Le ACLI e l’emigrazione italiana in Germania (nona puntata) — Lombardi nel Mondo

Le ACLI e l’emigrazione italiana in Germania (nona puntata)

Il lavoro di Simonetta Del Favero analizza l’opera delle ACLI e altri Enti nei decenni della grande emigrazione italiana in Germania, nell’epoca in cui i Gastarbeiter erano essenziali per la dinamica economica e sociale della Germania e dell’Italia. Con il reclutamento del 1955 giunsero in Germania delle “persone”, non solo braccia. Con le loro storie, problemi e capacità, risorse e sogni.

I Segretariati dipendevano, da un Segretariato Centrale che aveva sede nella capitale di ogni paese dove era presente; ad esso era addetto un Segretario i cui compiti, oltre quelli ordinari in sede, consistevano anche nel mantenere contatti diretti con i lavoratori, attraverso frequenti visite ai luoghi dove essi vivevano e a quelli dove lavoravano; ed inoltre mantenere frequenti contatti anche con le autorità diplomatiche e consolari così da assicurare collegamenti tra la nostra comunità nazionale e quella locale. Poteva valersi dell’opera di corrispondenti locali, spesso gli stessi lavoratori, che servivano da tramite tra il Segretariato ed i lavoratori.

Tra le attività era compresa pure la stampa, che veniva svolta o dando vita ad un proprio giornale o alimentando regolari rubriche sul giornale locale o pubblicando bollettini periodici od occasionali di notizie e d’informazioni per i lavoratori. Pubblicazioni a carattere specializzato che riguardavano le notizie e le informazioni sociali, di lavoro, assicurative, della vita e dei problemi delle comunità italiane e notizie dall’Italia che potevano utilmente essere portate a conoscenza dei lavoratori. Momento importante, questo dell’informazione se pensiamo che innanzitutto il rapporto tra l’emigrato ed i mezzi di comunicazione locali era molto basso, oltre la stampa italiana solo una percentuale bassissima di emigrati, in pratica solo quelli che conoscevano maggiormente la lingua, leggevano giornali in lingua locale, i restanti utilizzavano il solito sistema del filtro familiare e amicale, rimanendo così al di fuori di qualsiasi contatto con il sistema di comunicazione. In secondo luogo perché la debolezza della stampa italiana all’estero non era casuale, «un tipo di stampa come quella che veramente si impegna nell’emigrazione, rientra in quel settore di argomenti scomodi da gestire nell’anonimato, per le radici profonde che le cause e le conseguenze dell’emigrazione hanno nelle circostanze economiche e politiche oltre che sociali» (1). Certo c’erano le pubblicazioni del governo dirette agli emigranti che però costavano un patrimonio e non riuscivano ad essere strumenti di collegamento tra e con le collettività all’estero. L’opinione pubblica italiana era poi tenuta all’oscuro di quali fossero le reali condizioni dei nostri emigrati, infatti quanto veniva pubblicato in prima pagina all’estero, in Italia invece veniva pubblicato senza evidenza e senza commenti, e questo perché dovevano «…essere bloccati sul nascere nuovi modelli di comportamento, nuove mentalità nazionali secondo la logica dei grossi gruppi di potere che manipolano il controllo di quasi tutti i canali d’informazione e che a proprio piacimento riescono a stabilire modelli di comportamento nazionali per il proliferare di consumi inutili ed assurdi […]. Perché quando il lettore finisce con l’identificarsi in tali modelli di comportamento obbligati, si spoglia nella coscienza del proprio peso sociale- politico, diventa un argomento di sfruttamento alla mercé della speculazione capitalistica ed è di pari un potenziale politico telecomandato ed amorfo» (2). Tanto che nessun finanziamento statale era previsto per i quotidiani e le riviste sugli emigrati editi a cura delle organizzazioni, dei centri studi, o delle organizzazioni sindacali. Per tutto questo la stampa sull’emigrazione doveva assolutamente svilupparsi sopratutto per porre i lavoratori emigrati nelle condizioni di avere gli strumenti necessari per una loro reale crescita come persone umane, considerando l’aspetto formativo che la stampa poteva avere sotto l’aspetto della capacità di impostare un dialogo vero con gli emigrati prima di tutto, e poi tra questi ed i lavoratori in Italia.

«L’attività dei Segretariati, rivolta all’assistenza nel campo economico e sindacale, consentì la definizione di migliaia di vertenze che consentirono il recupero di grosse quantità di denaro che spettavano ai lavoratori per indennità salariali e previdenziali» (3).

