In carcere in Brasile, “ora rischia di morire” — Lombardi nel Mondo

In carcere in Brasile, “ora rischia di morire”

È in carcere da 45 giorni. Oggi compie 68 anni e dovrebbe festeggiarne 49 di matrimonio. Non lo farà. Non almeno dove avrebbe voluto farlo

Giuseppe Vezzoli, pensionato di Coccaglio, passerà le sue ricorrenze in carcere. A Maceio, capitale dell’Alagoa, stato del Nord Est brasiliano. Sul suo conto un’accusa pesantissima. Anche perché, come sottolinea il console italiano a Recife, Francesco Piccione, tutt’altro che dimostrata. Un paio di ragazzine minorenni, probabilmente supportate da tre adulti, l’hanno accusato di violenza sessuale. Poi, come riferisce il diplomatico, sono sparite nel nulla, lasciando nelle mani del Procuratore solo le loro dichiarazioni, nessuna prova oggettiva.

 

 

In una cella che riproduce condizioni impossibili, costretto a dormire in terra senza materasso e senza poter ricevere le cure del caso, Vezzoli rischia pesantemente. Diabetico, con disturbi cardiaci e costretto da anni ad assumere diversi farmaci al giorno, il 68enne di Coccaglio sta attraversando un calvario inumano, davanti al quale anche il Consolato italiano si è mosso chiedendo per lui gli arresti domiciliari.

 

«Se il Brasile è uno Stato civile – ha dichiarato al telefono il console – deve dimostrarlo. E liberarlo. Il signor Vezzoli è gravemente ammalato, e nonostante questo è costretto a dormire in terra, non riceve le cure adeguate e non mangia. Il giudice ci ha detto che è disposto a concedergli i domiciliari, ma sta aspettando che il procuratore gli dia il suo parere favorevole. Quest’ultimo, purtroppo, non si fa trovare da alcuni giorni».

 

 

La speranza per il dott. Piccione è che qualcosa si muova nelle prossime 48 ore. «Ci sono buone probabilità che gli vengano concessi i domiciliari. È il minimo che possa accadere».

Giuseppe Vezzoli va a svernare in Brasile ormai da anni. Con la moglie, la sorella e il cognato ha acquistato e ristrutturato una casa a Paripueira, una trentina di km a sud ovest di Maceio. Qui, nel villaggio quasi esclusivamente abitato da italiani, è di casa. Sei mesi all’anno, da otto anni a questa parte, gli sono bastati per diventare amico di tutti. Ma anche, secondo la ricostruzione del console e dell’avvocato che in Italia cura gli interessi dell’unica figlia, per attirare l’attenzione di malviventi locali.

 

 

Nel mirino del gruppo che l’ha accusato ci sarebbe proprio l’abitazione che si affaccia sull’oceano e che rappresenta il coronamento di una vita di lavoro. L’accusa di pedofilia, dicono tutti coloro che stanno seguendo il caso da vicino, sarebbe il tentativo di fargli abbandonare il Brasile e di privarlo di fatto della sua abitazione.

 

 

«Giuseppe non ha fatto nulla – ci ha detto al telefono la moglie Gabriella, che dalla casa di Paripueria aspetta notizie – del resto non può aver fatto nulla: è troppo ammalato. Nonostante questo sta rischiando di morire in carcere. L’ho visto domenica: sarà dimagrito 20 chili. Non ce la fa più: è disperato e convinto di morire in cella».

 

 

Pierpaolo Prati

 

www.giornaledibrescia.it

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