L’ITINERARIO IN TERRA TEDESCA DELLO STUCCATORE G. B. CLERICI DI MERIDE – Seconda puntata — Lombardi nel Mondo
L’ITINERARIO IN TERRA TEDESCA DELLO STUCCATORE G. B. CLERICI DI MERIDE – Seconda puntata
di Giuseppe Martinola
Poi per quasi due anni del Clerici non sappiamo più nulla. Solo il 19 maggio 1703 egli annuncia che è arrivato sano e salvo a Würzburg, evitando i pericoli della guerra (di successione spagnola). Presta cinque fiorini al Melchioni perchè possa raggiungere Münster dov’è diretto; sono momenti difficili per tutti. Ecco un gruppetto di compaesani che trova forzatamente con le mani tasca, sono «il signor Gorini e signor Moresco e Toriani e Bolina», cioè un Gorini di Bizzarone, Carlo Moresco di Somazzo, di Mendrisio era il Torriani, di Mendrisio era pure il Bollina, tutti ansiosi di attender notizie da Stefano Ignazio Melchion che aveva lavoro a Hannover. Il Clerici trova anche il Magni, che gli annuncia che i lavori nel castello sono sospesi. E passerà poi a lavorare per un’altra società, quella degli stuccatori «Casteli e Gecci», che «son fori in una sala a Baveri». Anche il Castelli e il Gecci, che va letto Ghezzi, sono ticinesi: di Melide era Giuseppe Castelli, di Lamone Giovanni Ghezzi, i quali dopo essersi serviti del Clerici per alcune settimane a Baveri (storpiatura italiana di una località difficilmente riconoscibile) lo manderanno a Kassel a terminare una sala nel palazzo del Principe, sala che era stata incominciata da un «Pocci», cioè Pozzi, che risulta di Lugano, poi proseguita da Giuseppe Moggia, che non sappiamo di dove e non lo sapeva neppure il Clerici che ultimò 1’opera verso l’ottobre di quel 1703. I due stuccatori che l’avevano preceduto erano stati vittima dell’inimicizia fra i due architetti che si erano succeduti alla direzione dei lavori, di cui uno, ci informa il Clerici, era romano. Al Pozzi non restò che tentare verso Francoforte. Al Clerici il lavoro di Cassel piacque, soltanto soffriva, devoto com’era, di doversene stare «in paese calvino», discosto sei ore di viaggio dalla prima chiesa cattolica. E si lamentava: «In riguardo al corpo sto bene, ma per 1’anima malle, perchè non poso sentir messa se non una volta ogni doi (due) mesi», e si augurava che i padroni lo richiamassero a Baveri, dove aveva più facilità di culto cattolico. La notizia, che sorprendiamo anche in altre lettere, e di altri mastri, può essere preziosa: perché indicativa della preferenza di assumere lavori piuttosto in paesi di confessione cattolica che luterana.
Anche l’anno dopo il Clerici non cambia i padroni, i quali si dividono il lavoro: il Castelli, con parte della maestranza, passa a Kassel, dove evidentemente non si trattava solo di finire una sala, il Ghezzi col Clerici e altri passa a lavorare nel palazzo della principessa d’Assia a Wabern, lavori sospesi col sopraggiungere dell’inverno del 1704. I mastri in gran parte rimpatriano, il Clerici invece è chiamato a Lubecca, estrema sua puntata al Nord che si sappia, a disegnar per l’architetto di città, che scopre, con sua meraviglia e orgoglio, compaesano. Era l’architetto Antonio Petrini, che non va confuso con l’omonimo di Trento. Ma qui bisogna proprio lasciar la parola al nostro stuccatore, che il 7 febbraio 1705 così scriveva:
«Essendo io partito di Cassel per Divin volere mi portai a Hanover e mi tratenei costi due setimane per aspettar risposta del sig. Antonio Petrini. Questo sig. Petrini è Architeto dela cità di Lubeca et è nativo della val di Mugio, di Canegio, il qual è moliato in Lubek e ha filioli già grandi. E’ un galantuomo e amator deli patrioti per quello che lo conosco. Ei mi scrise che dovesi partir subito et io imediato mi portai in Lubeck, per posta rivai li 12 dicembre e andai a riverire subito il sig. Petrini e lui mi fece grandi honori, mi mandò a piliar li miei bagagi e volse che stase in casa sua continovamente qual di presente son ancora. Lui era infermo d’una gamba che se ne stava al leto e haveva di bisognio di far disegni di fondamenti e di finire una faciata d’un palazo della residenza d’un Principe il quale aveva ordine di finirli per le feste di Natale. Così feci li disegni et poi feci anche li disegni delle sofite di studio e camini per tuto quel apartamento vien rimodernato, e poi feci anche disegni per 3 stance per un cavaliere con 3 camini lontano 7 leghe di Lubeck, le quale anderò a dar principio la setimana che viene. E per finirli in tempo bisogniava che festa e giorno di lavoro stase a disegniare tuto il giorno e la sera sina a meza note e la matina due ore avanti giorno, è stato che non li poteva quasi più vedere tanto mi era infiamato li ochi. Ora con l’agiuto di Dio mi son guariti. Io sto in casa del sig. Petrini servito come un Principe che non mi manca niente. Spero nel signor Idio di far qualche fortuna se piacerà al Signore perchè il mio fine è buono».
