Montevideo: il Comites collabori di più con le associazioni per il bene dell’Italia — Lombardi nel Mondo

Montevideo: il Comites collabori di più con le associazioni per il bene dell’Italia

Un connazionale con una vita intensa. Un passato forgiato dalla Guerra Mondiale, dall’aver vissuto il periodo fascista e dell’essere emigrato in Uruguay. Giovanni Costanzelli è nato a Finale Emilia in provincia di Modena nel 1930. Vito Francesco Paglia della redazione di Montevideo di Gente d’Italia, lo ha intervistato

Montevideo:

 

 

“Un connazionale con una vita intensa. Un passato forgiato dalla Guerra Mondiale, dall’aver vissuto il periodo fascista e dell’essere emigrato in Uruguay. Giovanni Costanzelli è nato a Finale Emilia in provincia di Modena nel 1930 e si sente un bellunese Honoris Causa”. Vito Francesco Paglia della redazione di Montevideo di Gente d’Italia, il quotidiano delle Americhe diretto da Mimmo Porpiglia, lo ha incontrato. Ne è nata un’intervista, che, pubblicata oggi dal giornale italo-americano, riportiamo di seguito integralmente.

 

“D. Cosa ricorda dell’Italia del periodo fascista, della guerra, della sua emigrazione in Sud America?

R. Sono stato educato da Mussolini, figlio della lupa, balilla e avanguardista. A tredici anni avevo la divisa con il moschetto e mi misero a far la guardia alle salme che venivano dal fronte. Il pianto, il dolore delle madri, delle mogli e dei figli che imprecavano contro la guerra e Mussolini mi fecero finalmente capire la drammaticità della guerra e come eravamo stati indottrinati. Il 10 giugno del 1940 in Piazza Venezia a Roma gli italiani risposero al Duce che volevano cannoni e non burro. Dopo due anni non avevamo più né burro né cannoni. Mio padre, chiamato alle armi, era istruttore dei carristi nel centro Automobilistico di Bologna. Quando vennero i tedeschi, l’8 settembre del 1943, lo chiamarono e gli dissero: da domani lei dirigerà la sua officina meccanica al nostro servizio e lui fu così obbligato a lavorare per i tedeschi. Il 25 aprile del 1945 vennero i partigiani e lo tacciarono di collaborazionista coi tedeschi. Giudicato dal Comitato di Liberazione Alta Italia, furono una ventina i genitori di tutte le orientazioni politiche a dichiarare che grazie a Costanzelli che aveva assunto i loro figli renitenti alla leva attraverso l’Organizzazione Todt tedesca, essi non furono deportati in Germania. Nel settembre del 1948, mio padre a 46 anni decide di partire per l’Argentina. Il 15 di gennaio del 1949 partii anch’io con la mamma, una sorella ed un fratellino.

D. E vi stabiliste in Argentina?

R. Ci radicammo a San Carlos di Bariloche, città della Patagonia Argentina fondata da Primo Capraro, un bellunese visionario, ma d’inverno c’era poco lavoro e lì soffrivo tremendamente il freddo. Colpito da una noiosa influenza nell’ottobre del 1951, decisi di venire a Montevideo perché avevo sentito dire che aveva spiagge bellissime. Dopo soli dieci giorni che mi trovavo a Montevideo mi invitarono a ballare in una fattoria e lì conobbi quella splendida ragazza che poi sarebbe diventata mia moglie.

D. Quando arrivò in Uruguay, cosa fece?

R. Avevo vent’anni e mi legai a diverse associazioni locali italiane: l’Associazione degli ex Combattenti e la Scuola Italiana di Montevideo e, naturalmente, con la venuta di Barcelloni Conti nel 1969, della fondazione della famiglia Bellunese dell’Uruguay insieme a Bruno Vignaga, Antonio Sacchet, Mario ed Emilio Toscani e Mario De Poi.

D. E che lavori ha svolto finora?

R. Dopo quindici anni in General Electric dove ho potuto completare studi di Controllo di Qualità e Relazioni Umane, insieme a mio padre ed a mio fratello Giorgio, iniziammo una attività privata nostra fabbricando mobili di Formica e poltrone d’auto per Fiat, Ford e General Motor. La domenica, con una quarantina di amici Bellunesi e Veneti ci riunivamo in una bellissima villa che ho sulla spiaggia del Rio de La Plata, a 18 km dal centro di Montevideo e li vennero al sole a scottarsi la pelle anche Barcelloni Conti, De Martin, Crema, De Fanti, Bona ed i Belumat.

