Cartoline 58 — Lombardi nel Mondo

Cartoline 58

Nell’estate del 1914 si assiste al ritorno in Patria, nel colmo della stagione migratoria, di migliaia di emigranti italiani rimandati nella Penisola per la sola colpa di un passaporto rilasciato dal Regno d’Italia.
Cartoline 58

Spluga

Nel numero 10 (ottobre 1914) della Rivista mensile del Touring Club Italiano (160.000 copie!) si legge un singolare articolo. «Il grande rimpatrio», di Giovanni Bertacchi, descrive il rientro forzato di migliaia d‘emigranti, prime vittime dello scoppio della Grande Guerra che divampa nell’estate del 1914 (28 luglio). Un conflitto che distrugge sogni e progetti, obbligando molti dei rimpatriati a «servire la Patria» partendo per uno dei tanti fronti, pronti a morire, rinunciando a una «stagione di lavoro» e al pane per il prossimo inverno per sé e la famiglia.

 

Nell’estate del 1914 si assiste al ritorno in Patria, nel colmo della stagione migratoria, di migliaia di emigranti italiani rimandati nella Penisola per la sola colpa di un passaporto rilasciato dal Regno d’Italia.

 

La Grande Guerra, conflitto che richiese 9 milioni di vittime nei campi di battaglia, e altri 7 di civili che perdono la vita a causa di carestie ed epidemie, terminerà l’11 novembre 1918.

 

 

Sul giogo dello Spluga

 

«Ne passano ancora, ma più ne sono passati i dì scorsi. Camminavano a gruppi, a frotte, a sfilate: curvi la più parte sotto fardelli o valigie, liberi gli altri di tal peso, ma come gravati dal Niente medesimo che portava con sé: faccie abbattute ed incolte, occhi tra lo stupito e il dolente, stanche le vesti e i calzari […].

 

Era un ritorno o un esodo? Esodo era per certo, dai paesi dell‘opera loro; ma era, del pari, un ritorno, poiché venivan bene alla patria questi che camminavan così. Molti di tali raminghi, fedeli migratori di ogni anno, sapevano ogni anno il ritorno. Ma quello era un altro tornare: era un tornare a suo tempo, con tutto preparato nel cuore, con bene distinte le cose lasciate dalle cose che si sarebbero ritrovate. Questo, invece […].

 

Quando altre volte tornavano, molti di costoro eran lieti, o, se non lieti, sereni. Godevan se il giorno era limpido, perché i sensi meglio si effondevano per gli amati paesaggi; godevano delle brume e delle piove, perché ne venivano i dolci raccoglimenti e quasi vi si cullava il canto delle memorie. Regnando già intorno l‘autunno, essi sostavano nelle chete osterie, vi improvvisavano i cori e le danze, si concedevano le libagioni festose, in cui s‘intepidisse e colorasse la scena della natura intristita. Ma, questa volta, non è l‘autunno che li rimanda ai focolari: li ha snidati l‘estate. È sopraggiunta cieca e sinistra, là nei paesi stranieri; inondò del suo lampo gli opifici, piombò col suo tuono sugli aperti bivacchi della fatica e comandò lo sfratto, immediato, brutale, senza mercede. E quelli partirono così, fuggirono, muti, supini, obbedienti, poiché l‘espulsione veniva da una calamità senza legge.

 

[…] E pure il lavoro italico è ancora quello: son quelli ancora i nostri fratelli operosi, coorte del milione disseminato per tutta l’Europa, esuli dal lavoro italico, cittadini e coloni del lavoro continentale. […] sono i muratori discesi dai vaganti maestri comacini, che popolano di palagi e di ville le metropoli tedesche e francesi; gli scalpellini che lavoran la pietra ai lastricati stranieri, i tessitori degli opifici di Zurigo e del Vorarlberg, gli operai giovinetti delle vetrerie di Francia, i minatori e i fonditori del Lussemburgo: sono i braccianti, gli sterratori e i picconieri che preparano ai popoli i passi e i trafori dei monti.

 

Tutta questa innumerata famiglia prima non si vedeva. Velata nelle lontananze, raccolta negli anfratti della sua opera immensa, circolava co’ suoi flussi inavvertiti per le arterie della vecchia Europa. Ma sopraggiunse l’ora terribile: la miccia della gran mina europea, che usciva a fior di terra, aspettando una scintilla dal caso, si accese alla piccola vampa della revolverata di Sarajevo e quando il tacito fuoco fu per investire le polveri, lo sfratto improvviso si compì. […]

 

Or dove saranno domani questi tornanti alla patria? Troveranno lavoro, quanto ne basti al lor pane?[…] Certo questi migranti in cammino, sfrattati così alla guerra, sono un po’ tutti soldati: essi quasi raffigurano a noi lo scompiglio e il travaglio della storia che si strappa al suo ritmo quotidiano e che diventa la guerra. […] O case umanitarie, erette sui luoghi dei grandi passaggi o dove una grande opera si svolge; o scuole delle campagne e delle città, chiuse per gli estivi riposi, apritevi tutte ad accogliere la dolente invasione, siate voi gli improvvisati accampamenti della milizia inerme che torna! […]

 

Dove saranno essi, che faranno essi domani, questi rimandati alla Patria? Ecco, se ora ci fosse luogo a un bel sogno, io vorrei vedere la mia Patria raccolta tutta in sé stessa, curva sugli stessi suoi grembi, a cogliere, a scrutare, a sviscerare tutte le correnti ancora intatte della sua latente energia; vorrei vederla impetuosamente dominata da una foga di problemi nuovi, da un orgoglio di risoluzioni fulminee, ad arrestare quest’ora grande che passa, a rifecondare il dolore in un compito di opere nuove, a sciogliere l’enigma tormentato della sua incompiuta agricoltura, a ringiovanir la sua terra come un corpo che rinsangui tutte le sue vene, investendosi tutte queste sue forze tornanti […]».

 

Dallo Spluga, agosto 1914

 

 

 

Giovanni Bertacchi

 

Nota: L’articolo di Giovanni Bertacchi è riportato anche a pag. 64-65 de «L’Operaio Italiano» (periodico in lingua italiana dei Liberi Sindacati Tedeschi 1898-1914) di L. Rossi, edito a cura dell’Associazione dei Mantovani nel Mondo (2007).

 

 

 

Cartoline, rubrica di L. Rossi (Bochum)

www.luigi-rossi.com

 

 

 

 

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