L’Alpinismo è in lutto. È morto Walter Bonatti — Lombardi nel Mondo

L’Alpinismo è in lutto. È morto Walter Bonatti

Il grande alpinista, giornalista e scrittore Walter Bonatti, leggenda dell’alpinismo italiano, è morto improvvisamente, martedì sera 13 settembre, a Roma, per una malattia. La salma sarà trasportata a Lecco dove sabato e domenica verrà allestita la camera ardente
L'Alpinismo è in lutto. È morto Walter Bonatti

Walter Bonatti

Bonatti aveva compiuto da poco 80 anni. «Al più forte alpinista bergamasco e grande ambasciatore d’Italia nel mondo in occasione della stupenda vetta dei primi 80 compleanni, dagli amici della montagna bergamaschi ti giungano sinceri auguri, profonda ammirazione alpinistica e autentica stima umana». Questo il messaggio omaggio che la sezione del Cai di Bergamo gli aveva dedicato lo scorso 22 giugno 2010 per il suo compleanno.

 

Walter Bonatti è stato sicuramente infatti uno dei più illustri italiani e bergamaschi della storia dell’alpinismo. Walter Bonatti inizia la sua attività sportiva facendo il ginnasta nella gloriosa società monzese Forti e Liberi. Compie le sue prime scalate sulle Prealpi lombarde nel 1948, ma già dall’anno successivo inizia un susseguirsi di imprese dalle difficoltà estreme. Nel 1950 tenta la sua prima grande impresa: la parete est del Grand Capucin, un superbo obelisco di granito rosso mai scalato prima nel gruppo del Monte Bianco.

Nel 1953 compie la prima invernale alla parete nord della Cima Grande di Lavaredo e la prima invernale alla Cima Ovest. Poco prima della fine dell’inverno, con Bignami, in due giorni di scalata, raggiunge la vetta del Cervino aprendo una variante direttissima lungo gli strapiombi della cresta del Furggen. In estate, sempre con Bignami, compie delle “prime” sulle Alpi Centrali della Val Masino (Torrione Fiorelli per la parete nord, Picco Luigi Amedeo per lo spigolo sud-ovest, Torrione di Zocca per lo spigolo est), oltre alla scalata del Monte Bianco per il canalone nord del Colle del Peuterey e al Pizzo Palù per la parete nord lungo la via Feult-Dobiasch, percorsa in condizioni quasi invernali.

 

Bonatti è però soprattutto noto per la cosiddetta «vicenda del K2». «Quella notte sul K2, tra il 30 e il 31 luglio 1954, io dovevo morire. Il fatto che sia invece sopravvissuto è dipeso soltanto da me… » ha scritto nel suo libro «Le mie montagne». La vicenda è ormai nella storia dell’alpinismo: nel 1954 Bonatti partecipa alla spedizione italiana capitanata da Ardito Desio, che porterà Achille Compagnoni e Lino Lacedelli sulla cima del K2. Con i suoi 23 anni, è il più giovane della spedizione e il giorno prima che Lacedelli e Compagnoni raggiungano la vetta, Walter Bonatti scende dall’ottavo campo verso il settimo, per recuperare le bombole di ossigeno lasciate lì la sera prima da altri compagni. Con questo carico sulle spalle, insieme all’Hunza Mahdi, risale fino all’ottavo campo e di lì, dopo una pausa ristoratrice, fino al nono campo che nel frattempo era stato allestito da Compagnoni e Lacedelli.

Questi però, invece di allestire il campo dove era stato previsto la sera prima, in disaccordo con Bonatti, lo fissarono circa 250 metri di dislivello più in alto, rendendo a Bonatti e Mahdi impossibile individuarli e raggiungerli col buio della notte. Bonatti e Mahdi riescono ad arrivare nei pressi del nono campo poco prima del tramonto, ma non vengono aiutati dai compagni Compagnoni e Lacedelli, che invece di indicar loro la strada per la loro tenda si limitano a suggerire da lontano di lasciare l’ossigeno e tornare indietro. Una cosa impossibile, visto il buio che incombe, l’enorme sforzo già sostenuto dalle prime ore del giorno e soprattutto l’inesperienza di Mahdi a quelle quote e su quei terreni. Bonatti e Mahdi si ritrovano così soli a dover affrontare una notte nella «zona della morte» con temperature stimate intorno ai -50 °C, senza tenda, sacco a pelo o altro mezzo per potersi riparare. Solo alle prime luci dell’alba del giorno successivo i due possono muoversi e ritornare verso campo 8, dove giungono in mattinata: Mahdi riporta seri congelamenti alle mani ed ai piedi, ed in seguito subisce l’amputazione di numerose dita.

