zur Kommunalwahl: Die Arbeit Des Acli, in Alborino R., Pölzl K., Italiener in Deutschland. Teilhabe oder Ausgrenzung?, Lambertus, 1998, p.86, traduzione a cura di chi scrive.

(7)  Valentini A., Scuola e Formazione Professionale, Comunicazione all’ Assemblea Nazionale dell’Emigrazione, Verona, 20-21-22 dicembre 1974.

(8) VIII Congresso Nazionale Acli, Bari, 8-10 dicembre 1961, in Sermanni M. C., LE ACLI: dal ruolo formativo all’impegno politico sindacale 1944-1961, Edizioni Dehoniane, Napoli, 1978. 

(9)   Le Acli di Baviera sulle prospettive dell’emigrazione alla vigilia della Conferenza Nazionale dell’Emigrazione, Comunicato Stampa del 4 febbraio 1975, Acli Oggi, 22 novembre 1974.

(10)   Le Acli di Baviera…, op. cit.

(11)  VII Congresso Nazionale Acli, Milano, 5-8 dicembre 1959, in Sermanni M. C., op.cit.

(12)  Le Acli di Baviera…, op. cit.

(13)  L’esecutivo delle Acli su emigrazione e sviluppo, Comunicato Stampa del 4 febbraio 1975.

(14)  L’esecutivo delle Acli su …, op. cit.

(15)  L’iniziativa dei lavoratori nello sviluppo della società italiana, VIII Congresso Nazionale Acli, Bari, 8-10 dicembre 1961, in Sermanni M. C., op.cit. 

(16)  Gentileschi M. L., in Gentileschi M. L., Leone A., Loi A., Sardi a Stoccarda, Miniprint, Cagliari, 1979

(17)  Gentileschi M. L., in op.cit.

(18)  Corrias E., cit. in Lai G., Le Acli in Sardegna. Storia di un gruppo dirigente (1944- ’72), Castello, Cagliari, 1998, p. 116.    

(19)  Verbale del X Congresso Provinciale delle Acli di Cagliari,cit., in Lai G., op.cit., p. 117.

(20)  Boi G., Segretario di Gioventù Aclista,  Azione Aclista, giugno 1961, in Lai G., op. cit., p.115.

(21)  Lai G., op. cit., p. 141- 142.

(22)  Careddu S., Segretario provinciale delle Acli di Cagliari, cit. in Lai G., op. cit., p. 188.

(23)  Gentileschi M. L., Leone A., Loi A., op. cit., p. 12.

(24)  Sacchetto E., Capo Ufficio emigrazione sede nazionale ACLI, Comunicazione all’Assemblea Nazionale dell’Emigrazione, Verona, 20-22 dicembre 1974.

(25) Cassinis U., Regioni e migrazioni- ciò che le regioni possono fare, Studi Emigrazione N. 22, 1971, nota 1, p. 164.

(26)  Borroni L., Strategia operaia e Mezzogiorno: il ruolo delle Acli, Quaderni di Azione Sociale, 1970/12, p. 1461, in Sacchetti G.B. op. cit., nota 13.

(27)  Sacchetto E., Regioni ed emigrazione, Comunicazione all’ Assemblea Nazionale dell’Emigrazione, Verona, 20-22 dicembre 1974.

(28)  Sacchetto E., op. cit.

(29)  Nikolinakos M., in Redazione Studi Emigrazione, La Conferenza Nazionale dell’emigrazione, Studi Emigrazione N. 35-36, 1974.

(30)  Calvaruso C., Emigrazione e Sindacati, COINES, Roma, 1975.

(31)  Calvaruso C., op. cit., nota 32, p. 45.

(32)  ECAP-CGIL, Programma per la Formazione di base, Anno Scolastico 1978/1979 in, ECAP-CGIL, Documentazione, Esperienze e Proposte di Programma, Quaderni Ecap, ECAP-CGIL, sede Germania.

(32)  ECAP-CGIL, Documentazione, esperienze e proposte di programma, Quaderni Ecap, ECAP-CGIL, sede Germania.

(33)  ECAP-CGIL, Documentazione, esperienze e proposte di programma, Quaderni Ecap, ECAP-CGIL, sede Germania.

(34)  Collicelli C., Salvatori F., Lingua e integrazione professionale degli emigrati in Germania- Un progetto di formazione, in Formazione e Qualifica, rivista trimestrale dell’Ecap- Cgil, N. 6, giugno 1978, Editrice Sindacale Italiana.

(35)  Collicelli C., Salvatori F., op. cit., p. 76.

(36)  Di Meola N., in Redazione Studi Emigrazione, La Conferenza Nazionale dell’emigrazione, Studi Emigrazione N. 35-36, 1974, p. 335.

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