Da una fase iniziale di intervento pressoché esclusivo volto ad assicurare un’efficace assistenza sociale ai lavoratori emigrati attraverso i Segretariati del Patronato, le Acli sono passate ad una fase di vero e proprio impianto associativo. Un costante sviluppo organizzativo che ha visto aumentare i tesserati in Germania dai 173 del 1960 ai 2.016 del 1966, ed i circoli dai 2 del 1960 ai 29 del 1966:

 

GERMANIA   1960    1961    1962    1963    1964    1965    1966

Tesserati Acli   173      348      457      1011    1113    1527    2016

Circoli Acli       2          9          6          9          14        22        29

 

Dati tratti da:, X Congresso Nazionale Acli, Roma 3-6/11/1966, Industria Tipografica Moderna, Roma, 1966 (?).

 

Inoltre in ogni paese estero erano presenti organi direttivi, locali e nazionali eletti dai lavoratori ed uffici di coordinamento con Segretari Permanenti in varie città come ad esempio a Colonia. Un intenso programma di attività, che rivolse particolare attenzione alla formazione sindacale per favorire la partecipazione dei lavoratori emigrati alla vita del sindacato e la loro assunzione a posti di responsabilità.

Rendere più umana l’emigrazione. I Trattati, le Carte Sociali, i Regolamenti da soli non sono sufficienti se non vi è una precisa volontà politica che permetta l’armonizzazione delle singole legislazioni sociali ed il superamento dei vari ostacoli di carattere politico, economico e sociale (4).

Finalità che il ritardo nella realizzazione degli obiettivi sociali dei Trattati comunitari e sopratutto nell’armonizzazione dei sistemi di sicurezza sociale, rispetto ai passi in avanti dell’integrazione economica, unito all’impegno insufficiente a livello governativo, e degli stessi enti previdenziali, e del governo e della rappresentanza parlamentare a Strasburgo, ancora alla fine degli anni ’60 non erano stati raggiunti. Infatti, la mancanza di adeguamento della politica per l’emigrazione alle dimensioni del fenomeno migratorio, e del riconoscimento effettivo del principio di piena uguaglianza del cittadino italiano all’estero non consentivano che i nostri connazionali si sentissero effettivamente liberi cittadini portatori di diritti e di doveri. Continuavano a non essere rispettati i loro diritti costituzionali al voto e i diritti sociali all’istruzione, alle prestazioni di sicurezza sociale e all’abitazione (5).

Dal punto di vista amministrativo le strutture consolari permanevano nella loro condizione di inadeguatezza, registrando un sempre maggiore allontanamento degli italiani dalla loro assistenza.

Nonostante l’entrata in vigore di norme specifiche e di regolamenti riguardanti la parità di trattamento dei lavoratori stranieri e delle loro famiglie, le autorità responsabili dovevano ancora porre i lavoratori emigranti nelle migliori condizioni di preparazione culturale, linguistica e professionale attraverso tutti gli strumenti di cooperazione  internazionale già esistenti, per mezzo di un’azione da realizzarsi anche e sopratutto nel paese d’origine, e quindi già prima della partenza. Punto questo della formazione, fondamentale, come abbiamo già visto, non solo al fine del collocamento in Germania, ma in particolare anche per un eventuale rientro o permanenza in patria. Si continuava invece ad offrire al mercato, migliaia di braccia senza alcuna preoccupazione degli effetti che questo sistema avrebbe comportato all’Italia nel lungo periodo.

Italiani aventi un’occupazione in Germania (almeno quelli ufficiali) (6):

      – nel luglio 1954:       6. 509

      – nel luglio 1959:      48.809

      – nel luglio 1960:    121.685

      – nel luglio 1972:    422.200

Un incremento notevole che aveva bisogno della promozione della classe lavoratrice e del suo inserimento nella nuova società europea, in un’integrazione tanto economica quanto e sopratutto sociale.

Le Acli, favorevoli all’unità europea, perseguivano il fine di riuscire a rendere l’emigrazione non più una scelta obbligata, resa necessaria dall’esigenza di trovare un lavoro all’estero in grado di garantire i mezzi indispensabili per vivere, ma una libera scelta di un cittadino che ha nell’Europa maggiori occasioni di inserirsi in nuove esperienze di vita e di lavoro, libero dalla condizione di necessità. E proprio per questo esse divengono nel 1965 l’unica organizzazione operante simultaneamente nei Paesi Europei.

