I diritti umani visti dal barrio — Lombardi nel Mondo
I diritti umani visti dal barrio
CARACAS – Creare un’associazione per la difesa dei diritti umani in un barrio di Caracas. E’ questo l’obiettivo che una giovane italiana laureata in giurisprudenza condivide con un collega spagnolo e un gruppo di abitanti di alcuni quartieri poveri della città.
La storia prende via all’interno dell’Università Bolivariana, l’ente formativo istituito con decreto ministeriale nel 2003 e inserito nella “Mision Sucre” per la formazione di livello universitario delle persone meno abbienti. Qui, Barbara Meo Evoli, 24 anni, romana, da un paio di mesi ha cominciato a insegnare “Diritto internazionale”.
“Tengo solo alcune lezioni all’interno del corso del docente di ruolo”, si schermisce Barbara, che è venuta in Venezuela per svolgere uno stage di tre mesi presso l’ambasciata d’Italia. Racconta che il contatto per collaborare con l’UBV è nato durante una vacanza in Croazia, la scorsa estate. Conobbe un ragazzo spagnolo che in Venezuela lavorava per gli enti formativi pubblici e da lì nacque il desiderio di vedere coi propri occhi cosa succede nel paese che Hugo Chavez vuole lanciato verso il “Socialismo del siglo XXI”. Il suo desiderio è comune a un buon numero di giovani europei, affascinati dal messaggio politico di Chavez. Per alcuni di loro nascono anche esperienze professionali non trascurabili per chi in madrepatria è costretto sempre più spesso al precariato di lungo corso.
“Sul Venezuela avevo letto soprattutto cose negative – dice Barbara – ma da qui ho potuto vedere che si fanno molte cose utili per i poveri. Il contatto umano che ho avuto con i partecipanti al corso mi ha dato molto, è stato importante per capire come vengono vissuti i cambiamenti nella società da queste persone”.
L’idea di creare un’associazione che possa difendere i diritti di chi vive nei barrios, è nata come prosecuzione naturale del lavoro svolto durante le lezioni. Gli studenti sono tutte persone con un’istruzione di medio o basso livello, che nei quartieri in cui vivono sono a contatto con violazioni quotidiane dei diritti umani. L’esigenza di cercare soluzioni alle ingiustizie di cui sono testimoni, e soprattutto di dare applicazione ai principi della costituzione venezolana, li ha convinti della necessità di questo progetto.
In un pomeriggio di un giorno infrasettimale, Barbara ci ha invitato nella sede provvisoria dell’associazione, nel barrio “Los Frailes de Catia”.
La direzione del locale collegio “Agustin Aveledo” ha messo a disposizione dei volontari una stanza attualmente inagibile, così le riunioni si svolgono nella aule lasciate libere dai corsi pomeridiani e serali delle Missioni “Robinson” e “Rivas”. L’associazione è stata da poco registrata ufficialmente con il nome di “Abriendo Caminos” ma per poter operare ha bisogno di ristrutturare lo spazio affidatole e di procurarsi le attrezzature necessarie. Servono risorse finanziarie e per questo è stata fatta richiesta all’Ambasciata d’Italia di donare, in via informale, computer e attrezzatture tecniche non più utilizzate.
Alcuni membri dell’associazione ci ricevono nell’atrio del collegio. Tra di essi c’è Jorge Lopez, il presidente. Ci conducono a vedere la stanza che dovrebbe servire da sede: è un vano senza serratura, situato nel retro dell’edificio principale, l’ingresso è avvolto da erbacce e rifiuti, manca la corrente elettrica e i muri sono completamente scrostati. C’è molto da fare ma l’entusiasmo non manca.
“Grazie alle iniziative del governo – dice Jorge, un chavista convinto che ci regala alcuni opuscoli sui “consigli comunali” e uno, con Chavez in copertina, sul “potere popolare” – abbiamo potuto conoscere i nostri diritti, imparare le leggi; è un diritto ma anche un dovere di ogni cittadino quello di far sì che le leggi vengano applicate. Con questa associazione vogliamo essere vicini alle persone che non conoscono le leggi e non sanno come difendersi”.
Attualmente, i membri dell’associazione sono una ventina, in maggioranza donne. Alcune sono presenti all’incontro e ci segnalano un caso esemplare di cui intendono occuparsi.
“Una signora senza casa – dice Nancy Guzman, una pensionata che ha lavorato per 27 anni come impiegata all’ospedale militare e si occupa di tenere gli atti dell’associazione – si è rivolta a un componente della nostra associazione. Ha dei figli e per dargli un tetto ha dovuto occupare uno spazio, ma non è una soluzione al problema. La costituzione dice che questa signora ha diritto come tutti a una casa dignitosa. Il caso è stato segnalato alla “Defensoria del Pueblo” che fino ad ora non ha fatto niente. Noi vogliamo impegnarci perché la signora ottenga una casa. Nel barrio la gente non conosce le leggi e per questo l’associazione è utile”.
Gulliek Ortiz è una casalinga, ha due figli, e nel tempo libero vuole impegnarsi – dice – per fare del Venezuela “un paese veramente di tutti, un paese bello come la fantasia”. “Nella costituzione si dicono cose molto belle – spiega – ma spesso non sono applicate. Molti soldi pubblici vanno persi perchè non si controlla come vengono spesi. E’ un nostro diritto, come cittadini che conoscono la legge, verificare come vengono spesi i nostri soldi. Io posso chiedere all’architetto e all’operaio che lavorano in strada cosa stanno facendo, perché lavorano per tutti”.
L’entusiasmo che muove queste persone è evidente. Sottolineano in coro che per la prima volta si sentono protagonisti della vita sociale, sentono in pieno il ruolo di cittadini “attivi” che la costituzione riconosce loro. Per alcuni sembra che la politica venga prima del resto, ma i più non fanno apertamente cenno a Chavez e alla “rivoluzione”. Il contributo degli stranieri come Barbara suscita gioia e stupore.
“Non speravamo in questa attezione di persone straniere – dice Gulliek –, grazie al corso abbiamo conosciuto francesi, spagnoli, italiani, norvegesi. Per noi è una cosa meravigliosa”.
La Voce d´Italia
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