Speranza Argentina (prima parte) — Lombardi nel Mondo

Speranza Argentina (prima parte)

Il nuovo lavoro di Claudio Mori e Arnaldo Ceccomori, il cui titolo sembra rimandare a un tango, ricorda aspettative, chimere e successi che germogliavano tra gli emigranti vigezzini in Argentina
Speranza Argentina (prima parte)

Speranza argentina – prima parte

Cesarina Lupati, in «Argentini e Italiani al Plata» (Milano, 1910),  scrive a proposito del «sospirato mondo» sulle cui rive approdarono per decenni migliaia di emigranti: «Questa terra bassa, piana, facile all’approdo, sterminata, sembra invitare; ha la fisionomia di un paese semplice, libero, fecondo. Non cipiglio di dirupi, non ostilità di scogliere, non miraggio incantato di monti eccelsi, di vegetazione fantastica: nulla di tutto ciò che può abbagliare, illudere, che può turbare lo spirito e illanguidirlo nella contemplazione; invece, una terra che nulla promette, ma che forse tutto donerà; una terra distesa in placida dolcezza, come dicesse: “Venite, energie umane, io sono buona e ricca e immensa. Venite, voi braccia forti alla fatica, che sapete trarre tesori dalle zolle turgide di linfe; voi, menti affaticate dalle ansie cotidiane di una piccola vita disagiata e battagliera; voi spiriti ribelli alle vecchie ipocrisie del vecchio mondo, dove nessuno è mai ciò che vorrebbe, che potrebbe essere, ma ciascuno finisce col diventare ciò che la tradizione, il pregiudizio, la convenienza, vogliono che egli sia: venite! Voi irrequieti, voi impazienti, voi audaci che soffocate nella piccola cerchia di malfermi interessi, che anelate un vasto campo d’azione e vi sentite tanto forti da gettarvi dietro le spalle il passato e da sfidare l’avvenire con un’arma sola, la volontà, venite: io sono per voi!

Io ho la pampa per i liberi puledri, il campo per gli uomini forti, la città vasta per gli astuti che sanno cimentare la fortuna.

Venite! Il vento che spazia sulla mia immensa pianura è vento di libertà; il fiume che porta il nome della ricchezza, non cela, no, nelle sue sabbie, come il classico Reno, il favoloso tesoro d’una morta leggenda, ma irrora un paese che veramente rinserra una segreta fortuna”».

 

1 È uscito in questi giorni «Speranza Argentina» di Claudio Mori e Arnaldo Ceccomori, un’opera che mi ha fatto riandare alle righe della dimenticata scrittrice lombarda che vide in questo Paese una sterminata e fertile Terra «per le speranze di milioni di emigranti». «Terra arabile, immensa pianura, landa deserta che la mano dell’uomo con l’attività paziente, continua, intelligente può e deve nel corso dei secoli trasformare in una perenne sorgente di ricchezze, e forse in un giardino…» ebbe ad osservare in «L’Emigrazione Italiana nell’Argentina» G. Jannone, in uno stimolante volumetto del 1891 (Napoli, Tipografia Giovanni Testa).

Ho ripensato anche all’esperienza del poeta Dino Campana, cui l’Argentina appare, sin dai primi sguardi, un mondo bizzarro e grottesco: una «… città grigia e velata. / Si entra in un porto strano…». Dove «… Gli emigranti / Impazzano e inferocian accalcandosi / Nell’aspra ebbrezza d’imminente lotta.» (da Buenos Aires, Canti Orfici, Milano 1972). 

O agli emigranti che Edmondo De Amicis vede partire dal porto di Genova e ai quali dedica un carme (che molti di noi dovettero imparare a memoria) e un saluto: «Addio, fratelli! Addio, turba dolente! / Vi sia pietoso il cielo e il mar clemente, / V’allieti il sole il misero viaggio; / Addio, povera gente, /Datevi pace e fatevi coraggio».