Un’attività nei confronti dell’emigrazione che però non s’indirizzava solo all’assistenza all’estero ma cominciava già dall’assistenza in patria, prima della partenza oppure al momento del rientro dai paesi di emigrazione, il tutto gratuitamente. Nel primo caso il lavoratore che voleva emigrare poteva rivolgersi in Italia ad una delle 92 sedi provinciali e agli oltre 8000 Segretariati del Popolo sparsi in ogni regione, e riceverne consigli, aiuto ed assistenza, così come poteva fare nel secondo caso, in presenza di questioni aperte coi vari enti ed istituti previdenziali o con i datori di lavoro, per il recupero dei crediti, per la sistemazione di posizioni assicurative, per la liquidazione di indennità spettanti. Le Acli, infatti, non si proponevano come organi promotori dell’emigrazione, ma come organi di assistenza all’emigrante in tutto quanto poteva essergli utile, dalle notizie e informazioni più generali allo svolgimento delle pratiche specifiche.

Coloro che si apprestavano ad emigrare, avevano bisogno innanzitutto di conoscere le condizioni di vita e di lavoro che avrebbero trovato una volta giunti a destinazione, in secondo luogo dovevano conoscere quali pratiche erano necessarie per l’espatrio e dove reperire i documenti. L’attività svolta in questo senso dalle Acli, si pose pertanto come “ponte” tra la realtà emigrata e la società di accoglienza, una presenza essenziale che le porta ad essere una delle “isole d’identificazione” culturali e sociali ed elemento propositivo nella società.

Informare e preparare, assistere e facilitare quanto più possibile la vita dei nostri emigrati all’estero, la formazione sociale e politica è il mezzo per crescere ed essere partecipe della società civile ed allo stesso tempo per potenziare la sua capacità politica ed organizzativa, e come tale deve essere valorizzata nel e per il rispetto dei lavoratori emigranti. L’assistenza si rivolgeva anche al facilitare l’avvio dei lavoratori ai centri professionali per prepararli in base alle qualifiche richieste per l’espatrio, e, fatto molto importante, si predisponevano a tal fine corsi di lingue e di cultura generale specifici. 

Essi dovevano, infatti, avere carattere sopratutto pratico, per consentire all’emigrante di giungere nel nuovo paese, conoscendone già gli usi, i costumi, il modo di comportarsi, in modo tale da garantirgli un primo approccio positivo con la nuova realtà sociale, per garantirgli una possibilità in più di integrarsi. Anche la famiglia ricopriva un ruolo importante in questo contesto e, come tale, si tendeva a portare a conoscenza degli emigranti quanto facente parte della legislazione avrebbe consentito loro di ricongiungersi al proprio nucleo familiare restando nel paese estero (in questo caso il patronato, per incarico ed in collaborazione con la GCIE ha, tramite una forma di prestiti, posto in atto un’azione di informazione e di assistenza concreta per facilitare questo momento), oppure di sostenere la famiglia quando questa veniva invece lasciata in patria (7).

Altre lezioni previste si indirizzavano alla legislazione sociale e previdenziale del paese di provenienza e di quello di arrivo, agli accordi in materia esistenti tra Italia e Germania e alle norme generali per l’emigrazione, senza tralasciare le norme sindacali.

L’invio continuo di notizie, di bollettini informativi e le visite all’estero di personale qualificato, completavano il quadro dell’azione di sostegno; gli emigrati non dovevano assolutamente sentirsi dimenticati da chi restava in patria e questi contatti continui erano molto importanti anche per la stessa attività di assistenza che in tal modo si poteva costantemente adeguare a ciò che effettivamente era richiesto dalla particolare situazione locale.

L’intervento dei patronati Acli si inserisce perfettamente in un sistema come quello tedesco che non era dotato di reti assistenziali specifiche per il diritto sociale e del lavoro e che non prevedeva corsi universitari specifici per la formazione di avvocati con specializzazioni del lavoro o del sociale (8).

