Le ACLI e l’emigrazione italiana in Germania (settima puntata) — Lombardi nel Mondo

Le ACLI e l’emigrazione italiana in Germania (settima puntata)

Il lavoro di Simonetta Del Favero analizza l’opera delle ACLI e altri Enti nei decenni della grande emigrazione italiana in Germania, nell’epoca in cui i Gastarbeiter erano essenziali per la dinamica economica e sociale della Germania e dell’Italia. Con il reclutamento del 1955 giunsero in Germania delle “persone”, non solo braccia. Con le loro storie, problemi e capacità, risorse e sogni.

3.3   Soggetti e strumenti di tutela e socializzazione     

L’attività delle associazioni tedesche per l’assistenza agli emigrati si basava sul concetto che  l’emigrato era una: «…“persona che proviene da zone rurali sottosviluppate”, “da una struttura economica quasi arcaica”, impreparato ad inserirsi in un ambiente industriale e con le seguenti carenze: scarsa o inesistente qualificazione professionale; bassa formazione scolastica di base che ostacola l’apprendimento della lingua tedesca; disinformazione sulle condizioni di vita e di lavoro nella Repubblica Federale» (1). Una concezione realistica, sicuramente, però fortemente limitativa in quanto queste erano sì le caratteristiche della maggior parte dei nostri emigrati, ma un’azione seria nei loro confronti avrebbe dovuto approfondire le cause e le condizioni che le avevano determinate; infatti solo così, solo con una maggiore comprensione del fenomeno in sé, si sarebbe potuto dare un diverso valore all’assistenza, non limitandola più solo ed  esclusivamente alle cure protettrici e caritatevoli, fini a se stesse.

Quello che traspare dall’attività svolta risulta essere l’imposizione di un sistema che sulla carta poteva sembrare perfetto (forse per una società quale quella tedesca lo era) ma che, nella realtà dei fatti, mal si adattava alle situazioni per le quali era stato 

pianificato. Un sistema che però, facciamo attenzione, non teneva in considerazione neanche il ruolo del mercato del lavoro. Tutte le iniziative a favore degli emigrati non consideravano che essi erano collocati sin dalla partenza e durante la permanenza sul suolo tedesco su una soglia di vita di sussistenza, di precarietà e di preoccupazione,  e che di conseguenza tutte le scelte (alloggio, scuola, formazione professionale, vita sociale) che essi avrebbero fatto, una volta inseriti nel nuovo sistema sociale, sarebbero state determinate  dalla necessità di garantirsi una sicurezza economica per poter vivere e non da un comportamento libero. Ed è proprio questa riduzione delle aspirazioni che non è compresa dalle autorità tedesche; è così incomprensibile per queste ultime capire l’accontentarsi di alloggi miserabili e in cattive condizioni igieniche, dimenticando la stretta necessità di avere una residenza per poter avere e mantenere un permesso di lavoro, oppure il non mandare i figli a scuola perché anche il loro lavoro deve contribuire al mantenimento della famiglia. In questa condizione è naturale che gli emigrati non partecipino al sistema di iniziative e di assistenza sociale (che prevedono ad es. utilizzazione del tempo libero, contatti con la popolazione tedesca, la partecipazione a comitati misti tedesco-italiani per affrontare i problemi comuni), possibile solo dopo che si è superata la soglia di sussistenza, quando, non più condizionati dalla necessità, si può dare valore anche agli altri aspetti del vivere sociale.

« I mezzi offerti dalle istituzioni tedesche non diventano quindi vere “opportunità “ per l’emigrato, anche perché trovano una diversa collocazione nella sua scala di valori » (2).

