Alberto Mario a New York – Settima puntata — Lombardi nel Mondo

Alberto Mario a New York – Settima puntata

Adolfo Rossi (1857, Lendinara – †1921, Buenos Aires) è uno dei primi testimoni della grande ondata migratoria italiana diretta nelle Americhe. A lui si deve la testimonianza del viaggio di Alberto Mario e Jessie White a New York nel 1858. Come il rinvenimento dell’infuocato discorso che Mario tenne in una Hall della Quarta Avenue a favore dell’Italia unita.

Finalmente suonò l’ora della resurrezione universale dei popoli. La rivoluzione francese del 1789 diede il segnale del riscatto. La testa di Luigi XVI rotolata ai piedi del patibolo dimostrò che il diritto divino e l’umano appartengono agli oppressi, dopo di cui la storia rovesciò il volume e cominciò a scrivere il cominciamento della fine.

D’allora mutarono i protagonisti del gran dramma della vita: prima erano i re, poi principiarono ad essere le nazioni: scoppiata la lotta definitiva fra queste e quelli, fu una vicenda di disfatte e di vittorie.

 

A questo punto Alberto Mario domandava:

 

– Quale è stata la condotta dei re nostri in Italia? Tutti in compagnia dell’Austria, loro naturale sostegno, studiarono di opporsi al torrente delle nuove idee. Il re di Piemonte cercò d’impedire il passo delle Alpi ai repubblicani francesi: vinto e minacciato anche dal popolo, fuggì in Sardegna; il papa fu fatto prigioniero e il re di Napoli riparò in Sicilia. Poco di poi piegate le sorti in loro favore si vendicano atrocemente da Napoli sino a Torino, e migliaia di patriotti periscono per mano del carnefice, e fra essi gli uomini più eminenti d’Italia, o agonizzano nelle segrete, o errano sulla via dolorosa dell’esilio. Nel 1820 e 21, ridestatosi nel popolo il sentimento dell’indipendenza nazionale, egli ne commette l’incarico ai principi che simularono di partecipare, ed è tradito tanto a Napoli come altrove da re i quali passarono in Ispagna sotto le armi francesi a combattere quella medesima costituzione che avevano giurata dinanzi a Dio ed agli uomini. E quivi comincia la tragedia dello Spielberg.

 

Continuava ricordando che nel 1831 questo popolo insorge di nuovo e crede nel duca di Modena. Il duca svela il disegno all’Austria, fugge in Mantova, trascina seco Ciro Menotti, depositario di tutto il segreto e capo della cospirazione, ritorna e lo impicca.

 

Nel 1833 nuova illusione, un re italiano offre all’Austria, in espiazione dell’antica macchia di carbonaro non abbastanza lavata al Trocadero, un’ecatombe di patrioti, e onde cattivarsela con nuovi segni di sincera amicizia dà la mano di suo figlio a un’arciduchessa,

 

Nel 1848 il popolo sorge con tale unanimità di sforzi, con propositi così risoluti e con auspici tanto favorevoli che parve anche agli stessi nemici il tempo segnato dal dito di Dio per la libertà d’Italia, anzi per la libertà europea.

 

Un’altra volta il popolo italiano, immemore delle terribili lezioni avute, generoso sempre sino ad essere incauto, ne affida il còmpito sublime a due dei suoi re ancora tiepidi del sangue dei fratelli Bandiera, di Vochieri e di Effisio Tola: al granduca di Toscana austriaco e al papa che non ha patria. Che ne consegue? Il papa, alla vigilia della vittoria finale, disapprova la guerra con una lettera-enciclica, e santamente intenerito, stringe in un amplesso paterno i croati suoi figliuoli in Cristo; il granduca cospira occultamente con l’imperatore, e intanto spreme sugo di papaveri sulla Toscana commossa, e più tardi fugge; il re Bomba pensa a massacrare la Sicilia, richiama le truppe dal teatro della guerra nazionale, insanguina Napoli co’ suoi svizzeri, e spergiuro e scellerato riconfermasi re assoluto.

 

L’altro re stassi spettatore indifferente alla lotta ciclopica dei milanesi, e arresta al Ticino la gioventù ligure-piemontese che correva a dividere con Milano i cimenti e la gloria. Cacciati gli austriaci dal popolo, il re costretto dalla minacciosa attitudine dei propri sudditi, passa il Ticino cinque giorni dopo la vittoria lombarda, collo scopo reale dichiarato alle potenze europee di soffocare lo sviluppo della rivoluzione e con quello apparente dichiarato agli italiani di aiutarli fraternamente all’espulsione degli austriaci oltralpe.

Intanto lascia libera la ritirata agli Austriaci che poteva tagliare per la via di Piacenza e di Cremona, si accampa fra l’Adige e il Mincio; in vari scontri col nemico, vince ma non profitta mai della vittoria, e così spegne l’entusiasmo e scema il valore mirabile delle sue truppe, rifiuta il sussidio dei volontari, ammorza l’ardore del popolo, ordina alla sua flotta di non attaccare l’austriaca, lascia aperta la porta del Tirolo, non si cura punto del Veneto, offre agio al nemico di rimpolparsi con nuovi rinforzi, viola i patti preliminari di decidere le sorti interne a guerra vinta, volendo che i Lombardo-Veneti si fondano nel suo regno.

Ottenuta la fusione il 29 maggio, lascia massacrare nel giorno medesimo quasi sotto ai propri occhi in Curtatone e Montanara 5000 fra Toscani e Napoletani che combatterono un giorno intiero contro 16.000 Austriaci. Attaccato egli pure il giorno appresso in Goito, comechè i Piemontesi fossero inferiori di numero sul campo di battaglia, rovescia e sbaraglia Radetzki, che disfatto si ritira in Verona.

 

E qui il sovrano invece di profittarne inseguendo il nemico, si arresta in Goito e dà un crollo mortale alla fede e alla disciplina dell’esercito, e fa dire al Parlamento in Torino, per bocca di Franzini, ministro della guerra, che non venne perseguitato il nemico, perché pioveva, quasi che per gli Austriaci il cielo fosse stato sereno. Nella giornata di Goito ebbe anche Peschiera resasi per fame.

 

A cura di Luigi Rossi (Bochum)

www.luigi-rossi.com

immagine: lapide sulla tomba di Adolfo Rossi (Lendinara)

Document Actions

Share |


Condividi

Lascia un commento