4.2    Previdenza e sicurezza. Strumenti e metodi di applicazione

La Germania è il primo paese europeo nel quale la protezione assicurativa dei lavoratori contro la malattia, la vecchiaia e gli infortuni sul lavoro, ha fatto la sua comparsa sotto forma obbligatoria organizzata. Dal 1911, un Codice Federale delle assicurazioni disciplina tutta la materia assieme ad un regime speciale per l’invalidità, la vecchiaia e la morte per le categorie impiegatizie e, nel 1923, per i lavoratori delle miniere. Al regime generale sono sottoposti tutti i lavoratori che esplicano attività salariata sul territorio della Rft, stranieri come locali, con gli stessi diritti e doveri. Gli organismi assicuratori della sicurezza sociale sono enti ad amministrazione autonoma organizzati sul piano locale, regionale e nazionale; agli uffici del lavoro è devoluto il collocamento del lavoratori, l’orientamento professionale, l’assicurazione disoccupazione, e l’assistenza ai disoccupati. I contributi assicurativi sono versati dai datori di lavoro, mentre gli assicurati volontari devono versare essi stessi i contributi. I rischi sono gestiti dalle varie branche della sicurezza sociale e le casse sono finanziariamente autonome (9).

L’applicazione della legislazione sociale ha trovato però molti limiti nei confronti degli emigrati italiani, sia per la loro stessa condizione di lavoratori stranieri  “temporaneamente risiedenti in Germania” sia per le divergenze con il nostro sistema previdenziale e sociale e per le sue lentezze. Un esempio del primo caso è quanto si è verificato con l’applicazione della legge del Lohnfortzahlung (il versamento continuato del salario in caso di malattia), infatti, la conseguenza fu l’immediato aumento dei casi di licenziamento all’inizio della malattia per «sfuggire all’obbligo di pagamento prolungato del salario per tutte e sei le settimane previste, e di ridurre le stesse alle due settimane del comune preavviso, sopratutto nelle piccole aziende (come i cantieri edili a conduzione familiare) dove non esisteva un consiglio di fabbrica» (10), e se si parlava di licenziamenti, i primi a subirli erano sempre gli stranieri (gli italiani in particolare). Sistema che trallaltro ha avuto un’agevolazione nell’apertura dei mercati, grazie alla maggiore facilità di reperire forza lavoro dai paesi terzi, manodopera assolutamente non tutelata. Per quanto riguarda la lentezza, mancava, con una certa frequenza, la sollecitazione da parte degli Istituti italiani a ciò preposti, all’invio delle pratiche di chiusura ad es. di malattia (nei rapporti tra INAM e Casse Malattie tedesche) o dell’accertamento dei contributi versati in Italia ai fini pensionistici (rapporti tra INPS e Assicurazione tedesca), situazioni che comportavano gravi danni economici ai lavoratori e alle loro famiglie, fino a giungere, in molti casi, a liquidazioni di molto inferiori al dovuto in quanto relative al solo periodo assicurativo tedesco. La scarsa preparazione e la non conoscenza dei regolamenti europei in materia concludevano il quadro già di per sé preoccupante. Ai  problemi di sicurezza sociale connessi con la CEE fu riservata molta attenzione da parte delle Acli sopratutto per il motivo che l’istituto della libera circolazione spesso veniva annullato a causa di un prevalere degli egoismi nazionali degli Stati membri, rendendo così contraddittorio il processo di integrazione e di armonizzazione delle legislazioni (11). 

Siamo invece di fronte a sistemi diversi per quanto concerne l’infortunio. L’invalido ha una diversa configurazione giuridica nella legislazione italiana rispetto a quella tedesca, per la prima si contempla solo il caso di incapacità generica di guadagno, per la seconda invece si contemplano i casi di incapacità professionale e quello giuridico di incapacità di guadagno. «Per l’incapacità generica (Die Erwerbsunfanigkeit), è concessa una pensione temporanea interrotta dopo un determinato periodo di tempo (2 anni), per l’invalidità professionale è offerta all’invalido la possibilità di una riqualificazione professionale con remunerazione durante l’intero periodo di riqualificazione; possibilità che non si verifica per il lavoratore italiano che privo di mezzi linguistici e di cognizioni elementari di base, non è in grado di approfittarne, subendo così un declassamento professionale con relativo grave danno economico e di prestigio» (12).

Si auspicava pertanto una maggiore collaborazione in Italia tra  enti di patronato giuridicamente riconosciuti ed enti assicurativi statali.

