donna Paola Litta Visconti Arese in Castiglioni — Lombardi nel Mondo

donna Paola Litta Visconti Arese in Castiglioni

Una nobile italiana del diciottesimo secolo che tanto ricorda M.me de Stäel.

Maria Paola Litta Visconti Arese in Castiglioni: una donna italiana nel salotto francese

di Paolo Colussi e Maria Grazia Tolfo, rivisto da Anna Maria Minutilli

 

Donna Paola nasce a Milano l’8 settembre 1751 dal marchese Giulio Pompeo Litta e da Elisabetta Visconti. Aveva una salute debole, tanto che le fu pronosticata una vita breve: invece scampò in barba ai medici fino a 95 anni. Fra le sue preghiere vi era questa: “Signore, non mandatemi la morte in tempo di carnevale!“, il che ci lascia intendere che tipo allegro fosse.

Fu fatta sposare nel 1769 al marchese Giuseppe Castiglioni Stampa, che seguiva la moda del cicisbeismo. Durante il grand tour a Parigi, donna Paola fu ammessa alla corte di Luigi XV, e a Londra fu accompagnata al giovanissimo Francesco Melzi d’Eril.

Il conte Francesco, soprannominato “il contino”, era nato a Milano il 6 ottobre 1753 e a Parigi abitò presso donna Paola, nella casa dei Castiglioni che era divenuta il punto di riferimento dei colti lombardi in Francia. L’esperienza alla corte di Versaille fu per entrambi molto importante: il governo del “bein-aimé” Luigi XV era ormai nella sua china discendente. Intelligente, ma debole di carattere, cinico e gaudente come richiedeva la società dell’epoca, il re fu un vero maestro dell’etichetta di corte. Dopo cinquant’anni di regno (era re dall’età di 5 anni!), nel 1766 iniziò il suo declino politico, senza che per altro il cerchio magico della vita di corte ne risentisse. Donna Paola ne fu talmente colpita, che quando nella sua vecchiaia la demenza devastò la mente un tempo brillante, visse immersa nella corte di Luigi XV, fingendo le brillanti conversazioni che, come un’eco, rimbalzavano fra i suoi pensieri.

Decurione dal 1775, Francesco Melzi si distinse nel 1792 per condurre in consiglio una battaglia per la libertà di parola. Ma aveva un carattere ombroso e piuttosto schivo, che gli faceva prediligere la solitudine e l’indipendenza. Mantenne un rapporto d’amicizia con Paola Litta anche durante la sua vicepresidenza della Repubblica italiana nel 1802 e dopo che venne destituito nel 1805.

Donna Paola si mostrò, infatti, schierata a fianco del Melzi contro Gioachino Murat e, soprattutto, contro sua moglie, Carolina Bonaparte. Si narra, infatti, che, avendo Carolina cercato di attirare con una festa da ballo le dame milanesi che evitavano di frequentarla, si sentì rispondere da donna Paola, da lei incaricata di fare l’invito, che avendo dovuto le dame milanesi “privarsi delle gioie onde pagare le contribuzioni imposte dai francesi, non se ne prendeva l’impegno, dato che ben poche avrebbero accettato di venire alla festa”. L’episodio si colloca all’incirca nel 1802.

 

Il cicisbeismo, un fenomeno tutto italiano

Giuseppe Castiglioni era un cicisbeo: definizione oggi attribuita a taluni uomini con connotazione dispregiativa. Allora era una moda alla quale pochi uomini – ovviamente i preti e i militari – potevano sottrarsi. Sulle origini di questo curioso fenomeno settecentesco che fu il cicisbeismo si sono avanzate molte ipotesi: la galanteria seicentesca, l’Arcadia e la protezione cavalleresca verso la donna, oppure la reazione suscitata alle restrizioni imposte ai costumi dopo il Concilio di Trento e per tutta l’età della dominazione spagnola. Stendhal fu molto colpito dal fenomeno – esclusivamente italiano – e ritenne che l’uso dei cavalieri serventi fosse stato importato in Italia dagli Spagnoli. Verso il 1540, leggendo il Bandello, si scopre che ogni donna ricca doveva avere un braccere per porgerle il braccio in pubblico se il marito era assente. Le famiglie ricche pagavano il braccere, i piccoli borghesi si promettevano di essere reciprocamente i bracceri delle loro mogli. Da questo uso sarebbe derivato col tempo il cicisbeismo. Il cicisbeo (o più d’uno) viene scelto per contratto matrimoniale; deve aiutare la sua dama a vestirsi, accompagnarla ovunque. Altri sinonimi erano adone, narciso, zerbino, galante, patito, cavalier servente.