 

Bonatti rimane talmente deluso dall’atteggiamento dei suoi compagni che da allora predilige imprese prevalentemente in solitaria. Il contratto firmato da Bonatti prima della partenza per il K2, tra l’altro, gli impedisce di rilasciare interviste e resoconti della spedizione per un periodo di due anni. La versione dei fatti secondo Bonatti viene divulgata solo nel 1961, con la pubblicazione del suo libro «Le mie montagne». La vicenda però continua  a far discutere, tra articoli e  smentite su come andarono i fatti di quella notte. Si dovrà attendere il 2004 perché il Club Alpino Italiano, a seguito delle risultanze della propria Commissione d’Inchiesta, riconosca ufficialmente la versione di Bonatti come l’unica vera e attendibile relativamente alla vicenda del K2 e dopo il Club Alpino Italiano, anche la Società Geografica Italiana pone termine alla vicenda risalente al 1954 e chiarisce il ruolo di Bonatti nel raggiungimento della vetta.

La versione definitiva della vicenda viene stilata in un incontro organizzato solo nel dicembre 2008 a Villa Celimontana a Roma (sede storica della Società), con la presenza di Annibale Salsa (presidente del CAI), Franco Salvatori (presidente della Società Geografica Italiana), Claudio Smiraglia (presidente del Comitato Glaciologico Italiano, già allievo di Ardito Desio), Agostino Da Polenza (organizzatore della spedizione al K2 del cinquantenario) e Roberto Mantovani (storico della montagna). La versione di Bonatti viene quindi accettata, con grande onestà intellettuale, anche dalla Società Geografica Italiana, l’ambiente che tradizionalmente era stato più vicino a Desio. «A cinquantatré anni dalla conquista del K2, sono state finalmente ripudiate le falsità e le scorrettezze contenute nei punti cruciali della versione ufficiale del capospedizione Ardito Desio. Si è così ristabilita, in tutta la sua totalità, la vera storia dell’accaduto in quell’impresa nei giorni della vittoria… Si è (…) dato completa verità e dovuta dignità al grande successo italiano, una affermazione che ha saputo risvegliare, dopo gli anni bui, il vanto e l’orgoglio di tutti noi» ha scritto quindi il bergamasco.

 

Le sue imprese continuano negli anni. Dalla vetta del Gasherbrum IV al Pilastro Rosso di Brouillard. Apre varie vie al Petit Mont Gruetta e sulla parete nord-ovest della Grivola. Ritorna sulla parete sud del Mont Maudit e fa grandi imprese sul Cervino. Alpinista ed esploratore, il suo nome è anche collegato a celebri libri, anche grazie alle sue avventure vissute nelle sue spedizioni. Come quella nel 1967 quando giunge sull’Alto Orinoco ed entra in contatto con la popolazione indigena degli waikas Yanoami. Con due spedizioni (1967 e 1978) andrà alla ricerca delle sorgenti del Rio delle Amazzoni. Nell’ottobre 1968 si reca poi a Sebanga, nell’isola di Sumatra per studiare il comportamento della tigre al cospetto dell’uomo ed entra in contatto con i sakai, una popolazione di aborigeni provenienti originariamente dalle giungle malesi. Nel 1969 visita le Marchesi, dove ripercorre nella giungla il viaggio-fuga di Melville (dai più ritenuto una semplice invenzione a fini novellistici), quando era scappato dall’imbarco della baleniera dove prestava servizio, ed era poi stato prigioniero dei cannibali. Ritrova i luoghi precisi narrati da Melville e comprova la veridicità di tale storia. Nel 1970 è a Capo Horn, sempre in solitaria. Nel 1971 è in Australia, dove esplora il «centro rosso» e le sponde orientali del Lago Eire, nel Deserto Simpson. Nello stesso anno esplora per 500 chilometri i fiordi della Patagonia. Parte dalla Penisola di Taitao per arrivare fino alla Laguna di San Rafael, alla testata del ghiacciaio. Sempre nel 1971, col suo compagno Folco Doro Altan con cui ha già scalato le vette patagoniche nel 1958, naviga lungo l’intero corso del fiume Santa Cruz dal Lago Viedma fino all’Atlantico, con l’intento di ricordare la prima esplorazione del geografo Francisco Moreno avvenuta nel 1877, seguita a quella nel 1834 del giovane Charles Darwin che aveva dovuto rinunciare all’impresa dopo ventun giorni per le difficoltà incontrate nel risalire con le scialuppe del Beagle l’impetuosa corrente. Nel 1972 è in Zaire e in Congo, sul vulcano Nyiragongo e tra i pigmei.

 

Nel 1975 è sulle Terre Alte della Guayana. Nel 1976 è in Antartide, dove esplora le Valli Secche, con il prof Carlo Stocchino, leader della spedizione, Ivo Di Menno ed Enrico Rossi della marina italiana. Nel 1978 torna in Sudamerica, alla ricerca delle sorgenti del Rio delle Amazzoni.

Da qui un susseguirsi di libri e reportage che lo hanno reso famoso non solo come alpinista, ma anche come giornalista e scrittore.

 

Fonte: http://www.laprovinciadivarese.it/

Claudio Scaglioni – claudio.scaglioni@tin.it

18/9/2011

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