Accordi, Convenzioni, Trattati sono stati conclusi tra l’Italia e i paesi con maggiore presenza di lavoratori italiani, per garantire il riconoscimento di determinati diritti, sopratutto di natura previdenziale; questo per il superamento dei limiti imposti dal principio della territorialità e della cittadinanza della legislazione sociale su cui si fonda il diritto di ciascun stato, in base ai quali le norme di sicurezza sociale valgono solo nell’ambito del territorio dello Stato e solo nei confronti dei cittadini dello Stato. Come nel caso dei Regolamenti CEE, il Trattato di Roma istitutivo della CEE del 25.3.1957, ratificato con l. 1203 del 14.10.1957, prevede la libera circolazione delle merci e dei 

servizi e delle persone all’interno della comunità. La libertà di movimento ha trovato però spesso un limite anche nei regimi di sicurezza sociale vigenti nei diversi paesi, pertanto all’art. 51 del trattato si stabilì che il Consiglio adottasse in materia di sicurezza sociale un sistema che consentisse di assicurare ai lavoratori migranti ed ai loro familiari: 

– il cumulo di tutti i periodi assicurativi presi in considerazione dalle varie legislazioni     nazionali;

 – il pagamento delle prestazioni alle persone residenti nei territori degli Stati membri.

Venne così emanata la “Convenzione europea sulla sicurezza sociale dei lavoratori migranti”, che portò ai Regolamenti CEE n. 3 e 4 (sostituiti poi dai reg. n. 1408/71 e n. 574/72), dando in tal modo avvio, a partire dal 1.1.1959, alla prima disciplina organica ed articolata della sicurezza sociale comunitaria.

I regolamenti però non comportano un’unificazione delle varie legislazioni nazionali, ma hanno una funzione di coordinamento, perciò ogni Stato membro applica la propria legislazione, e nel farlo deve tenere conto delle norme che si basano sul principio generale dell’acquisto, mantenimento e recupero del diritto alle prestazioni, principi che sono alla base delle convenzioni bilaterali o multilaterali in materia di sicurezza sociale. Le convenzioni sono basate sul concetto della reciprocità, e riguardano in particolare le pensioni, l’assicurazione per gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, la disoccupazione, l’assistenza malattia, la maternità e gli assegni familiari. Gli strumenti di diritto internazionale tendono al superamento dei limiti personali, con la libera circolazione, dei limiti spaziali con la possibilità di esportare prestazioni sociali da uno stato all’altro, e di quelli temporali con la possibilità di sommare i periodi di assicurazione compiuti nell’ambito delle legislazioni sociali degli Stati che sono vincolati da un accordo o da una convenzione di sicurezza sociale.

I principi di base degli strumenti giuridici sociali aventi carattere internazionale sono il principio dell’”assimilazione delle masse assicurate”, il principio dell’”assimilazione degli Istituti assicuratori”, il principio dell’”assimilazione dei territori agli effetti della residenza”. Principi che consentono di evitare che la mobilità geografica per motivi di lavoro costituisca una penalizzazione per i lavoratori.

            4.3  Esperienze di aggregazione e di integrazione sul lavoro e nel tempo libero

I lavoratori italiani in Germania già penalizzati dal grado di insicurezza e dal senso di inferiorità, dall’alto grado di influenzabilità da parte dei detentori del potere, si ritrovavano ad affrontare anche una vita associativa inesistente ed un individualismo accentuato dalla situazione generale che vivevano quotidianamente. In tali condizioni, essi non riuscivano a gestirsi nessuna attività di tipo aggregativo, neanche la partecipazione al Sindacato. Il quale già aveva la propria attività delimitata dal principio della territorialità e dalla difesa della classe lavoratrice del e nel proprio paese; inoltre la partecipazione degli emigrati ad esso venne limitata anche dall’accordo CEE del 25/03/1964, il quale stabiliva che gli stranieri avevano il diritto di venire eletti nelle commissioni interne solo dopo essere stati per 3 anni nella stessa fabbrica, per cui, considerato che la durata di permanenza media in Germania era di 2, 3 anni, si capisce che quasi tutti gli stranieri erano tagliati fuori dalle commissioni interne. Solo dal 1970 si comincerà a parlare di progetto di riforma dello statuto.

 

E’ interessante un commento fatto a questo proposito da Del Vecchio, delle Acli città di Colonia: «…il sindacalismo tedesco è troppo integrato, è esso stesso uno dei più grossi datori di lavoro tedeschi, è ricchissimo, e si caratterizza al suo interno per la sua scarsa democraticità. … Esso tiene sopratutto ad assicurarsi gli iscritti stranieri e le alte quote che essi pagano, ma fa poco per i Gastarbeiter,…, non preme perché si affrontino i problemi della casa, della scuola, degli asili che sono drammatici non solo per i Gastarbeiter, ma per tutta la classe operaia tedesca» (13). 