La stessa incomprensione si ritrova anche nel sistema adottato dall’apparato istituzionale tedesco nell’affrontare un’altra emergenza, la formazione di gruppi emarginati e socialmente deboli, che non solo non riescono ad assimilarsi alla nuova società, ma comportano anche una pericolosa conflittualità sociale. Anche in questo caso il limite delle istituzioni tedesche è stato quello di non avvertire che la marginalità sociale, il conflitto, erano legate allo stato di precarietà  e al comportamento di preoccupazione dell’emigrato, la diretta conseguenza  del ruolo attribuito dal mercato del lavoro all’emigrazione. «…fino a quando alla forza lavoro migrante sarà affidato il compito di fungere da vasca di compensazione per saturare le professioni non qualificate o lasciate libere dall’ascesa professionale e per scaricare le conseguenze delle riconversioni industriali e dei cicli congiunturali, bisognerà anche pagare lo scotto di una conflittualità che si alimenta a valori, modelli, immagini-guida propri del comportamento di preoccupazione a livello di sussistenza» (3). Pertanto il loro intervento potrà solo attenuare questa situazione senza però eliminarla. 

«Non c’è la minima tendenza da parte dei tedeschi di germanizzare gli operai stranieri. Si dice soltanto: chi vuole vivere nel nostro paese deve rispettare la nostra legge e le nostre condizioni» questo è quanto affermano le istituzioni tedesche, però: «Si può essere d’accordo sulla non germanizzazione. Se però si sostituisce a “le nostre leggi e le nostre condizioni” il termine “ funzionalità al libero mercato tedesco del lavoro” si ha l’esatta misura di quanto sia lontana l’opera delle istituzioni tedesche dalle reali aspirazioni degli emigrati: lontana e controproducente ai fini stessi che le istituzioni tedesche intendono» (4).

Era la stessa struttura dei rapporti socio-economici, causa principale della marginalità e della precarietà, che doveva essere modificata o perlomeno presa veramente in considerazione. Mancanza d’identità d’obiettivi? Una risposta affermativa a questa domanda avrebbe potuto risolvere molti dei problemi dell’emigrazione; rendersi conto della discordanza passiva tra le aspirazioni degli emigrati e gli obiettivi intesi dal sistema avrebbe potuto rendere efficaci molte delle iniziative che purtroppo non lo sono state.

La scarsa o inesistente conoscenza della lingua, la mancanza di rapporti con la comunità locale, l’utilizzazione del tempo libero all’interno della cerchia familiare e/o degli amici dell’alloggio comune hanno portato gli emigrati a preferire solo quei rapporti che consentivano loro di risolvere i problemi di immediata sopravvivenza. Si sono pertanto costruiti rapporti e si sono acquisite norme, valori e modelli di comportamento sulla base della struttura informativa primaria e dei contatti necessari con il gruppo partecipe della stessa convivenza. Il tutto a discapito dei canali informativi ufficiali, che sopratutto negli anni di maggiore boom dell’emigrazione vengono posti in secondo piano. L’individualismo che caratterizza tutta l’esperienza migratoria non permette lo sviluppo di una coscienza partecipativa, l’unico obiettivo è il lavoro e ad esso sono sacrificati tutti i rapporti di appartenenza, ridotti al minimo sulla base di una selezione che privilegia solo le organizzazioni e gli enti in grado di un appoggio ed una solidarietà immediate per perseguire le proprie aspirazioni, per la ricerca di sicurezza.

« Le immagini-guida, i valori e la rappresentazione della struttura sociale della società ospitante vengono quindi creati e recepiti in un contesto che è carico di elementi fortemente conflittuali, i quali incidono poi su tutto il processo dei rapporti sia con le istituzioni che con le organizzazioni, enti, e associazioni che di emigrazione si interessano ma disattendono proprio questo processo, che è alla base della formazione di quelle aspirazioni e rivendicazioni di cui poi devono subire il contraccolpo» (5).