Cesarina Lupati, sin dai suoi anni giovanili e dalle prime opere, dimostra un grande interesse per il mondo dell’emigrazione, impegnandosi spesso per le cause degli espatriati. Dino Campana proverà l’esperienza (come testimonia nel brano conclusivo di «Pampas») della rinascita: «Sotto le stelle impassibili, sulla terra infinitamente deserta e misteriosa, dalla sua tenda l’uomo libero tendeva le braccia al cielo infinito non deturpato dall’ombra di Nessun Dio». Una libertà che gli era apparsa già nel porto di Buenos Aires, nelle sembianze d’«un ragazzo … prole di libertà …»

Edmondo De Amicis, ottimo osservatore del fenomeno migratorio, deve la sua scelta di impegno sociale e politico al viaggio compiuto su un piroscafo stracolmo di emigranti. Al contatto con una massa proletaria che inseguiva «libertà e lavoro».

 

2 Il nuovo lavoro di Claudio Mori e Arnaldo Ceccomori, il cui titolo sembra rimandare a un tango, ci ricorda aspettative chimere successi che germogliavano in particolar modo nelle Terre d’Oltreoceano. È un altro lavoro imperniato sull’espatrio dalla Valle Vigezzo. Nel 2010 avevamo letto «Dalla Valle Vigezzo al Rio Grande Do Sul (Storia dei cugini Giorgis, 1853-1927)», nel 2011 «Siskiyou Road (Dalla Valle Vigezzo al Nord California, 1896-1928)», nel 2012 «Rue des Lombards (La Famiglia Mellerio raccontata da Joseph Mellerio)»: letture complete di documentazioni, immagini e testimonianze inedite sull’emigrazione dai centri vigezzini, in particolar modo Santa Maria Maggiore, Crana e Craveggia, verso lontani Paesi alla ricerca della fortuna, con occupazioni nel commercio, artigianato e industria, ricordandoci che «l’obbligo all’emigrazione» colpiva, da sempre e senza eccezioni, ogni famiglia della Valle.

Questo fenomeno, per secoli diretto verso la Francia, l’Olanda e la Germania, ha messo in luce personaggi che appartengono alla storia del Vecchio Continente, facendo fiorire infinite e affascinanti leggende, tanto che la Valle Vigezzo sembra tramutarsi, come già detto in altre occasioni, in una mitica Macondo alpina. Spazzacamini e mercanti, imbianchini e pittori, gioiellieri e banchieri, distillatori e avventurieri, balie e donne di servizio. Donne e uomini e bambini impegnati, a partire dal 1500, in una gara per la sopravvivenza, oltreconfine e in patria. Già sul finire del 1600 si mettono in luce alcune famiglie e dinastie il cui nome (in Italia e nel Mondo) è ancora oggi sinonimo di creatività, innovazione, cocciutaggine e intraprendenza: Mellerio, Feminis, Farina (con i rami di Maastricht, Colonia, Düsseldorf, Parigi), Borgnis, Giorgis, Mattei, Cantadore, Ciolina, Zanoli, Jelmoli, Cioja, Zani, Bona, Rassiga, Barbieri, Simonis, Gennari… Con le loro attività e le decine di lavoranti e apprendisti hanno portato nel mondo luoghi e memorie vigezzine, grazie a capacità di adattamento straordinarie, raggiungendo spesso un «favoloso e meritato» successo economico.

A questa Valle è mancato un «sognatore» in grado di raccogliere le memorie di una emigrazione che supera monti e pianure, deserti e oceani, riuscendo a distillare, passo dopo passo, il meglio dell’espatrio. O, semplicemente, qualcuno in grado di «impastare», utilizzando la plurisecolare esperienza migratoria vigezzina, qualcosa di diverso dal solito folklore.