Con il nuovo regolamento sulla Libera Circolazione, pubblicato dalla Gazzetta Ufficiale delle Comunità Europee il 19 ottobre 1968, la posizione del lavoratore straniero cambiò, infatti, con l’art. 4 fu sancito che dal 1970 non sarebbe più stato necessario avere il permesso di lavoro prima di occupare un posto di lavoro, e con l’art. 5 che il lavoratore comunitario era posto sullo stesso piano di quello nazionale, poteva usufruire delle medesime prestazioni, poteva votare ed essere eletto nelle commissioni interne negli organi di compartecipazione all’amministrazione dell’Azienda, e che a tal fine non avrebbe più dovuto avere un’anzianità di appartenenza alla stessa ditta di tre anni, ma sarebbe stato sufficiente l’essere alle dipendenze dello stesso datore di lavoro da solo un anno. Non avrebbe però potuto, e il però c’è sempre, assumere funzioni direttive in seno ai Sindacati e far parte dei consigli  d’amministrazione degli istituti assicuratori.

Come si pongono le Acli di fronte a tutto questo? Interessante è uno stralcio dell’intervista rilasciata dal Presidente Nazionale delle Acli, Emilio Gabaglio  alla radio tedesca: « … Non più sola assistenza e tutela verso gli emigrati, ma garanzia, sviluppo e promozione dei diritti umani, sociali, previdenziali e sopratutto deve essere posto su basi nuove il diritto della partecipazione dei lavoratori emigrati sia alla comunità estera in cui vivono e lavorano, sia nei confronti della realtà italiana. Nel primo caso essi devono raccogliersi nelle organizzazioni sindacali, partecipare alle attività sociali e sindacali di fabbrica di categoria, devono iscriversi al sindacato, diventarne membri attivi e militanti, contare dall’interno e chiedere anche al sindacato un atteggiamento di maggiore disponibilità per la tutela del lavoro degli emigrati. Occorre poi sviluppare tutta una serie di occasioni di partecipazione politica dei lavoratori emigrati attraverso le loro libere associazioni, stabilendo un rapporto di dialogo e di unità d’azione tra le Acli e le altre libere associazioni che rappresentano le forze dell’emigrazione. […]…per organizzare un forte  movimento d’opinione, un forte movimento di massa che possa imporre le soluzioni ai problemi economici, sociali della loro condizione di lavoratori all’estero…» (14).

Creare un movimento di massa, aggregare, far partecipe sono i punti verso i quali si dirigeva l’operato Acli tra gli emigrati. Come abbiamo già avuto occasione di valutare, la partecipazione e l’aggregazione sono momenti fondamentali per l’integrazione, in quanto consentono agli individui di sentirsi tali e non più solo semplici, anche se importanti, braccia. Dal momento in cui questo avviene, cambia anche la percezione di se stessi all’interno della nuova società. Potersi rapportare ad un livello di parità con gli altri membri locali della comunità consente una piena realizzazione dell’individuo che riesce così a staccarsi dal ruolo che il mercato ha lui affidato sin dall’inizio della sua esperienza e può così cominciare a vivere, non limitandosi più alla sola sopravvivenza. Ciò comporta una forte volontà di acquisire e di conoscere partendo dall’apprendimento della lingua, passo principale per l’integrazione. Un percorso però lungo nel tempo, che comincerà ad avere i suoi effetti a partire dalla seconda generazione per svilupparsi poi con la terza, coadiuvato non tanto dalle istituzioni tedesche quanto dalle organizzazioni e dalla stessa popolazione tedesca che, sopratutto dalla fine degli anni ’60, si schiererà a fianco dei Gastarbeiter nelle lotte per la rivendicazione dei loro diritti.  Passi importanti da non tutti capiti o comunque da non tutti voluti comprendere.

A livello istituzionale l’attività delle Acli si concretizzava in interventi diretti effettuati nei confronti degli Istituti assicuratori tedeschi, «sia facendo ricorso alle magistrature locali ai fini di determinare un ampliamento delle sfere protettive delle leggi, sia predisponendo un qualificato apporto di studi e di preparazione professionale nello specifico settore della sicurezza sociale, realizzato mediante corsi di formazione per nuovi quadri di dipendenti e corsi di aggiornamento sull’ordinamento previdenziale»  tedesco (15).

