Campedelli: “Lascio con un patrimonio mantenuto e rinnovato di relazioni” — Lombardi nel Mondo

Campedelli: “Lascio con un patrimonio mantenuto e rinnovato di relazioni”

ESCLUSIVA/ Massimo Campedelli, mantovano, lascia la presidenza dell’Ong MLAL (Movimento Laici America Latina) dopo due anni e mezzo. L’intervista che ci ha concesso è servita a fare un’analisi di questa esperienza, conoscere lo stato dei progetti e il momento che vive la cooperazione internazionale.

Massimo Campedelli, mantovano, ha lasciato da pochi giorni la presidenza del MLAL (Movimento Laici America Latina), una delle ONG storiche e più importanti in Italia. In un’intervista esclusiva abbiamo voluto tracciare un bilancio dei due anni e mezzo di presidenza, capire il momento che vive oggi la cooperazione internazionale e conoscere il legame profondo che unisce Campedelli al continente latino. Ne è uscito un racconto appassionato e interessante, utile anche per capire in quali direzioni potrà andare la cooperazione allo sviluppo nei prossimi anni.

 

Signor Campedelli, lei ha ricevuto l’eredità di Enzo Melegari e in poco più di due anni ha saputo da un lato mantenere  e dall’altro rinnovare l’azione del MLAL. Quale è il bilancio che lei fa di questa esperienza?

 

Il bilancio è positivo perché la storia del MLAL è una storia ricca di relazioni, di rapporti, di vicende comuni, di scambi, di reciprocità e questo è il grande patrimonio che ho trovato e che ho cercato di mantenere e valorizzare.

Quindi in termini di relazioni l’attività è cresciuta, nonostante la fase di crisi economica che vive la cooperazione internazionale in generale.

Il Mlal opera con l’idea di essere una componente di una iniziativa pubblica per lo sviluppo, riteniamo che sia un nostro dovere quello di lavorare anche con controparti istituzionali. Noi tendiamo a lavorare sempre con quelle parti della società civile che hanno chiaro cosa significa lavorare per il bene comune, svolgere una funzione pubblica, promuovere interessi comuni piuttosto che particolari.

 

Quali sono i progetti più importanti che sta portando avanti il MLAL in questo momento?

 

I progetti sono tanti, anche se il numero è in riduzione, perché alcuni si stanno chiudendo ma mancano i finanziamenti per sostituirli con altri nuovi. L’attività è comunque robusta, in particolare vorrei sottolineare quattro esperienze significative:

 

         una in Marocco con una ONG, che si occupa dell’alfabetizzazione delle donne promosso dalle donne stesse

         uno in Burkina Faso, finanziato da una fondazione privata, di aiuto sanitario pubblico allo sviluppo; questo è un classico esempio del paradosso del privato che va a sostituire il pubblico laddove il pubblico è carente

         uno in Argentina sull’imprenditorialità giovanile nella grande Buenos Aires. Di fronte all’impoverimento del paese, il progetto mira a dare competenze imprenditoriali ai giovani; questo progetto ci sta aprendo una visione di intervento più complessiva nel Mercosur su questa tematica

         uno in Perù, nella parte amazzonica del paese, di sostegno alla difesa dei diritti umani dei cittadini in una zona già cocalera e oggi in declino economico

 

Il MLAL non sviluppa prodotti, ma attiva processi che generano cambiamenti, partendo dai contesti reali del territorio. Oggi è difficile fare cooperazione in questo modo, perché gli enti finanziatori ragionano con altri schemi.

 

Che momento è questo per il mondo della cooperazione internazionale?

 

E’ un momento molto duro. Esiste un problema di risorse, che in realtà è il sintomo di un problema più complessivo, e cioè quello della legittimazione della cooperazione allo sviluppo. Emblematico è il caso del nostro paese che ha ricevuto i richiami perché non ha rispettato gli impegni assunti: cito il caso di Genova, dove il nostro governo propose un fondo per la lotta all’AIDS, ma dopo tre anni non ha ancora versato un Euro.