Donna Paola raccontava, con grande umorismo, episodi di vita coniugale poco edificanti, trovandovi il lato comico, come quando il marito cercò di rifilarle un paio di stivaletti che l’amante aveva rifiutato; in un’altra occasione, avendo predisposto un pranzo di gran gala, il Castiglioni s’era dimenticato di spedire gli inviti e aveva raccattato all’ultimo momento dei passanti. Donna Paola si era divertita moltissimo a questo finto pranzo di gala, stando al gioco del marito e riverendo gli anonimi passanti come grandi personalità. Il Parini, che conosceva molto bene questo modo eufemisticamente leggero di vivere, aveva immortalato queste figure maschili nel giovin signore del Giorno.

La marchesa era nota per le sue battute. Un suo conoscente, forse timido, tutte le volte che la incontrava per strada tirava fuori l’orologio per distrarre la vista da lei. E donna Paola: “Mi avete forse presa per la vostra meridiana?”.

 

Un salotto illuminato: donna Paola come M.me de Stäel?

In palazzo Castiglioni (ora noto come Fontana-Silvestri) si svolgevano gli incontri della Gran loggia nazionale lombarda ossia de “La Concordia”, aderente all’Oriente di Milano, la sola loggia massonica ammessa da Giuseppe II con editto datato 11 dicembre 1785.

Era una loggia ispirata a quella degli Illuminati, fondata a Ingolstadt nel 1776 con lo scopo di “restituire agli uomini i loro diritti naturali da conseguire attraverso la ragione”.

Il palazzo e la villa di Pessano (vicino a Gorgonzola, passata al conte Giannino Negroni Prato) vantavano anche un salotto letterario tra i più apprezzati e ambiti dall’intelligenza riformatrice cittadina. Tra i più assidui frequentatori vi era Giuseppe Parini, legato da amicizia alla padrona di casa, della quale ammirava l’intelligenza, il brio e il notevole senso dell’umorismo. Le dedicò La recita dei versi (1783) (vedi testo on line), un gentile rifiuto a donna Paola che lo invitava a comporre versi da recitare nei banchetti; Parini descrive un convitto rumoroso, dove si parla di politica o di attualità fra il rumore dei piatti, situazione non idonea all’ascolto della poesia. Il dono (1790) è un’ode scritta in occasione dell’omaggio fatto al poeta da donna Paola dell’edizione Didot (1787-89) delle tragedie dell’Alfieri. Secondo quanto dichiarato dallo stesso vate, Parini usava sottoporre al suo giudizio le sue opere prima della pubblicazione. Nella villa di Pessano si conservava uno sgabello sul quale il Parini soleva sedersi; il poeta adorava la villa perché era maestosa ed immersa nel verde.

A Masnago, nel castello di proprietà del marchese Giuseppe Castiglioni Stampa, nipote di donna Paola, si conservavano i suoi ritratti. Non era né formosa né bella, ma “illuminata da quella fine, spirituale intelligenza che è una seconda bellezza“. Anche la scrittrice veronese Silvia Curtoni Verza, amata dal Parini, la elogiò in uno dei suoi ritratti.

Durante la Restaurazione donna Paola affittò il palazzo sul corso al Consolato d’Inghilterra, tenendo per sé probabilmente la parte sul giardino, che lei stessa aveva fatto riedificare ed aggiornare nella decorazione e negli arredi. Ricordiamo che i saloni erano stati fatti affrescare dall’Appiani e dal Traballesi, ai quali si era aggiunto il Bossi con alcuni quadri.

Un sereno epilogo

Dal marchese Giuseppe Castiglioni (morto 1805) donna Paola ebbe quattro maschi, tutti morti prima di lei. A parte l’amicizia col Parini, non si conoscono suoi amori. Si sa che un suo grande amico era il colonnello irlandese Gerald, protestante, forse membro del Consolato, che lei voleva assolutamente convertire, ma non si conosce altre.

Dopo i 70 anni iniziò a soffrire di allucinazioni acustiche e visive: sentiva musiche bellissime e si vedeva alla corte di Luigi XV, immersa in amenissime conversazioni. Cominciò a non alzarsi più dal suo letto e a ricevere visite nella sua camera. Si spense dolcemente il 15 luglio 1846 e venne sepolta nel foppone di S. Gregorio.

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