Emigrati d’Australia: rugby e birra nell’altro Far West — Lombardi nel Mondo

Emigrati d’Australia: rugby e birra nell’altro Far West

Terza generazione: prima esclusi e disprezzati, oggi i nostri connazionali sono una minoranza stimata
 

 

Gli italiani sono arrivati in Australia ad ondate. All’inizio del Novecento per lavorare in miniera. Durante il fascismo, per ritrovarsi etichettati enemy aliens durante la guerra e finire internati. Nel dopoguerra, a centinaia di migliaia, accettando ogni lavoro: minatori all’Ovest, tagliatori di canne nel Nord Est, muratori ed operai dovunque. Negli anni Cinquanta, c’era un quartiere di Sydney, il Leichhardt, celebre per i “cazzottatori”, gli italiani che, quando rifiutavano loro da bere chiamandoli dagoes o wogs, demolivano il locale. Oggi il quartiere e’ anestetizzato, ripulito, moderno. Ci sono locali alla moda e vita notturna. I ragazzi, d’italiano hanno solo il cognome, gli occhi, qualche ricordo di famiglia. Dei “cazzottatori” potrebbero essere i nipoti: figli dei figli. Sono istruiti ed eleganti. Descrivono i rari viaggi in Italia come esperienze romantiche, ma sconcertanti. L’Austalia, che ha sfamato i nonni ed istruito i genitori, e’ diventata moderna. L’Italia, soprattutto al Sud, e’ solo cambiata. Al posto di tradizioni comprensibili, meccanismi inconfessabili. Si ha l’impressione che i giovani italoaustraliani di Canberra, Melbourne, Adelaide, Perth vivano in un limbo culturale: sempre un po’ italiani in Australia, decisamente australiani per l’Italia. A differenza dei genitori, che tendevano a sposarsi con altri figli di immigrati, prendono moglie e marito come desiderano. La politica multiculturale degli ultimi 35 anni li ha aiutati, ed oggi sono una minoranza modello. Ma comunque una minoranza, con qualche problema di identita’. Questa non e’ piu’ la White Australia che guardava con sospetto gli italiani, ma la matrice resta anglosassone. Il calcio ed il cappuccino, ormai, sono ottimi; ma il rugby e la birra contano ancora di piu’. Se i genitori ed i nonni si lamentano delle pensioni e della legge sulla cittadinanza, i nuovi italoaustraliani sembrano ben disposti verso l’Italia. I pregiudizi associati con i primi immigrati (scuri, sporchi, inaffidabili) sono stati sostituiti da connotazioni positive. L’Italia e’ vista oggi come nazione sofisticata, ben vestita, ben nutrita. Oggi c’e’ un capitale simbolico nel fatto di essere italiani. La terza generazione ha un rigurgito di italianita’. E’ come se sentisse di doversi aggrappare a qualcosa. Molto infatti e’ cambiato: Northbridge, il quartiere italiano di Perth, oggi e’ pieno di bar asiatici e parcheggi. L’Italian Club, fondato nel 1934, e’ passato da 7.000 a 1.300 soci. Il tenore Beppe Bertinazzo e i suoi ricordi della Scala non bastano ad attirare i figli dei figli degli italiani. Non e’ facile essere giovani italoaustraliani nel XXI secolo. Le centinaia di associazioni italiane sono vitali, ma perpetuano riti, costumi e legami locali. Eppure l’Italia, confusa, magica, idealizzata, e’ sempre li, come un’isola sull’orizzonte. All’Italian Club di Perth, fra biliardi e fotografie sbiadite, parlano di calcio. In inglese spesso, pero’ ne parlano. E ai Mondiali 2006, come gli italiani di Germania, diversamente dagli italiani di Argentina e Brasile, tifavano quasi tutti per l’Italia. Hanno avuto un problema di coscienza solo quando gli azzurri hanno incontrato l’Australia. Poi qualcuno ha osservato come, in fondo, avere due squadre del cuore fosse la condizione ideale: “We can’t lose, non possiamo perdere!” Piu’ italiano di cosi’.

Fonte: Corriere della Sera

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