L’ITINERARIO IN TERRA TEDESCA DELLO STUCCATORE G. B. CLERICI DI MERIDE – Prima puntata — Lombardi nel Mondo
L’ITINERARIO IN TERRA TEDESCA DELLO STUCCATORE G. B. CLERICI DI MERIDE – Prima puntata
di Giuseppe Martinola
Se tracciamo sulla cartina del Mendrisiotto un triangolo che abbia ai suoi vertici Riva Vitale, Mendrisio e Stabio abbiamo delimitato la zona di clientela dell’antica famiglia notarile degli Oldelli di Meride che, per secoli, furono anche pubblici ufficiali della comunità ripense e, a tratti, di quella luganese. Perciò le loro carte, oggi custodite in alcune centinaia di cartelle nell’Archivio di Stato di Bellinzona, e non ancora studiate come meritano, sono una primaria fonte per la storia politica del Sottoceneri nel periodo della sudditanza. Alla famiglia appartenne uno storico ben noto, il padre Gian Alfonso autore del “Dizionario degli Uomini illustri del Canton Ticino”. Meno noto, anzi del tutto ignoto, è che fra tanti notai e cancellieri sorprendiamo anche un gruppetto di artisti, una mezza dozzina, fra Sei e Settecento: uno lo incontreremo, per incidenza, in questa comunicazione. Va aggiunto, ed è quello che ci premeva di dire, che gli Oldelli, più per amor di patria che per sete di guadagno, curarono anche gli spiccioli, magri interessi della foltissima e povera maestranza che da Meride e dai villaggi vicini battè assiduamente, coll’Italia, i paesi del Nord: Austria, Impero, Boemia, Polonia, Russia. Così il tempo venne accumulando nello studio degli Oldelli un’imponente massa epistolare, circa duemila lettere, tante ne sono rimaste, di quei mastri: nelle quali, ovviamente, si parla prima di tutto della piccola economia domestica, della minuta contabilità famigliare; ma se il mastro è loquace, e affabile o anche importante, volentieri s’abbandona a dar notizie dei suoi lavori, dei suoi incontri, dice come se la passa e con chi. Le notizie si addensano e crescono e si completano, e la storia dell’emigrazione prende vita in quelle lettere che vengono da lontano, scritte non sempre con mano impacciata, talvolta invece con mano abilissima negli svolazzi calligrafici che rivelano bene la mano educata del disegnatore, dell’artista: e una finestra si spalanca su un paesaggio inesplorato.
Fermiamoci sulle lettere dello stuccatore Giovan Battista Clerici di Meride, se non m’inganno quasi sconosciuto, che consentono di ricostruire l’itinerario dell’artista nella Germania occidentale, stazioni estreme Baden (con deviazioni a Strasburgo) e Lubecca, date estreme, per quel che risulta, 1697-1730, come dire tutta una vita o quasi passata in terra tedesca. L’itinerario, seguendo una successione cronologica, con qualche lacuna fin qui incolmabile, è il seguente: Baden, Bamberg, Würzburg, Closter, Fravostat (?), Baveri (?), Kassel, Wabern, Lubecca, Wahlstorf, Amburgo, Strelitz, Berlino, Mecklenburg, Eidelberga, Mannheim, Strasburgo, Grünstadt, Durlach, Karlsruhe, Darmstadt, Schweitzingen, Friburgo, St. Blasien, Obersom.
Ogni località indicata attesta non un passaggio casuale, ma una presenza fattiva.
Per ragioni, che non è il caso di esporre, non ho ancora potuto accertare la data di nascita del Clerici, che dovrebbe essere però intorno al 1680, né quella di morte riferibile comunque a un anno non posteriore al 1739. Sappiamo che era figlio di un mastro di nome Battista; che s’imparentò con un’altra famiglia d’artisti di Meride, quella dei Melchion o Melchioni; che fu maestro ai figli, Giovan Antonio il maggiore e Giuseppe Maria. Del primo, dopo la morte del padre, si perdono le tracce; l’altro, tra il 1741 e il ’46, operava nella zona fra Zurigo e Soletta, a sua volta con due figli, uno dei quali, Giovan Antonio, che rinnovava il nome dello zio, passò poi in Francia, «stucateur du Roy», con domicilio a Parigi, dove era ancora vivente nel 1771.
