America Latina: femminicidi, un dramma che riguarda tutti — Lombardi nel Mondo

America Latina: femminicidi, un dramma che riguarda tutti

Omicidi, sequestri, sparizioni sono un panorama constante di Ciudad Juàrez: violenze che colpiscono in misura elevata soprattutto le donne, prese di mira secondo una tragica quanto incomprensibile strategia. La condizione femminile è probabilmente peggiorata in questi ultimi anni

Dalle cronache internazionali spesso spariscono le notizie che riguardano i paesi dell’America centrale, giudicati di poca importanza rispetto alla centralità degli Stati Uniti o ai grandi cambiamenti che stanno coinvolgendo popolose nazioni, come il Brasile, e che modificano lo scenario globale.

 

 

Tuttavia l’America latina, benché ai margini delle esplosive situazioni del medio oriente e delle rotte economico/energetiche in Asia, in questi ultimi decenni ha rappresentato un modello, valido anche per altri contesti, per la transizione da regimi autoritari o dittatoriali a democrazie compiute, a volte più avanti di paesi come l’Italia almeno se guardiamo alla presenza di donne ai vertici delle istituzioni.

 

Dopo il caso della Guyana e del Cile infatti i due principali Stati del continente, Brasile e Argentina, sono governati da due donne segno di una veloce maturazione democratica. Ma proprio la questione femminile rischia di essere l’emblema della difficoltà di superare pienamente la mentalità maschilista diffusa, abituata alla violenza, e di vincere la battaglia contro gruppi armati (siano essi guerriglieri o narcotrafficanti) mediante un effettivo progresso sociale piuttosto che con campagne di militarizzazione sovente controproducenti. La situazione generale dei diritti umani e delle disuguaglianze sociali rimane però pessima, come ha descritto il nostro inviato in America latina. Il capitolo violenza sulle donne merita un drammatico approfondimento.

Cominciamo con il caso del Messico. Ogni tanto si parla della ormai insostenibile vita di Ciudad Juárez, una grande città sul confine/muro con gli Stati Uniti, che da almeno vent’anni vive in un regime da coprifuoco con le bande di narcotrafficanti che imperversano e con il governo capace quasi esclusivamente di mandare l’esercito. Così denuncia Tonio Dell’Olio in un editoriale dello scorso giugno per Mosaico di pace: “A partire dal suo insediamento nel 2006, il presidente Calderon ha mobilitato oltre 100.000 uomini tra militari e agenti della polizia federale ai quali, da un paio di settimane si sono aggiunti 300.000 poliziotti delle 32 province del Paese: una strategia che ha dato risultati terribili se si considera che negli ultimi quattro anni, essa ha provocato oltre 40.000 morti”. Omicidi, sequestri, sparizioni sono panorama costante della città: violenze che colpiscono in misura elevata soprattutto le donne, prese di mira secondo una tragica quanto incomprensibile strategia. La condizione femminile è probabilmente peggiorata in questi ultimi anni come dimostra la crescente attenzione che la Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite dedica a questo problema.

Eppure il “femminicidio”, termine coniato da poco – ricordiamo un interessante libro del 2008 di Barbara Spinelli che porta nel titolo la parola – per descrivere un fenomeno ancora poco conosciuto ma diffuso in tutto il mondo (con i casi eclatanti di Cina e India dove dilagano aborti selettivi e infanticidi femminili che mutano l’equilibrio dei sessi in intere regioni), è una realtà che ormai ha colpito una generazione di giovani donne messicane e che purtroppo si sta diffondendo in altre zone dell’America centrale.

In Nicaragua, formalmente democratico dal 1996 e dal 2007 guidato dal già presidente e guerrigliero sandinista Daniel Ortega, la situazione dei diritti umani, in particolare in relazione alle donne, è in costante deterioramento. Il paese, al centro del lucroso traffico della droga ma anche del fenomeno della prostituzione di massa, sembra essere inadeguato a ribattere all’ondata di violenza di genere: nel solo 2010 sono state uccise circa 600 donne indigene e residenti nelle campagne per motivi legati alla loro condizione di donne spesso emarginate. La risposta dello Stato è stata soltanto muscolare con l’invio dell’esercito (che tanta distruzione aveva provocato durante la guerra civile) e con la rinuncia di trovare i colpevoli per via giudiziaria, unico mezzo per risolvere la situazione. Ancora una volta si coglie come sia soltanto la legalità che può vincere l’illegalità e non l’utilizzo della forza che alimenta la spirale della violenza e della vendetta.

Anche in El Salvador la situazione sta peggiorando. Il sul Rapporto sul paese, elaborato da Amnesty International (in .pdf) , pur dando atto al presidente Fuentes di aver posto molta attenzione sul problema del femminicidio, porre l’accento sul dilagare inarrestabile della violenza.

Per fortuna cresce la mobilitazione internazionale che per una volta vede l’Italia, cioè la società civile italiana, in prima linea a difesa delle donne. Nel quadro del rinnovato protagonismo femminile dei primi mesi di quest’anno, in marzo varie associazioni hanno organizzato incontri di sensibilizzazione sulla tragedia messicana che, pur nel silenzio generalizzato dei media, hanno coinvolto molti semplici cittadini. Il comune di Torino ha coordinato le iniziative, sotto lo slogan “Non una di più”, snodate su tutta la penisola, segno che la rinascita sociale e culturale può ripartire esclusivamente dalla dimensione locale, cittadina e regionale. Così in Italia, così in America Latina.

 

Di Piergiorgio Cattani

Foto da: Comune di Torino – Marisela Ortiz Rivera davanti alle croci rosa –

Fonte: Unimondo

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