 

3 Tutta la Valle Vigezzo, a partire dal 1500, è sostenuta dal movimento migratorio che fornisce «pane e cotica», procurando quei capitali che serviranno a mostrarci la Valle che oggi ammiriamo. Non solo: l’espatrio fa fiorire, nei centri maggiori e minori, storie e leggende che hanno dell’incredibile (dall’Acqua di Colonia alle avventure e sofferenze degli spazzacamini, dal successo dei chincaglieri ambulanti alle gioiellerie parigine e rinomati negozi di moda, dai depositi mercantili agli sportelli bancari di Amsterdam e Düsseldorf…).

I lavori di Claudio Mori e Arnaldo Ceccomori, ormai vera e propria collana dedicata alla presenza vigezzina nel Mondo, sono un ricchissimo archivio di immagini e documenti (dalle lettere alle opere letterarie, dagli estratti degli archivi comunali alle fotografie): racconti che narrano una straordinaria avventura sociale, economica e culturale che interessa non solo la ristretta area vigezzina, ma tutto l’arco alpino e una nazione che sembra non aver tratto profitto dal plurisecolare fenomeno dell’espatrio.

Tra il XVI e XX secolo, i vigezzini si trovano a calcare i sentieri, dapprima europei, in seguito d’Oltreoceano, di Paesi disseminati in una sterminata geografia (politica, economica, fisica, sociale, linguistica e culturale). Quasi sempre riescono a superare le diverse difficoltà che incontrano. Vincono spazi sconfinati, superano catene montuose e oceani, diventano parte integrante e forza propulsiva di un nuovo universo linguistico, culturale, sociale ed economico. Le esperienze fatte in Europa, successi e delusioni, si ripetono anche Oltreoceano. In California, come in Brasile. E in Argentina.

 

4 L’Argentina abbisognava di muratori, operai, artigiani, contadini. Nel 1854 un dispaccio inviato al ministero degli Affari Esteri di Torino da parte dell’incaricato d’affari a Buenos Aires, Marcello Cerruti, avvertiva che non servivano intellettuali ma

 

 

“ […]

1° Contadini intelligenti e robusti. A questi si offrono ordinariamente delle terre dividendo seco loro il prodotto, ed a capo di pochi anni possono essi divenire proprietari.

2° Muratori e capimastri. Un buon muratore s’impiega immediatamente a sei franchi al giorno; un buon capomastro a dieci. Se poi questo capomastro ha qualche leggiera tintura della scienza al punto di dare un piano, può guadagnare dai quindici ai venti franchi al giorno.

3° Cuochi. Un buon cuoco, di scuola così detta francese come quella dei nostri alberghi primari a Torino, trova qui un impiego sicuro ed una certa fortuna. Un cuoco discreto come quello degli alberghi secondari, trova cento franchi al mese oltre all’alloggio e mantenimento.

4° Lavoranti da confetturiere ma di cognizioni varie, abili nella confettureria secca, nei canditi, nelle composte, nelle paste e nei siroppi.

5° Calzolai, o per dir meglio, lavoranti da calzolaio, ma dei veramente perfetti. Qui si lavora bene come al Palais Royal a Parigi, e la classe media non porta che calzature eleganti e costose.

6° Lavoranti di sarto (ma non sarti) i quali sappiano tagliare con qualche eleganza e cucire perfettamente secondo il metodo inglese o francese.

7° Donne di servizio per tener cura dei ragazzi e per la pulizia di una casa. Se sono cuoche tanto meglio. Si richieggono, per altro, giovani, robuste, intelligenti, con abitudini di nettezza e non soverchiamente brutte. Se sono maritate e vengono col marito, hanno maggiore probabilità d’impiegarsi.

8° Fabbri ferrai di prima capacità, che conoscano se è possibile un poco la meccanica al punto di rifare un pezzo di macchina. Per dirle quanto nei nostri paesi s’ignora il vero stato d’industria di queste regioni, mi contenterò farle sapere che un vapore francese giunto a Corrientes con un bilanciere rotto, trovò in quel paese un distinto fabbro che gliene rifece uno perfetto come quello era destinato a surrogare”.

