Alberto Mario a New York – Quinta puntata — Lombardi nel Mondo

Alberto Mario a New York – Quinta puntata

Adolfo Rossi (1857, Lendinara – †1921, Buenos Aires) è uno dei primi testimoni della grande ondata migratoria italiana diretta nelle Americhe. A lui si deve la testimonianza del viaggio di Alberto Mario e Jessie White a New York nel 1858. Come il rinvenimento dell’infuocato discorso che Mario tenne in una Hall della Quarta Avenue a favore dell’Italia unita.

– Però – continuava Alberto Mario – finchè rimane il fatto che l’Italia è serva, quel fatto ci vieta di rispondere vittoriosamente alle accuse e ai rimproveri degli stranieri; e siamo costretti a mormorare loro come quel patrizio – avete ragione. Se non che, è in nostra facoltà di poter soggiungere ciascuno e tutti: ma lavoriamo acciocchè quel fatto cessi. E potete voi affermarlo dal canto vostro? Se l’Italia, la santa madre nostra vi domandasse: O voi presenti, che fate per me? Quale risposta potreste darle? Non basta dire: «Laggiù si lavora a quest’uopo»; ognuno di noi è parte d’Italia; e vuolsi che la coscienza di ciascuno di noi ci ripeta: anche io adempio al mio dovere di cittadino.

Quindi raccomandava agli italiani residenti a New-York di non pensare alla distanza che li separava dalla patria, di associarsi e di porsi in comunicazione con quanti si affaticavano pel suo riscatto: la sola adesione morale sarebbe una forza aggiunta al cumulo delle forze che si stavano ragunando ed organizzando contro l’oppressione.

 

– Propagate la dottrina del dovere fra i vostri fratelli – diceva – ridestateli alla santa carità della patria se mai fosse muta nei loro petti: formatevi in compagnie, in battaglioni, in reggimenti, addestratevi alle armi: date il vostro obolo mensile per acquistarle: qui nel paese più libero del mondo, potete fare apertamente ciò che altrove ai fratelli vostri è interdetto. Provvedete così di trovarvi pronti alla prima chiamata del paese. Colla parola e coll’esempio mostratevi degni della libertà che volete conquistata alla vostra terra materna. Questo libero popolo americano non vedrà più in voi una gente dispersa sulla faccia del mondo senza tenda e senza intento come l’Ebreo errante, ma un sodalizio di confessori di un’idea, di sacerdoti d’una causa sacra e vi avrà in considerazione e rispetto e vi fortificherà della sua adesione morale e forse anche del suo aiuto.

 

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Nella seconda parte del suo discorso Alberto Mario esaminava la questione di sapere come e sotto quale bandiera l’Italia si sarebbe alzata a combattere la battaglia per l’unità nazionale e la sua indipendenza.

Si accusavano gli italiani di essere discordi; da ogni lato loro si predicava l’unione, perchè, secondo il vecchio proverbio, l’unione costituisce la forza.

– Ma, per avere la forza – diceva l’oratore – vuolsi l’unione di elementi omogenei, se no, in sua vece avremo miscuglio e confusione che generano la debolezza e l’impotenza. Vuolsi una bandiera che rappresenti l’idea nazionale, segni la via che conduce alla meta, e tolga le incertezze, le perplessità e i governi provvisori che partoriscono necessariamente la sconfitta. Si è mai veduta unione più meravigliosa di quella degli italiani nel 1848? Tutti ripetevano ad una voce: «Non si discuta ora di nulla! prima fuori lo straniero, poi c’intenderemo sul da farsi!» e furono veduti re, cortigiani, commissari di polizia, spie, preti, papa e popolo tutti in un mucchio per cacciare lo straniero, e dappertutto governi provvisori e bandiera neutra. E il risultato? L’Italia più schiava di prima. E perché? Perché quella era un’unione bastarda, un accozzamento assurdo di elementi eterogenei e intrinsecamente nemici.

 

E qui esaminava codesti elementi e per giudicare il carattere e le tendenze del popolo italiano, ne indagava la vita anteriore. Qual è, domandava, la vita passata del nostro popolo, quale la sua tradizione storica? La risposta si compendia in un motto: la repubblica.

 

Non andrò, diceva, così lontano da cercarvi le prime radici della tradizione italiana nelle trentasei Lucumonie etrusche, gloriosissima federazione repubblicana che comprendeva oltre due terzi d’Italia, quanto è chiuso tra il Ticino, le Alpi, il Po, l’Arno, il Tevere – da Ercolano e Pompei alla città di Adria: – non nelle repubbliche della magna Grecia e di Sicilia; non nella Repubblica Romana e nell’Impero, degenerazione, o meglio trasformazione della Repubblica Romana, ove l’imperatore era elettivo, né osò mai chiamarsi re, e imperatore significava comandante di eserciti, e durante l’Impero si è gettata una delle basi del principio repubblicano avvenire – l’uguaglianza sociale.

La Repubblica aveva dichiarata l’uguaglianza fra gli Dei, e aperse il Pantheon a tutti indistintamente.

Stabilito questo principio, doveva derivarne logicamente l’uguaglianza fra gli uomini, perché la società umana è sempre un raggio riflesso della sua religione. I Cesari, pertanto, furono gli esecutori necessari e forse inconsapevoli del programma religioso della repubblica romana. Studiate Tacito e ravviserete nei Cesari due persone distinte – il mostro e il legislatore. – E voi forse stupirete udendo che Augusto assicura la libertà e la dignità delle donne; Tiberio stabilisce in nome dello Stato il credito fondiario senza interesse; Nerone rende gratuita la giustizia e propone di abolire le imposte, difende la causa degli affrancati contro la nobiltà, e Domiziano ne assicura l’uguaglianza coi cavalieri, e Claudio rende inviolabile la vita degli schiavi; Adriano Commodo e Alessandro proteggono lo schiavo dalla prostituzione, dall’abbandono e persino dall’ingiuria, e Caracalla sorpassa il pensiero dei Gracchi riconoscendo l’uguaglianza sociale in tutto il mondo romano, tanto è grande, nota Edgardo Quinet, la potenza di un nuovo dogma quando comincia a penetrare le istituzioni sociali, che i mostri stessi vi obbediscono! I Cesari, che sembravano altrettante barriere all’innovazione, ne divengono gl’istrumenti servili. Taluno di quei feroci trascina ruggendo il carro dell’umanità. Ma lasciando in disparte queste epoche remotissime, benché si rapportino alle posteriori e recenti per una catena di nessi, per una sequela di germi sviluppatisi più tardi e che sfuggono agli osservatori superficiali, basta limitare le osservazioni all’età moderna.

 

 

A cura di Luigi Rossi (Bochum)

www.luigi-rossi.com

 

immagine: Alberto Mario e Giuseppe Garibaldi

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