Il modello dei rapporti interpersonali che l’emigrato si crea nei primi anni di permanenza all’estero è molto rigido sia per la necessità di selezionare solo i rapporti indispensabili sia perché deve essere sufficientemente resistente e capace di dargli una sicurezza immediata. Il distacco dalle istituzioni è molto forte e conseguente alla mancanza di fiducia che queste non riescono ad infondere. La stessa provvisorietà e temporaneità dell’emigrazione vanifica tante iniziative dell’amministrazione tedesca, per cui fino a quando non si riuscirà a dare all’emigrato quella sicurezza di cui ha bisogno non potrà essere da lui recepito nessun discorso di formazione e di partecipazione e non si riuscirà ad eliminare le lacune presenti nell’emigrazione italiana. E’ chiaro che la precarietà permanente non può portare ad una volontà di assimilazione stabile e quindi ad una ricerca di alloggi migliori, di maggiore formazione, di scuole per i figli, insomma ad un miglioramento delle proprie condizioni di vita e di lavoro e pertanto ad una collaborazione con le istituzioni tedesche.

Il problema della mancata partecipazione degli emigrati rendeva inoltre più difficile il lavoro delle stesse associazioni, mancando infatti la loro esperienza diretta, queste ultime non potevano arrivare a conoscere e risolvere i problemi che quotidianamente li affliggevano. Come nel caso delle  Commissioni costituite a livello locale da amministrazioni comunali o regionali. Queste prevedevano la partecipazione di rappresentanti degli emigrati ma considerata la scarsa partecipazione della massa alla loro nomina, era incerta l’effettiva rappresentatività degli italiani. Mancavano inoltre di specifiche competenze ed il loro parere era sopratutto consultivo. Il loro lavoro era poi vincolato e molte volte vanificato dalle condizioni create dal mercato del lavoro che continuava a mantenere gli emigrati in una condizione di migratori, costringendoli ad andarsene o a permanere secondo i vari cicli congiunturali.

Un’istituzione molto importante fu il Caritasverband. Organizzazione cattolica tedesca, incaricata ufficiale del governo per l’assistenza sociale e ricreativa dei lavoratori emigrati; era composta sia da assistenti sociali tedeschi che italiani e nel 1954 fondò un comitato di protezione degli italiani in Germania. Questa organizzazione si schierò sin dall’inizio apertamente a favore dei lavoratori italiani, con una denuncia costante delle inefficienze sia dello Stato Italiano sia di quello tedesco nella gestione dei flussi migratori. Anche perché era un’organizzazione che stava “sul campo”, e toccava con mano la realtà quotidiana vissuta dagli emigranti. La sua azione era però limitata ed i mezzi ed i servizi che offriva, pur raggiungendo molti emigrati, non riuscivano però a liberarli dallo stato di necessità, riuscendo solo ad alleviarlo ogni qualvolta se ne presentava la possibilità. Viveva il sistema pur criticandolo. Criticava la libera circolazione che vedeva come una delle maggiori cause delle condizioni di precarietà dell’emigrazione italiana, sostenendo che « chi è povero e cerca all’estero lavoro e alloggio ha bisogno di protezione, non di libertà» (6). Ma non considerava l’esistenza di una precisa struttura economica che assegnava all’emigrato un ruolo indipendentemente dalla sua volontà di integrarsi o meno, quindi le soluzioni che prospettava esulavano del tutto dal contesto economico; si attuava così un doppio riduzionismo: ridurre tutto il discorso al solo piano assistenziale e isolare la persona del lavoratore dal contesto economico-sociale del quale invece è vittima. Ne conseguiva un altro limite che era quello di non ricercare lo sviluppo di un associazionismo tra gli emigrati proprio per la mancanza di un quadro socio-politico a cui fare riferimento.

Anche la mancanza di collaborazione tra il Caritasverband e le organizzazioni assistenziali italiane (Consolato, Associazioni, patronati), molto criticate dal primo (il Caritas riteneva che esse tendessero « a rifare in Germania lo stesso arcobaleno politico e i rapporti  sociali dell’Italia…ad esportare e riprodurre il frammentarismo politico che regna in Italia…a creare nell’emigrato uno spirito clientelare, senza un effettivo senso di appartenenza» (7)), si rifletteva sulla sua azione, nel suo essere in grado di risolvere solo singole questioni senza arrivare al reale problema dell’emigrazione, la condizione di precarietà. 