La prima notizia sul Clerici è del 1697. In quell’anno lo troviamo a Baden in Isvizzera alle dipendenze di Giovanni Betini di Breganzona di Lugano, e in settembre è raggiunto dal parente Stefano Ignazio Melchioni, pure stuccatore, che risale dai Grigioni col «signor pitore»: che il Clerici non nomina né qui né più avanti, lasciandoci l’impegno di dargli un nome. Due sono i pittori di Meride in quel torno di tempo. Uno è noto, ed è Francesco Antonio Giorgioli: meno l’altro, Quirico Antonio Giorgioli, che lavorò pure in Germania. Ma è il caso di concludere: resta l’imbarazzo della scelta.
Dal Betini, che pagava male, il Clerici si staccò verso la metà del ’98, cercandosi un altro padrone che fu il «signor Cadenazo», probabilmente Antonio Catenazzi di Mendrisio col quale già lavorava Giuseppe Rinaldi di Tremona: che partirà poi per Pereit, chiamatovi da Bernardino Quadri di Lugano. All’inizio del ’99 il Clerici è a Bamberga e nel maggio ha la fortuna di essere assunto dall’architetto e stuccatore Giovan Pietro Magni di Castel S. Pietro col quale farà tutte le «campagnie», cioè le stagioni, fino al 1701, e forse anche oltre. Un maestro, dirà lo scolaro, «Così buono, così galante e virtuoso che mai al mondo poteva desiderare il migliore».
In quel punto il Magni era diretto a Closter «Svarza» per incominciare certa opera accordata «con li frati». Sospesa all’ultimo momento, dovette cercar lavoro altrove. «Da una sventura – commentava il Clerici – grande fortuna è venuta, che il signor Magno ha acquistato di lavorar a Virzpurg (Würzburg) per il prencipe, ciovè nel castelo, e abiamo cominciato a lavorare alegramente il primo giugno e credo che vi staremo longo tempo perchè vi è asai da fare»; anzi in quelle «stance» v’era da fare anche per il «signor pitore», pur che partisse subito da Meride. Dopo un anno il Clerici dichiara di aver imparato molto dal Magni: «Io mi sono vanzato asai in questo tempo, in tuto l’inverno non ò perso un’ora e ò sempre lavorato dintallio (d’intaglio) continovamente. E’ un Signore che vede volentieri che la gente si aplica e facia bene». L’opera di Closter dovette però incominciare, se il Magni vi mandò il Clerici: il quale alla vigilia di Pentecoste era pronto a tornare a Würzburg quando si vide capitar davanti un altro parente Melchioni, Antonio, una testa bizzarra e fatta a modo suo, un irrequieto che si presentava in quest’arnese: «tuto bruciato e mal andato, senza denari e scarpe». Non avendo potuto essere assunto dal Magni «per eser tropo carico di genti», chiedeva al Clerici d’essere soccorso: che dopo averlo calzato, pagata l’osteria e messogli qualche soldo in tasca, lo avviò verso Bamberg dove sapeva che il «signor Breni» aveva bisogno di stuccatori. Anche questo Breni è del Mendrisiotto, e si tratta probabilmente di Enrico Brenni di Salorino. Tornato dunque a Würzburg, il Clerici riprese a lavorare accanto al Magni, fino al giugno del 1701, quando il padrone lo staccò nuovamente a Fravostat (?) per altri lavori. «lo sono fori di Virzpurg – scriveva a casa – a lavorare lontano dieci ore, ciovè trenta miglia, dove non vi è posta da scrivere in Itaglia, in una vila che si dimanda Fravostat a fare una sala con doi (due) squadretori e spero che presto verà fori il signor Gioseppe Rinaldi in compagnia, dove averemo di fare sino a mezo otobre in circa e poi torneremo a Virzpurg». Quando tornò era stuccatore finito. Ce lo dice la sua marsina. «Ho dovuto vestirmi perchè stava male con questa marsina strapazata, mentre in questi paiesi bisogna tenersi di più del suo stato a riguardo alla professione, e ò dovuto far marsina nova e camisola, calzoni, camise, crovate et altre bagatelle». Aggiunge che il Melchioni ha lasciato il Brenni e si è fatto assumere dal Betini, per il quale sta lavorando in una località a cinque ore da Durlach, ma ne ignora il nome.
Fine prima puntata
A cura di L. Rossi (Bochum)
www.luigi-rossi.com
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