Alberto Mario a New York – Seconda puntata — Lombardi nel Mondo

Alberto Mario a New York – Seconda puntata

Adolfo Rossi (1857, Lendinara – †1921, Buenos Aires) è uno dei primi testimoni della grande ondata migratoria italiana diretta nelle Americhe. A lui si deve la testimonianza del viaggio di Alberto Mario e Jessie White a New York nel 1858. Come il rinvenimento dell’infuocato discorso che Mario tenne in una Hall della Quarta Avenue a favore dell’Italia unita.

Fino dai primi tempi in cui stavo a New-York, cercai di raccogliere notizie intorno al viaggio che nel 1858 fece negli Stati Uniti il mio concittadino Alberto Mario insieme con sua moglie, la signora Jessie White.

E seppi che poco dopo essere sbarcato dal Kangaroo, verso la metà di novembre di quell’anno egli fece a New-York, in una Hall della Quarta Avenue, fra la 19a e la 20a strada – ora demolita – una conferenza in lingua italiana sulle condizioni d’allora e sulle speranze dell’Italia. Vi assistettero tutti gli italiani più colti di New-York, oltre parecchi americani amanti del nostro paese e profughi stranieri. L’introito fu da Alberto Mario mandato a Mazzini.

Avendo sentito dire dai più vecchi italiani residenti a New-York che il discorso era stato stupendo, e che a loro pareva sempre di vederlo il giovane e biondo patriota, che parlava con l’accento di una profonda fede nella libertà della patria, che affascinava coi suoi grandi occhi e con la bellissima voce, provai un acuto desiderio di ricercare quel discorso ed ebbi la fortuna di rintracciarne una copia – l’unica, probabilmente, esistente – appunto fra le carte della famiglia della signorina Mary.

 

La madre di Mary, che aveva assistito alla conferenza, mi diceva che doveva essere stata scritta dall’autore durante la lunga traversata dell’Atlantico. A me è sembrata così interessante che, trattandosi anche di uno scritto inedito che è un vero documento storico, chiedo ai lettori il permesso di farne un sunto, citandone testualmente qualche brano.

La conferenza era intitolata: L’Italia, e portava questa epigrafe di Seneca: Vivere, mi Lucili, militare est. (Traduzione libera: Vivere, o fratelli, è pensare, patire e fare).

Cominciava così:

 

«Signore e signori: vi venne mai fatto d’incontrarvi in qualche patrizio di stirpe antichissima e gloriosa, presentemente decaduta e nella povertà? Ebbene; l’avrete veduto indolente e altiero, imbelle e millantatore: non vi avrà parlato che degli emblemi della sua arme gentilizia e vi avrà detto: – Questo berretto che sovrasta all’arme è il corno ducale; perchè io sono nipote di dogi: queste bandiere e queste lancie avviluppate, ricordano due miei arcavoli che mossero in Palestina guerrieri crociati. Ebbi fra gli avi miei magistrati integerrimi, letterati insigni, capitani che morirono sulle mura della patria. Sangui illustri per un lungo ordine di generazioni si mescolarono col sangue de’ miei maggiori. Non vi dirò nè dei palagi, nè delle ville, nè delle campagne che facevano straricca la mia famiglia.

«E voi, suppongo, avrete interrotto l’orgoglioso ripetitore dell’inventario gentilizio chiedendogli: – Ma tu che possiedi ora? quali sono le opere tue? – Ed egli: – Ma gli avi… – Che avi! parla di te, e rispondi. – E il pover’uomo avrà confessato mormorando: – Nulla!

«Ed a costui le genti straniere assomigliano l’Italia, e la chiamano patrizio spiantato e inetto, e le dicono con sorriso maligno: sta bene, ci hai affaticate le orecchie da lungo tempo narrandoci le tue glorie passate…»

 

Qui l’oratore, con uno squarcio mirabile in cui sono condensate le più belle pagine della nostra storia, diceva che gli stranieri ricordano che l’Italia, erede della civiltà greca, l’ha diffusa con le sue conquiste nel mondo noto agli antichi, traducendone il pensiero dall’ordine speculativo nella realtà delle istituzioni politiche e municipali, nella pratica delle discipline legislative alle quali tolse il carattere di ineguaglianza civile, che rompeva la società in frammenti gli uni sovrapposti agli altri gerarchicamente, e così si fece precorritrice dell’eguaglianza morale predicata dal cristianesimo.

Nei giorni crudeli e dolorosi in cui la decrepita razza latina si rifondeva nel violento rimescolamento con quelle truci orde venute dall’Asia, l’Italia, col mezzo dei suoi primi pontefici, ha alleggerite le sofferenze agli oppressi, inculcando nel cuore dei tormentatori le pietose dottrine del vangelo, disarmandone le ire e riducendoli a propositi più miti, e diede asilo segreto nei monasteri a quei tesori di sapienza antica che per poco si sottrassero alle devastazioni della barbarie armata; ha fatto conoscere, che mentre l’Europa dormiva il profondissimo sonno dell’ignoranza, ella, splendida di genio e di dottrina, sorgeva iniziatrice della civiltà moderna con quel miracolo di ingegno che fu Dante Alighieri, il quale non solo ebbe aperti nuovi mondi e vie inusitate alla poesia ed alle arti, ma sorse a formulare la più virile protesta pronunciata da labbro mortale contro il papato degenere e diventato principalissima e perpetua calamità degl’italiani.

 

Dietro quel Nume della sua letteratura ha fatto conoscere, come astri di corteggio intorno al sole, una schiera di spiriti pellegrini che svilupparono i germi del pensiero moderno raccolti e chiusi nella sintesi dantesca: Petrarca

 

…..Quel dolce di Calliope labbro

Che Amore, in Grecia nudo e nudo in Roma,

D’un velo candidissimo adornando,

Rendea nel grembo a Venere celeste;

 

al quale e al Boccaccio l’Europa è debitrice del primo saggio di restituzione delle opere greche e latine, di quel tesoro che, annotato, commentato e volgarizzato, si diffuse mercè le tipografie italiane: imperocchè fino dal 1465 le cento città tramutaronsi in officine ove si sudava alla perpetuazione delle idee.

In tal guisa richiamata l’attenzione e l’interesse del genere umano al mondo reale, esso fu sottratto al suicidio a cui lo avrebbe trascinato il trionfo della dottrina cattolica, la quale insegna che noi siamo qui di passaggio, che la nostra patria è il cielo, che i maggiori nostri nemici sono il mondo e la carne, che la virtù vera, l’ideale divino consistono nel celibato, nella macerazione del corpo e nella verginità custodita in mezzo ai chiostri.

 

A cura di Luigi Rossi (Bochum)

www.luigi-rossi.com

immagine: Alberto Mario

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