L’emigrato non è un individuo da assistere con una particolare tutela da parte dello Stato di provenienza come da quello di arrivo, ma ha invece diritto di vedersi garantito e tutelato sullo stesso piano dei locali con i quali si confronta quotidianamente nella vita come nel lavoro. Condizione verificabile solo con l’integrazione, e si badi bene, non assimilazione, dell’emigrante nella comunità ospitante. Perché non assimilazione? L’avvicinamento alla nuova cultura non deve e non può significare perdita di quella d’origine, in quanto un processo di integrazione può aversi solo per coloro che hanno una propria identità da poter confrontare con gli altri; «Il riconoscimento del diritto civile si può avere solo se si è integrati, non se si è ghettizzati» (16).

La necessità di una presa di coscienza delle basse condizioni di vita e la volontà di sentirsi realmente cittadini anche in terra straniera per i nostri connazionali, ha visto le Acli impegnate su vari fronti, dal problema dell’alloggio alle condizioni lavorative, dalla scuola alla previdenza e sicurezza sociale, a volte sole contro il sistema, altre volte affiancate dai Sindacati che negli anni riescono a superare i confini nazionali e a trovare nel contatto con le altre forze sociali estere, un punto di forza.

L’azione concentrata sulla centralità del lavoratore, sui suoi bisogni culturali, sociali, politici, ed economici ha evidenziato la rilevanza della formazione come punto iniziale per ogni successivo intervento a favore degli emigrati. I limiti in questo campo consistenti nell’inadeguatezza del nostro sistema formativo, dal grado di insufficiente informazione e dalla mancanza della lingua possono essere superati solo tramite una formazione professionale accessibile legata alla qualificazione e riqualificazione degli emigrati, e  ad un nuovo tipo di supporto per assistere socialmente la mobilità del lavoratore in tutte le situazioni che possono verificarsi. L’insieme della formazione doveva portare ad acquisire gli strumenti funzionali alla mobilità.

Anche nell’organizzazione dei corsi di formazione professionale, si manifestavano gli effetti della cosiddetta «politica federale che pensava con due teste» (17), che caratterizzava il governo tedesco nei confronti dell’emigrazione. Infatti, venivano predisposti i corsi però per frequentarli era necessario offrire la garanzia di poter raggiungere gli obiettivi posti alla base dei corsi stessi (18), praticamente impossibile se non si aveva una ottima padronanza della lingua tedesca, dato che sia gli esami che i  compiti dovevano essere fatti in tedesco, perciò solo una percentuale bassissima di stranieri poteva frequentarli ed inoltre il loro costo era alto sopratutto perché frequentarli significava non poter lavorare considerato che le lezioni si svolgevano in prevalenza al mattino. Erano previsti dei sussidi per chi decideva di frequentarli, ma ovviamente tali somme non potevano sostituirsi allo stipendio.

L’azione di formazione professionale dalle Acli era svolta, di conseguenza, in maniera tale da portare gli utenti a poter utilizzare questi sistemi formativi locali, senza sostituirsi del tutto ad essi, ma cercando sempre e comunque un inserimento dei lavoratori italiani nel sistema; verso una formazione «… per cittadini aventi gli strumenti per una mobilità autogestita e controllata per un superamento della concezione dell’integrazione vista come abbandono e superamento del proprio patrimonio culturale di origine per addivenire all’accettazione passiva di un patrimonio diverso e distante» (19). 

Il ruolo svolto dai patronati nella tutela previdenziale, andò non solo a colmare le carenze lasciate dal processo formativo, ma cercò di portare i lavoratori stranieri a sostituire alla rassegnazione passiva di fronte alla nuova situazione, un impegno di autotutela (20), acquisendo coscienza dei propri diritti, e capacità di farli valere destreggiandosi nell’insieme di leggi, procedure amministrative, e istituzioni differenziate.

In Italia la conoscenza che l’opinione pubblica aveva dell’emigrazione e delle condizioni di vita dei nostri connazionali all’estero era caratterizzata da una forte disinformazione e da una serie di « luoghi comuni e di immagini standard, crudeli e patetiche allo stesso tempo, pregne di una ingiustificata ed ingiusta debolezza socio-politica, vaghe nei contenuti, riportate dalla stampa nazionale, sempre fotografiche, mai politicamente commentate» (21). Una situazione voluta che comportava un coinvolgimento sporadico della popolazione al problema dell’emigrazione, che in tal modo non lo viveva come problematica strettamente connessa alla realtà italiana che aveva nelle distorsioni di quest’ultima la sua causa principale. L’uso della stampa si rivela su queste questioni volto sopratutto a tenere quanto più possibile i lettori lontani dall’effettivo problema,  rendendolo solo un fatto di cronaca, solo un titolo senza articolo, coprendo con il sentimento di pietà e di commozione verso questi poveri sfortunati quello che invece poteva essere un movimento di opinione di forte pressione politica. Un tale sistema di informazione che non coinvolgeva gli emigrati non poteva ovviamente avvicinarli all’informazione (non ne dava!), e non poteva neanche costituirsi come forma educativa. Si manteneva così la popolazione emigrata in una condizione di sub- cultura e perciò di emarginazione, nei confronti della realtà di partenza quanto nei confronti di quella di arrivo.