Il problema principale per tutti questi enti ed associazioni era che la società, invece di affrontare e cercare di risolvere le cause dell’emigrazione, aveva scaricato tutti i problemi sui Servizi Sociali per gli emigrati, i quali servivano solo a tamponare e ad apportare qualche rimedio che però rimaneva sempre marginale a quella che era la situazione generale. Servizi sociali che così rappresentavano un alibi per quanti avevano pubbliche responsabilità nei confronti degli emigrati, e che venivano usati come strumento per operare un ulteriore emarginazione dell’emigrato, creando e coltivando lo stato d’animo dell’assistito e impedendogli di prendere coscienza della sua reale situazione.  Un contesto che alimentava in molti degli operatori sociali, una situazione esistenziale di delusione e di frustrazione e la persuasione dell’inutilità del proprio lavoro.

Per quanto concerne le Istituzioni ecclesiastiche, il loro intervento a favore degli emigrati poteva essere solo marginale, assistenziale. Riconoscevano le colpe dei rapporti economici e del mancato intervento delle istituzioni statali in particolare nel consentire che la scarsa preparazione professionale e la disinformazione, rendessero  «i lavoratori ospiti … gli iloti o gli schiavi dei complessi industriali…» (8).

 

Anche nel caso della Chiesa si deve rilevare una scarsa collaborazione con gli enti e le associazioni, dovuta principalmente, in questo caso, alla preoccupazione della radicalizzazione politica delle associazioni italiane e della possibile formazione di ghetti; l’obiettivo era l’inserimento degli emigrati nella società tedesca e per questo la Chiesa auspicava un intervento delle organizzazioni più nel campo sociale che in quello politico. Anche per la chiesa era fondamentale battersi affinché gli emigrati potessero imparare al meglio la lingua tedesca per essere uomini in grado di avere contatti, di uscire dall’isolamento e quindi di integrarsi e collaborare con la nuova realtà. Per questo, era auspicata una maggiore collaborazione ed integrazione tra le istituzioni cattoliche italiane e quelle tedesche;  in Germania, infatti,  le istituzioni cattoliche italiane erano isolate e viste con diffidenza da quelle tedesche. «L’emarginazione sociale rischia così di trovare una corrispondenza nell’emarginazione religiosa» (9).

Non vennero però definite tutte le conseguenze delle enunciazioni di principio sulla priorità del valore della persona umana, sulla responsabilità dell’apparato economico, sul dovere d’intervento delle istituzioni statali e pertanto si giungeva solo a soluzioni improvvisate e poco incidenti.

La Chiesa è stata presente, sin dall’inizio della nostra emigrazione in Germania con strutture di prima assistenza ed accoglimento, con l’Opera Bonomelli e l’attività di Monsignor Scalabrini. Il primo Segretariato dell’Opera di Assistenza in Germania fu quello di Friburgo del Baden ( nel 1918,15-20.000 italiani presenti a Friburgo), l’ufficio in questa città già esisteva e fu da modello per i successivi. L’attività del centro si svolgeva attraverso visite periodiche e l’assistenza religiosa e sociale, pubblicava un periodico settimanale “La Patria” e una Guida per l’emigrante, oltre ad opuscoli occasionali a carattere educativo. Altri segretariati si trovavano a Berlino, Monaco, Linz e Norimberga. L’impegno dell’Opera era rivolto sopratutto alla denuncia di abusi padronali, al miglioramento della situazione sociale e morale, in particolare per l’abbondante e concorrenziale uso della manodopera femminile, alla tutela degli interessi materiali e morali degli operai.

Il Segretariato Operaio dell’Opera s’indirizzò sopratutto all’assistenza ospitaliera, mutualistica e infortunistica (dovuta alla legislazione assicurativa dei diversi paesi d’immigrazione), i conflitti per gli infortuni di lavoro furono tra le sue principali attività. L’esempio dell’Opera è importante non solo perché rappresenta le prime vere mosse a sostegno degli emigrati italiani all’estero ma anche perché mette in luce quali e quanti problemi si ponevano di fonte a quanti hanno cercato di intervenire in questa sorta di tratta di lavoratori tra l’Italia e i paesi importatori di manodopera, basata solo ed esclusivamente su calcoli economici.