 

Per più di mezzo secolo l’Italia vedrà partire i suoi contadini e artigiani, sarte e casalinghe e contadine, camerieri e muratori e imbianchini. Una vera e propria emorragia che la Penisola, nonostante le rimesse, pagherà a caro prezzo.

 

5 Tra il 1870 e il 1900 arrivarono in Argentina circa 760.000 italiani. Dal 1900 al 1920 1.570.000. Molti di questi emigranti lavoravano da «scuro a scuro», riposando pochissimo e cercando di risparmiare il più possibile per riscattare un fazzoletto di terra in Patria o aiutare chi non era partito con loro. Non pochi ritornavano al paese natale a fine primavera per i lavori nelle valli o nei campi e ripartivano nel tardo autunno per «faticare un’altra stagione Oltreoceano».

La comunità italiana disponeva di una sua organizzazione e protezione sociale, «come dimostrano la costruzione a Buenos Aires dell’Ospedale italiano iniziata nel 1854, e terminata l’8 dicembre 1872, e la fondazione della società di mutuo soccorso “Unione e Benevolenza” del 1858. Cinque anni dopo, nel 1863, nascerà anche il primo giornale, “La nazione italiana”».

Carlo Cerboni, nel suo libro sull’Argentina (Roma, Voghera 1898), scrive: «A Santa Fè, dove le colonie che saranno un giorno città , si chiamano coi nomi di Victor Emanuel, Florencia, Cavour, Nuova Torino, Bella Italia, Umberto I, Regina Margherita, Garibaldi, Caracciolo, Nuova Roma, quasi a ricordare a ogni pié sospinto la patria d’origine dei fondatori, a Santa Fè i proprietari italiani non sono meno di 12.000 e posseggono per circa 67 milioni di terre».

Luigi Einaudi, nel 1900 libero docente all’università di Torino, futuro presidente della Repubblica italiana, chiosa nel seguente modo: “[…] Stiamo dimostrando al mondo che l’Italia è capace di creare un tipo di colonizzazione più perfetto ed evoluto del tipo anglo-sassone”, a suo giudizio libera e indipendente la prima, militare la seconda. E come esempio di un’imprenditoria illuminata che diede lustro di sé in Argentina, eredi dei “principi mercanti” che fecero ricche Genova, Firenze e Venezia, porta ad esempio il caso di Enrico Dell’Acqua, imprenditore e commerciante cotoniero di Busto Arsizio che nell’America del Sud creò un impero industriale.

In Italia la Gazzetta di Torino così descriveva la colonia italiana:

«[…] Nella Repubblica Argentina gli emigrati Italiani con dimora stabile sono oltre i 280,000 e vi possiedono una florida Banca, oltre 100 società di Mutuo soccorso e un magnifico ospedale, una cassa pel rimpatrio, numerose associazioni filarmoniche, filodrammatiche, di divertimento, ecc. ecc.

L’agricoltura nell’Argentina è principalmente esercitata da Italiani che in numero di 34,000 circa popolano le 60 colonie agricole di S. Fé, che in numero di oltre 10,000 sono stabiliti nelle fattorie e colonie private di Entre Rios e inoltre rappresentano i 7/10 sul totale della popolazione censita di fresco in 25,000 anime delle 12 colonie agricole ufficiali nel Gran Chaco e nelle Missioni.

In Buenos Ayres si stampano 3 giornali italiani in grande formato e due periodici settimanali. Tutte le piccole industrie, le arti fabbrili, i mestieri più pazienti e produttivi sono in mano d’italiani».

 

(fine prima parte – continua)

 

Luigi Rossi (Bochum)

www.luigi-rossi.com

 

 

Claudio Mori – Arnaldo Ceccomori

Speranza Argentina

Pag. 194

€ 15

Isbn 9781 484181621

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