D. Cosa la lega alle associazioni in Uruguay?

R. Già dal 1951 mia moglie, segretaria del segretario dell’Associazione ex Combattenti, che aveva studiato da maestra in Italia, era chi si incaricava di redigere i verbali di quella vigorosa associazione che sprizzava italianità per ogni dove. Fu così come mi vincolai con tanti italiani emigrati da ogni regione d’Italia. L’Ancri, Associazione Combattenti e Reduci Italiani, pubblicava un bollettino mensile informativo delle attività sociali. Io ero incaricato da Attilio Martello di Badia Polesine, che ne era il presidente, di fare le correzioni dei suoi scritti. Diceva che i Veneti non sentono le doppie e cominciai così a immedesimarmi di questa attività. Nel 1985, per raggiunti limiti d’età, ritiratosi Martello e presa la presidenza Fulvio Benini di Ferrara, essendo io segretario dell’Istituzione, presi l’iniziativa di cambiare il bollettino ciclostilato in un notiziario tipografato con fotografie, che contenesse la diffusione degli eventi di tutta la comunità italiana qui residente. Naturalmente che non mancai di affiliarmi alla Fusie (Federazione Unitaria della Stampa Italiana all’Estero).

D. Lei ha ricevuto diverse onorificenze vero?

R. Nel 1981 Pertini mi fece Cavaliere dell’ordine al Merito della Repubblica Italiana. Nel 1992 Scalfaro mi promosse Ufficiale dello stesso Ordine. Ciampi nel 2005 mi concesse l’Onorificenza di Cavaliere dell’Ordine della Stella della Solidarietà Italiana. Finalmente, Napolitano mi ha onorato con il titolo di Commendatore della Repubblica Italiana.

D. Da quanto fa parte del Comites e cosa pensa di questa istituzione?

R. Sono membro da 25 anni. Il Comites dovrebbe coordinare innanzitutto le attività sociali della collettività di comune accordo con le associazioni che sono la forza viva della comunità. Non faccio critica ai dirigenti del Comites locale che stimo e reputo abili ed attivi. Oggi però in seno al nostro Comites esistono varie correnti che rappresentano i patronati. Bisogna riconoscere che, i Patronati locali, sono quelli che negli ultimi trenta e più anni hanno lavorato per fare ottenere le pensioni ai lavoratori e pensionati italiani residenti in Uruguay. Il legame che c’è tra cittadini e patronati rischia però di lasciare fuori una fetta importante della nostra comunità: i dirigenti di associazioni regionali, culturali ed assistenziali. Che per me, ripeto sono la forza viva della comunità.

D. Oggi come vede la situazione?

R. Prima le associazioni ed il Comites erano più partecipativi. Oggi manca chi stimoli tutto ciò. Mi si potrà argomentare che il Comites non ha mezzi ed è vero, ma stimo che se convocassimo le associazioni con più frequenza potremmo avere migliori risultati. Anche le associazioni regionali languiscono. Troppe feste con pochi partecipanti. È lì che il Comites dovrebbe fomentare e stimolare l’unione delle attività sociali, culturali e del tempo libero. A suo tempo si è fondata anche la Federazione delle Associazioni Italiane (FAI). Si sperava che fosse questo un nuovo Comitato d’Intesa che stimolasse nuove attività, invece no.

D. Cosa sta accadendo secondo lei?

R. Succede che dei 90mila cittadini italiani che siamo oggi in Uruguay, solo il 6% è nato in Italia. Per il resto sono italiani naturalizzati dalla legge Tremaglia. La maggioranza di loro non parla italiano e meno ancora lo sa scrivere. Alle feste della nostra Patria non partecipano e i pochi che lo fanno non sentono il desiderio di sventolare quei 1350 tricolori che abbiamo regalato grazie a Tremaglia quando era Ministro degli Italiani nel Mondo. La Console Gaia Lucilla Danese ha smosso abbastanza le nuove generazioni, ma purtroppo non c’è risposta in egual misura. Riconosco che molte regioni stanno dando vita a corsi di lingua italiana, viaggi e aiuti a chi vuol rimpatriare. Purtroppo questo è il punto. Molti giovani vogliono il passaporto italiano per poter emigrare con facilità. E dopo che l’Uruguay ha speso anni ad educarli, quando sarebbe il momento di restituire ciò che la società ha dato loro, se ne vanno. Negli anni tristi della nostra emigrazione, gli italiani erano catalogati qui come persone umili, però oneste e grandi lavoratori. Magari i figli che studiavano nascondevano le origini del padre italiano ortolano o muratore. Oggi quei professionisti, figli dell’ortolano o del muratore, ostentano la laurea di avvocato o medico o ingegnere orgogliosi, con il passaporto in mano, di appartenere a quella stirpe italica quinta o sesta potenza mondiale”. Fonte: (aise)  

 

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