Nel 1951, Pio XII aveva creato la Commissione Cattolica Internazionale per le Migrazioni (C.I.C.M), alla quale aderirono la Raphaelsverein tedesca e la Giunta Cattolica per l’Emigrazione, il fine era quello di promuovere e coordinare l’assistenza agli emigrati a livello internazionale. Con la pubblicazione della Costituzione Apostolica, «Exul Familia», il 1 agosto 1952, si ebbe una vera e propria ristrutturazione dell’assistenza. Si passò dalla concezione dell’azione religioso-assistenziale e dell’emigrazione vista come fonte di benessere per “tanti diseredati”, al riconoscere la personalità giuridica dell’emigrato e ad aprirgli le chiese locali inserendolo nella comunità come un qualsiasi altro abitante del luogo e non solo come qualcuno da accogliere. Questo sviluppo dell’azione della Chiesa verso l’emigrazione si era accresciuto sopratutto in seguito alla scarsa considerazione che di quest’ultima aveva avuto la classe dirigente italiana.

 

 

Dal 1955 due organizzazioni furono costituite per gli interventi di assistenza sociale e religiosa, la Pontificia Opera Assistenza e l’Opera Nazionale Assistenza Religiosa e Morale degli Operai, che collaboravano con il Ministero del Lavoro. La loro costituzione rientrava in un preciso schema della chiesa di Pio XII, preoccupata dall’avanzare del mondo comunista dell’Est, e dalla concorrenza tra associazioni cattoliche ed organizzazioni di impronta socialista e comunista presente sin dall’inizio del secolo nel mondo dell’emigrazione.

Il problema principale che si rilevava nel nostro sistema istituzionale di assistenza era la divisione delle questioni attinenti la vita professionale e sociale dei migranti tra una pluralità di Ministeri e Servizi Governativi. Mentre nel resto d’Europa venivano creati dei gruppi di lavoro interministeriali per coordinare ed organizzare i servizi con un coinvolgimento anche delle associazioni assistenziali e di beneficenza, in Italia si permaneva nel mantenere i Ministeri dell’Interno,  degli Esteri,  degli Affari Sociali e del Lavoro separati l’uno dall’altro. Senza un quadro preciso di intervento, senza una vera politica dell’emigrazione, mancarono l’adeguato peso politico ed i necessari  collegamenti alle iniziative portate avanti, non solo dai Ministeri, ma anche dalle associazioni italiane, per creare organismi intersettoriali che potessero occuparsi in maniera più adeguata dell’informazione e della tutela dei nostri connazionali all’estero. Azioni limitate anche dal permanere della concezione prettamente assistenziale che ha impedito una visione più ampia del fenomeno emigratorio ed una politica più vasta di aiuto agli emigranti prima, durante e dopo, al momento del rientro (10).

L’attività del Ministero degli Esteri, il Ministero competente in materia di emigrazione, era indirizzata sopratutto all’espatrio degli emigranti, al rilascio dei documenti e alla stipula dei contratti di lavoro, alla vigilanza sulle condizioni sanitarie e in maniera meno efficace alla tutela del lavoratore. Attività di assistenza all’emigrazione esercitata per mezzo degli uffici consolari attraverso due canali distinti: quello della funzione amministrativa che il Consolato assolveva in vece dei vari enti dell’amministrazione diretta ed indiretta dello Stato, e quello della funzione assistenziale-tutelare esercitata per difendere il connazionale dagli abusi e dagli ostacoli al godimento dei diritti riconosciutigli dagli accordi di emigrazione. Per entrambi questi compiti però il numero dei funzionari ed impiegati ad essi preposti era molto basso, il 2.5% del totale degli impiegati del Ministero degli Affari Esteri, e sopratutto non erano adeguatamente preparati. Il rapporto tra personale inviato nei consolati e lavoratori italiani all’estero era di uno a tremila fino a giungere ad una proporzione di addirittura uno a diecimila (11). Spesso poi gli impiegati erano reclutati tra gli stessi lavoratori emigrati senza un reale accertamento sulla loro capacità e sui loro requisiti personali. Il tutto racchiuso in una struttura burocratica che assegnava la preminenza assoluta al Console rispetto agli altri impiegati. A questo dovevano poi essere aggiunte la carenza finanziaria (i fondi destinati all’emigrazione erano molto esigui) e l’indicazione delle direttive ministeriali che indirizzavano l’attività del consolato più a comprimere e frenare le collettività italiane piuttosto che assecondarne le richieste o stimolarne lo spirito di iniziativa nei settori come quello culturale, politico, sindacale, che potevano contribuire ad una elevazione morale, intellettiva e di prestigio del lavoratore emigrato. L’operato non poteva, con tali presupposti, non essere complessivamente inadeguato e fonte del vuoto di credibilità che caratterizzava le rappresentanze italiane in Germania.

