L’emigrazione dal Canton Ticino — Lombardi nel Mondo

L’emigrazione dal Canton Ticino

In “Paradiso e l’inferno” Renato Martinoni ritrae una saga di emigrazione alpina, praticamente sconosciuta in Italia, che merita di essere affiancata con più visibilità soprattutto a quella lombarda.

Mi sono ritrovato senza fatica sull’agevole strada per Mergoscia in Val Verzasca dopo aver aspirato i racconti di Martinoni perché volevo sentire il suo libro prima di dedicargli uno scritto per diffonderne la conoscenza. Tutto più facile del previsto. La piazza che si affaccia direttamente sul lago artificiale di Vogorno e fa intravedere l’estremità nord del Lago Maggiore ti prende subito per mano. Le lapidi che ricordano il “Barbarossa” e non solo, balzano all’occhio come i cipressi del Carducci. Si ripetono attorno all’ossario e lungo il porticato della chiesa dedicata a san Gottardo e san Carpoforo. Iscrizioni cesellate nel marmo che tratteggiano la vita di Mergoscia di chi è rimasto e di chi è andato in giro per il mondo.

Ricordi di morte per  caduta in montagna, 1862. Battista Papina di Battista morto nel 1869 a San Francisco, California di morbo violento. Bulotti Giacomo fu Giuseppe morto il 5 novembre 1887 lasciando 10.000 franchi per i poveri. Bulotti Giuseppe e la moglie Gottarda che lasciano un capitale di 1.200 franchi da distribuire in rendita di sale ai poveri del paese in memoria del figlio Giovanni morto il 28 ottobre 18980 in Argentina.

La chiesa è ben conservata grazie ai lasciti di benefattori locali e anche di chi non ha mai dimenticato il paese natìo o quello dei padri. Alcuni sono certamente anonimi, ma il marmo ne ricorda molti che hanno donato in tempi lontani come l’Olindo Pedroncini fu Giovanni che onora così la memoria dei genitori da San Francisco oppure Gothard Pedroncini di Stockton, California  che elargisce 20.000 dollari per il rifacimento del portale del tempio nel recente 1995.

Testimonianze che denotano l’intensità del movimento migratorio e l’attaccamento in generale con il paese d’origine nonostante  le oggettive difficoltà create da una scarsa economia contadina e valligiana in un contesto negativo anche per il Canton Ticino in generale. Proprio le conseguenze di un isolamento geografico (la carrozzabile Mergoscia – Locarno) fu costruita soltanto nel 1900) e soprattutto dell’instabilità politica che perdurò per tutto l’ottocento, nonostante l’adesione cantonale allo stato federato svizzero già nel 1803, favorirono l’emigrazione sia verso Paesi europei sia Oltreoceano.

Il Canton Ticino si riprese soltanto a partire dai primi del novecento ed ora la popolazione straniera è pari al 20-25% della popolazione con almeno 50.000 frontalieri lombardi che ogni giorno attraversano il confine per andare a lavorare.

La storia dell’emigrazione ticinese è ampiamente documentata attraverso le innumerevoli e dettagliate pubblicazioni di Giorgio Cheda,  dagli scritti di Piero Bianconi  e dagli attenti e memorabili filmati della televisione della Svizzera Italiana.

Renato Martinoni si propone come il cantore dell’emigrazione ticinese con un fine lavoro di risonanza morfica teso a coinvolgere tutti coloro che hanno fatto parte della comunità mergoscese in tutte le sue accezioni locali e transnazionali. La saga della famiglia Rusconi scelta simbolicamente per rappresentarle tutte  passa attraverso la mitica figura del “Barbarossa” e l’evocazione degli spiriti cattivi del “Crusc”. Un viaggio nel tempo che comincia proprio dai gradini presso l’ossario che conducono ai Benitt dove si ergono le rovine dell’abitazione del “Barbarossa” immote pietre squadrate di fronte al tempo. Si srotolano così le vicende documentate dei “vedriatti” in terra di Francia addirittura prima e al tempo della Rivoluzione francese seguite da quella degli spazzacamini in terra piemontese e lombarda. Non sono i viaggi di Goethe ma di artigiani che abbandonavano il paese per anni lasciando alle donne l’incombenza di tirare avanti la famiglia che aumentava secondo le cadenze del ritorno mostrando un quadro difficile se non drammatico. Oppure ragazzi che dopo aver trascorso l’infanzia sugli alpeggi a pascolare capre e pecore si ritrovarono raminghi soli e solitari a pulire  camini (rusca) per un tozzo di pane. Vite non immaginate ma precisate da lettere semplici e chiare e da documenti che sia i parroci sia il Cantone, ormai ben organizzato, ha conservato gelosamente nei suoi archivi. Oltre naturalmente alle carte familiari nascoste ma mai distrutte.