Inoltre oggi il mondo della cooperazione internazionale è molto più variegato. Esiste un proliferare di attori che si sono internazionalizzati e oggi fanno cooperazione internazionale: penso alle regioni e agli enti locali, ma penso anche alle cooperative sociali.

 

Quali sono i problemi a suo avviso che maggiormente pregiudicano uno sviluppo latino americano nella direzione di una maggior giustizia sociale e una distribuzione più equa della ricchezza?

 

Posso dire che esistono due elementi che forse colpiscono più degli altri.

Il primo problema è la storia coloniale di questo continente. La dinamica della dipendenza si è protratta nei secoli, via via sotto forme diverse. Per ragioni geopolitiche, l’America Latina risente della vicinanza degli Stati Uniti, che considerando il continente latino come il cortile di casa hanno cercato attraverso una serie di trattati di riprodurre la dinamica della dipendenza. Quindi, possiamo dire che in generale è un continente abituato a dipendere dalla scelte degli altri.

In secondo luogo, è un continente che vive di dislivelli impressionanti. Ci sono parti di città e società all’interno dell’America Latina che sono avanzate quanto le metropoli europee; poi però ci sono picchi di povertà assoluta, che si scontrano con una ricchezza di materie prime enorme.

Da questi due elementi nasce naturale farsi una domanda: quale è la classe dirigente che può cambiare questa situazione? Esiste in America Latina un problema gravissimo di formazione di classe dirigente capace di essere protagonista di un cambiamento reale per la propria gente.

Esistono però segnali positivi. Il caso di Lula è paradigmatico. Al di là delle critiche che qualcuno gli ha rivolto, Lula rappresenta una classe dirigente popolare che si assume lucidamente la sfida del cambiamento del modo di governare.

 

Lei è legato all’America Latina anche da vicende familiari. Quale è il suo rapporto con questo continente? Cosa rappresenta per lei?

 

L’America Latina rappresenta innanzitutto per me i racconti da bambino che faceva mio padre, emigrato in Argentina e poi tornato in Italia. Poi l’America Latina è per me anche legata a una serie di figure che hanno rappresentato dei punti fondamentali: penso a Don Claudio Bergamaschi e don Maurizio Maraglio, che tanto hanno fatto per i poveri del Brasile. Penso poi ai tanti amici e i volontari del MLAL e non solo del MLAL.

Più in generale, l’America Latina rappresenta una stupenda varietà di persone, genti, contesti climatici, culture, microcosmi ambientali. L’impressione in America Latina è che un po’ tutto sia esagerato, esagerate sono la bellezza delle persone e della natura, la vegetazione, ma esagerate sono anche l’insicurezza e la povertà. Non ci sono mezze misure, è tutto tanto, in positivo o in negativo.

 

In questi ultimi anni sono sorti o ri-sorti una serie di movimenti o di idee, come quello del popolo della pace, quello dei forum sociali, quello degli ecologisti e molti altri. Pensa che queste idee creino un terreno fertile per aumentare la sensibilità della popolazione italiana nei confronti dei popoli latino americani?

 

In realtà di America Latina se ne parla poco. Pensiamo alla Colombia. In quale altro paese una guerra perdura ormai da quarant’anni? Però quanto se ne parla? Eppure la Colombia è un paese strategico a livello geo-politico.

In generale in Italia non si comprende l’importanza che questo continente riveste a tutti i livelli.

 

Come sarà il MLAL del futuro?

 

Ho lasciato da pochi giorni la presidenza, è stata eletta Emilia Ceolan, persona che io stimo molto. Io penso che il MLAL dovrà lavorare molto sull’idea di partenariato territoriale, cioè sul fatto di favorire scambi tra i sistemi territoriali italiani e europei da una parte e latino americani o africani dall’altra. Questo elemento fa parte della storia del MLAL, però oggi credo che da corollario debba diventare il prodotto centrale del cooperare del MLAL.

 

Fabio Veneri

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