 

Il Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale era invece competente in materia di formazione professionale e del collocamento degli emigrati tramite gli uffici del lavoro ed i Centri di emigrazione. La temporaneità della nostra emigrazione, l’inadeguato servizio di collocamento, la lacunosa regolamentazione giuridica e la mancanza di applicazione di diritti e principi basilari nel lavoro come nella vita civile, continuavano però ad essere affrontati secondo gli schemi assistenziali e paternalistici senza un collegamento tra la tutela dell’emigrato e la gestione del collocamento e della politica di occupazione. Mancava ancora la tutela assistenziale e previdenziale in tema di prestazioni pensionistiche, di disoccupazione e di malattia e infortunio.

La stessa libera circolazione non aveva realizzato quanto si pensava si sarebbe riusciti ad ottenere con essa, in quanto non era stata accompagnata dalla effettiva parità del lavoratore emigrato con il lavoratore locale e dall’adeguata assistenza e tutela per quanto concerneva il collocamento, le condizioni di vita e di lavoro, la scuola e l’istruzione professionale, per i quali sarebbe stato utile invece un potenziamento dei capitali ed un collegamento dell’attività dei vari organismi a ciò preposti.

Una delle conseguenze più gravi dello stato di generale deficienza dell’attività degli enti e delle istituzioni fu l’allontanamento e la scarsa frequentazione di essi da parte degli emigrati. Questi ultimi, difatti, ne limitavano l’utilizzo per lo più ad una visita annuale per il disbrigo obbligatorio delle pratiche indispensabili: primo per frequentazione era il Consolato, venivano poi il Comune e la Polizia. Agli enti di patronato era preferito l’assistente sociale italiano che di solito faceva parte del Caritasverband, cui spettava l’assistenza sociale degli emigrati italiani e delle loro famiglie. Questa scarsa frequentazione degli enti impediva, non solo, che questi stessi potessero essere efficienti, infatti, senza un contatto continuo con l’emigrato e i suoi problemi era evidente che l’ente non potesse intervenire validamente e in maniera continuativa, ma anche che i mezzi messi a disposizione degli emigrati non venissero valutati nel rapporto diretto cliente-ente, ma mediati dalla valutazione interna ai rapporti vitali dell’emigrato, « costui si sente libero di rompere qualsiasi impegno di continuità o di appartenenza, ogni qualvolta gli si prospetti una diversa soluzione più rispondente alle aspirazioni che nascono nella situazione vissuta nel gruppo primario» (12). Appunto per questo, mancando i canali di trasmissione tanto delle rivendicazioni degli emigrati, quanto dei progetti, ideologie e servizi dell’apparato associativo ed assistenziale, non si poteva parlare di rappresentatività degli emigrati da parte degli enti a ciò preposti. Oltretutto, la maggior parte di essi non conosceva tali associazioni o organismi, e questo dipendeva sopratutto dal fatto che non venivano coinvolti nella loro elezione tutti gli emigrati residenti all’estero, ma solo alcune associazioni italiane che ne rappresentavano però solo una parte.