 

Tratto dalla tesi “Le Acli e i Gastarbeiter italiani in Germania” discussa, presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Cagliari, da Simonetta Del Favero.

 

Note:

(1)    Mauro G., Informazione e tempo libero, Comunicazione all’ Assemblea Nazionale dell’Emigrazione, Verona, 20-22 dicembre 1974.

(2)  Mauro G., op. cit.

(3)  I Segretariati Sociali delle Acli all’estero, in Gli Aclisti 2 (1947-1953), in Grande Enciclopedia della Politica. I protagonisti dell’Italia democratica, N. 19, Roma, Dic. 1993.

(4) Relazione Generale della Presidenza Centrale,  X Congresso Nazionale Acli, Roma 3-6/11/1966, Industria Tipografica Moderna, Roma, (1966)?

(5)  Le condizioni di una politica sociale europea nella risoluzione dell’Assemblea dei Dirigenti ACLI in Europa, Bruxelles, 5-6/06/1965,  Studi Emigrazione N. 4, 1965.

(6) Dati tratti da Pozzi T., op. cit.

(7)  Patronato Acli, L’Assistenza agli emigrati, op. cit.

(8)  fonte sito Acli: www.acli.it

(9)  PATRONATO ACLI, Sintesi delle leggi sulla sicurezza sociale in vigore nei paesi  della CEE, Patronato Acli, Roma, 1965.

(10)  Pozzi T., op. cit., p. 43.

(11)  Pozzi T., op. cit., p. 43.

 “Emigrazione” art. 37 dello Statuto, in Relazione organizzativa della Presidenza nazionale, XVI Congresso Nazionale ACLI, Roma, 24-27 gennaio 1985, Rondoni, Roma, 1985, p. 249.

(12)   Pozzi T., op. cit. , p. 45.

(13)  Del Vecchio, cit. in Macrelli R., La situazione dell’emigrato nella Repubblica Federale di Germania, p. 233/4, Rivista di Sociologia, N. 1-3, gennaio-dicembre 1972.

(14)  Gabaglio E., Intervista rilasciata alla radio tedesca, in Emigrazione, N. 6, novembre- dicembre 1969, Informazioni sociali del Patronato Acli, Soc. Tip. «Campo Marzio», Roma.

(15)   “Sindacale”, in  Relazione Organizzativa della Presidenza Nazionale, op. cit., p. 363.

(16)  “Emigrazione” art. 37 dello Statuto, in Relazione organizzativa della Presidenza nazionale, XVI Congresso Nazionale ACLI , op. cit., p. 351.

(17)  V. rif. § 2.2, p. 23.

(18)  Valentini A., Domanda ed opportunità educative delle famiglie e dei figli dei lavoratori italiani migranti in Germania,Belgio e Svizzera, Convegno europeo organizzato dalle ACLI e dall’ IREF a Bruxelles il 3-4 marzo 1978 sul tema: “Domanda ed opportunità educative dei lavoratori  migranti in Europa”, in EMIGRAZIONE, N. 2, marzo 1978, Tip. Lugli, Roma.

(19)  Valentini A., op. cit., p.18.

(20)  Lotti A., Lavoratori migranti e sistema educativo, in Linee e politiche di intervento a favore delle famiglie e dei lavoratori italiani migranti nella Comunità Economica Europea, Convegno europeo organizzato dalle ACLI e dallo IREF a Bruxelles il 3-4 marzo 1978 sul tema: “Domanda ed opportunità educative dei lavoratori  migranti in Europa”, in EMIGRAZIONE, N. 2, marzo 1978, Tip. Lugli, Roma.

(21)  Mauro G., Informazione e  Tempo libero, Comunicazione all’Assemblea Nazionale dell’Emigrazione, Verona, 20-21-22 dicembre 1974.

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