Il velo di polvere sull’emigrazione ticinese si solleva poco a poco e anche le informazioni già note assumono un carattere più incisivo una volta entrate nella logica temporale della memoria collettiva. Appare così l’osmosi con i membri passati della famiglia allargata sempre presenti in qualunque parte del mondo essi siano.

Martinoni contestualizza storicamente le fasi dell’emigrazione ticinese aiutando in questo modo il lettore a sintetizzarne  il quadro cronologico. Dalla seconda metà del settecento a metà ottocento l’emigrazione è soprattutto verso la Francia, Piemonte, Lombardia, Toscana e il Vallese, ma tra la fine del 1854 e l’estate del 1855 oltre 2.600 ticinesi (almeno 100 i mergoscesi) sono irretiti dalla propaganda delle solite compagnie di navigazione e di colonizzazione e partono da Amburgo e Liverpool per l’Australia, dove la corsa all’oro che agognavano era già terminata dal 1851.  Le lettere e i racconti di chi era rientrato quasi subito evocano una situazione infelice, soprattutto nelle poche miniere rimaste dove qualcuno cerca cocciutamente la fortuna per fare “bella figura” al ritorno. Vita impossibile per persone abbandonate al proprio destino o in preda della speculazione delle “Company Town” che comunque nutrono sempre la speranza di cambiare. Le lapidi affisse sull’ossario di Mergoscia immortalano le disgrazie in miniera, come quella documentata di Jim Crow (sic!) da Vincenzo Perini che informa la famiglia della morte di Rusconi Battista detto Cino avvenuta il 27 giugno 1859.

Nel cimitero di Mergoscia, da cui si scorgono il Verbano e le Prealpi lombarde,  l’Australia è sempre presente in un affresco sul soffitto della cappella centrale. Un veliero in mezzo alla tempesta per non dimenticare il viaggio di almeno 80 giorni che non risolse alcun problema. Oppure tenne lontano dal Ticino centinaia di persone che avrebbero ingrossato le fila dei lavoratori in cerca di occupazione dopo l’espulsione di almeno 8.000 ticinesi da parte di Radetzky in seguito all’accoglienza in Ticino degli esuli lombardi dopo le battaglie del 1848.

Le lettere e i racconti ci tramandano il seguito della tragedia australiana. Giacomo Capella di Giacomo, emigrato in Australia e poi in California morì il 10 maggio 1870 in California colpito da morbo. I ticinesi non si persero d’animo e si diressero verso un’altra destinazione segnata dalla corsa all’oro qualche anno prima dove però di dedicarono ad altre attività legate alla loro tradizione contadina. Segherie e fattorie, o almeno un lavoro sicuro in uno stato in netta espansione con un clima più favorevole sia di quello montano di Mergoscia sia di quello torrido australiano.

Ed è qui in California che trova spazio la nuova emigrazione ticinese che inizia direttamente dall’Australia o via Mergoscia che sarà identificata a lungo come la sola emigrazione ticinese perché la sua importanza eclisserà a lungo le altre destinazioni.

In California giungerà nel 1867 Giacomo “Barbarossa” Rusconi, fratello di Battista detto  Cino  morto nel 1859 in Australia.  Si stabilisce  a Placerville, una città dell’oro a una sessantina di chilometri da Sacramento, ma non farà il minatore. Preferisce il lavoro in segheria e la  paga sicura anche di lavori saltuari nelle vigne o sulle strade piuttosto che il rischio della profondità che gli rammenta la disgraziata fine del fratello. Il Barbarossa gestisce la famiglia da Placerville nonostante la distanza e la scarsità della corrispondenza molto interessante messa a confronto con l’alfabetizzazione degli italiani contemporanei del suo stesso ceto. La centralità del personaggio “Barbarossa” permea lo scritto di Martinoni che lo pone al centro della sua discussione interna riguardo le conseguenze dell’emigrazione da Mergoscia. Il Barbarossa torna dopo sette anni, un tempo breve ma anche lungo per chi è costretto ad aspettare e sopravvivere in un sistema devastato dal cambiamento causato dai continui spostamenti sia dei giovani sia dei capofamiglia.

Mentre il Barbarossa cercherà di adeguarsi alla vecchio modo di vivere i figli e la figlia scalpiteranno per andare in America. Tre figli e una figlia partiranno infine per la California dove avranno fortune alterne e rinnegheranno in parte la poco amata e disagiata vita contadina di Mergoscia. Il paese natìo resterà nell’anima più che nel cuore.

La polvere è stata sollevata.

Mi avvio a tornare a valle. Incontro con Sergio Penna, sociologo e interprete della vita  che gli altri  sembrano non vedere. Un giorno so che tornerò in California, non sulle tracce della Route 66 ma dei ticinesi, o almeno alcuni di essi. I lombardo elvetici di Renato Martinoni..

 

Rif . Renato Martinoni “Il Paradiso e l’inferno”, Bellinzona, SalvioniEdizioni, 2011

Ernesto Milani

Ernesto. Milani at gmail.com

8 agosto 2012

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