 

I modelli, i mezzi, i valori e le proposte dell’intero apparato si ponevano di conseguenza al margine dell’esperienza migratoria. Oltretutto, mancava un contatto sistematico ed uno scambio di pareri e di programmi tra l’apparato amministrativo-assistenziale locale e quello italiano. Solo ponendo al centro di ogni analisi coloro che avevano vissuto e che continuavano a vivere  l’esperienza emigratoria, potevano essere create le premesse per la trasformazione dell’uomo in soggetto, per il suo costituirsi come persona e soggetto capace di stabilire con gli altri relazioni di reciprocità, in grado di produrre cultura e fare la storia. Vi era, invece, una contrapposizione tra la politica dell’emigrazione perseguita dal governo e quella  gestita dagli operatori in emigrazione, (mentre la forza- lavoro si gestiva da sola), che comportava un approccio unilaterale delle parti in causa al fenomeno emigrazione. In fondo era solo un aspetto del «“dramma” socio- economico italiano che ha più nomi ma una sola connotazione di fondo: l’accentuata disarmonia territoriale, il sottosviluppo sociale- economico, e la mancanza di una politica socio- economica coerente con lo sviluppo dell’intera società italiana» (13).

L’atteggiamento di protesta che l’emigrato ha contro il potere lasciato e nei confronti di quello trovato e l’avversione che ha verso chi rappresenta uno stato che non é riuscito a garantire condizioni di vita migliori in patria, lo porta ad allontanarsi anche dai consolati italiani, rappresentanze diplomatiche troppo lontane dalla massa degli emigrati, incapaci di creare con essa un rapporto fiduciario. D’altronde questi uffici erano quelli a più alta burocrazia interna e le pratiche da svolgere erano talmente tante da non consentire una diversa collaborazione tra il Consolato e gli emigrati che non fosse quella più strettamente legata al disbrigo delle faccende amministrative. La riluttanza a non considerare la politica positivamente è determinata anche dal fatto che egli si sente un  cittadino di serie B per entrambi i paesi, infatti, pur pagando le tasse, e contribuendo economicamente alla vita economica del paese, resta sempre un oggetto e non un soggetto di decisioni, corteggiato durante la campagna elettorale ma senza che il suo voto possa avere alcuna influenza nel risolvere quei problemi che vorrebbe vedere risolti. Le aspettative degli emigrati verso l’autorità politica italiana convergono così tutte nella creazione di un posto di lavoro in patria, concretizzabile solo con la costruzione della fabbrica, l’unico fattore di trasformazione possibile. Nel frattempo l’esigenza maggiore è che il Consolato divenga il centro promotore di una più efficace azione assistenziale e di patronato e consulenza e di una specifica azione di rappresentanza politica, tale da renderlo controparte attiva nei confronti delle autorità tedesche.

L’emigrato ha bisogno di sentirsi protetto non solo da un insieme di organizzazioni politiche,  professionali, laiche o religiose, ma da una collettività forte, unita, in grado di difenderlo e rappresentarlo con il prestigio e l’autorità che solo uno Stato può consentire. E’inutile lamentarsi delle condizioni di vita difficili date dai paesi d’immigrazione ai nostri connazionali quando l’Italia è la prima a non essere riuscita a dare a queste persone quanto di diritto avrebbero dovuto avere, lavoro, scuole, asili, quartieri vivibili, integrazione sociale… la soluzione del problema era sopratutto italiana. 

La programmazione in tema d’emigrazione è stata per lo più scartata, perché si doveva programmare qualcosa che era male per l’Italia? Abituati a considerare l’emigrazione come un male necessario, gli uomini politici italiani si sono sempre limitati ad esercitare un compito notarile di registrazione di un fenomeno ritenuto ineliminabile, del prodotto del tipo di sviluppo economico accettato dai governi post-bellici.