Ai lavori, assunti in proprio, per il cavaliere fuori di Lubecca, sono forse da riferire anche i disegni «e alcuni marmori di gesso» ai quali il Clerici attendeva a Wahlstorf nel giugno del 1705. Poi ritorna a lavorare per i vecchi padroni a Wabern. Ma col Castelli, uomo insopportabile per la sua gran superbia, sfruttatore dei dipendenti, né lui né i compagni la possono durare: «Non mi faceva la tavola secondo il nostro stato ma quasi pegio de muratori, credeva che si dovesse travaliare per niente e calpestati come cani». Anche il Ghezzi finì per romperla col socio, la società così si sciolse, il Castelli dovette «partirsi con poco honore» e si formò una nuova società, del Ghezzi col Clerici, che riprese i lavori tanto a Kassel che a Wabern.
Per qualche anno il Clerici lo perdiamo nuovamente di vista, chissà come e da quando il mazzetto delle lettere si è assottigliato. Accadrà ancora. Rieccolo nel febbraio del 1711 ad Amburgo, donde manda notizie agli Oldelli affidando la missiva a uno scolaro, Giovanni Amadio di Lugano, che abbandonate le stecche se ne tornava al paese a far il mastro di posta: e dispiaceva al Clerici di perderlo perché «giovine fedelle che travaliava di core», e quasi lo invidiava: «Dio li à mandato la fortuna in cassa», quella fortuna durevole che il Clerìci si affannava, ma anche i suoi compagni, a rincorrere senza poterla afferrare per la chioma.
L’anno 1711 si annuncia calamitoso: «Qui non v’è altra novità – riferiva – che miserie di guerre et di peste, non si sente altro in questi paiesi e ogni cosa vien caro». Ma non sarà meglio nemmeno dopo, era un lavorare discontinuo e affannoso, il Clerici riusciva a stento a riscuotere i crediti, e intanto si accumulavano i debiti sulla casa a Meride. Per un esempio: fra l’11 e il 12 è chiamato a lavorare nel castello, o palazzo residenziale, di Strelitz, sia pure con frequenti interruzioni a causa della guerra. Quando vuol essere pagato e si presenta al Duca, questi con un gesto eloquente gli fa intendere che non gli può avanzare nemmeno un anticipo «per le disgracie avute». Si rivolge alla Duchessa, ma trova la porta sbarrata. La Duchessa è affetta di vaiolo e inavvicinabile. Per concludere: il Duca si limita a rimettere una «buona ricomandacione» al Clerici per la Corte di Berlino, dove lo troviamo appunto sul principio del 1713 che tenta di aver qualche lavoro ma l’architetto regio è assente e gli tocca aspettare. Intanto batte il Mecklenburg e a fatica riesce a racimolare un po’ di lavoro, fino a Pasqua, «appresso dai gentilhomini»: ma è un lavoro appena sufficiente per quattro, per lui, il figlio Giovan Antonio e un paio di stuccatori, mentre è costretto a licenziare gli altri. Vorrebbe far una corsa a casa per salutar le sue care donne e portarsi via l’altro figlio Giuseppe Maria «che bisognia che non perda il tempo così vanamente», ma il viaggio costa troppo e deve rinunciare.
Fine seconda puntata
A cura di L. Rossi (Bochum)
www.luigi-rossi.com
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