Si dovettero aspettare gli inizi degli anni ’60, perché il tentativo di programmazione dello sviluppo economico nazionale considerasse l’emigrazione non più come un dato di fatto, ma come uno dei tanti guasti creati dalla crescita squilibrata del paese. Ma solo negli anni ’70 si arrivò alla convocazione della prima Conferenza Nazionale dell’Emigrazione, preceduta da una serie di dibattiti e lavori preparatori che risvegliarono l’interesse verso il fenomeno emigratorio. La programmazione avrebbe dovuto rivolgersi al lungo periodo, divenendo una politica  del riassorbimento e pertanto della tutela, della qualificazione, e dell’integrazione. Uno strumento imprescindibile per eliminare i gravi squilibri, tra classi sociali, tra settori produttivi diversi, tra nord e sud e tra città e campagna che caratterizzavano l’Italia e che intersecandosi creavano quelle situazioni tipiche che si ritrovavano in tante zone del nostro paese. L’unica forma di programmazione sostenibile era la qualificazione della manodopera ed il rinnovo e potenziamento delle strutture informative e d’assistenza; e fondamentale era l’informazione sui paesi verso i quali gli emigrati si sarebbero diretti, anche per evitare il consolidamento di pregiudizi frutto di ignoranza che troppo spesso portarono gli emigrati a ritenere le popolazioni ospitanti come ostili, inavvicinabili e assolutamente non ricettive. Doveva essere garantita a chi emigrava la possibilità di una promozione sociale giacché senza di essa c’era solo lo sfruttamento, l’essere una minoranza assistita; oltretutto, nel momento di un eventuale rientro, avrebbe potuto garantire anche un migliore collocamento all’interno del paese d’origine.

«L’obiettivo doveva essere quello di una qualificazione e di un recupero sociale e professionale della nostra forza lavoro, attraverso la vitalizzazione della scuola e la creazione di esperienze qualificate di formazione degli adulti» (14). Da rendere possibile

anche e sopratutto nel luogo di emigrazione, dove dovevano essere attivi (fornendo tutti i mezzi di cui necessitavano) i centri di orientamento e di assistenza. L’iniziativa in questi campi, però, veniva lasciata quasi ed esclusivamente alle singole associazioni od enti non dipendenti dallo Stato ed alle missioni cattoliche italiane che assieme alle ACLI hanno la più lunga esperienza di assistenza ai nostri emigrati.

 

 

Tratto dalla tesi “Le Acli e i Gastarbeiter italiani in Germania” discussa, presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Cagliari, da Simonetta Del Favero.

 

Note:

(1)  Favero L., Rosoli G., Il sistema politico amministrativo ed assistenziale della Germania Federale, in Studi Emigrazione, N. 35-36, 1974, p. 429.

(2)  Favero L., Rosoli G., Il sistema politico …, op. cit., p. 436.

(3)  Favero L., Rosoli G., Il sistema politico …, op. cit., p. 441.

(4)  Favero L., Rosoli G., Il sistema politico …,  op. cit., p. 442.

(5)  Favero L., Rosoli G., I lavoratori emarginati,  Studi Emigrazione N. 38-39, 1975, p. 266.

(6)  Cit. in Favero L., Rosoli G., Il sistema politico…, op. cit.,

(7)  Favero L., Rosoli G., Il sistema politico…, op. cit., p. 445.

(8)  Favero L., Rosoli G., Il sistema politico…, op. cit., p. 449.

(9) Favero L., Rosoli G., Il sistema politico…, op. cit., p. 450.

(10)  Favero L., Rosoli G., Il sistema politico amministrativo ed assistenziale europeo relativo all’emigrazione italiana, in Ricerche, La crisi delle istituzioni nel campo dell’assistenza all’emigrazione, Studi Emigrazione N. 35-36, 1974.

(11)  Treggiari A., Le strutture dello Stato Italiano all’Estero, in Il Ponte, op. cit., p. 1571.

(12)   Favero L., Rosoli G., I lavoratori emarginati, op. cit., p. 272.

(13)  La Redazione, La Conferenza Nazionale dell’Emigrazione, Studi Emigrazione N. 35-36, 1974, p. 338.

(14)  La Redazione, La Conferenza Nazionale …, op. cit.

Document Actions

Share |


Condividi

Lascia un commento