Per gli italiani all’estero adesso c’è rimasto solo il Cgie — Lombardi nel Mondo

Per gli italiani all’estero adesso c’è rimasto solo il Cgie

“Per gli italiani che vivono il mondo, adesso c’è solo il Cgie”. Lo afferma, nel prossimo numero di “Oriundi del Sudamerica”, Alberto Fusco, che si firma con lo pseudonimo di “Riccardetto”, nella rubrica “Il dito nell’occhio”. Secondo l’editorialista, “i parlamentari eletti all’estero, dopo ben sei anni, hanno prodotto solo il classico buco nell’acqua”

San Paolo– “Per gli italiani che vivono il mondo, adesso c’è solo il Cgie”. Lo afferma, nel prossimo numero di “Oriundi del Sudamerica”, Alberto Fusco, che si firma con lo pseudonimo di “Riccardetto”, nella rubrica “Il dito nell’occhio”.

Secondo l’editorialista, “i parlamentari eletti all’estero, dopo ben sei anni, hanno prodotto solo il classico buco nell’acqua”. “Ormai – prosegue – siamo alle ultime battute, in piena “Zona Cesarini”. La Penisola, in gravi difficoltà economiche, dopo essere stata martoriata per 20 anni da una classe politica inefficace ed inefficiente, è dovuta ricorrere alle cure del demiurgo Monti Mario, dal quale ci si aspetta il miracolo. Ma in questa drammatica circostanza, nessuno, proprio nessuno, ha mai pensato agli italiani all’estero circa 60 milioni (terza e quarta generazione), un’altra Italia fuori dei confini, come appoggio, una valida stampella per risalire la china”.

Oggi, sostiene Fusco, “all’inizio del terzo millennio, potrebbero ancora collaborare come hanno sempre fatto, solo se le comunità sparse nel mondo fossero chiamate a raccolta per fare quadrato intorno al Paese d’origine, in gravi difficoltà nella corsia d’emergenza. C’è uno stato di ottusità permanente.  In un primo momento sembrava che con l’elezione dei 18 parlamentari eletti all’estero le cose sarebbero diventate più semplici tra gli italiani fuori e quelli dentro. Ma tant’è: non è stato proprio così, poiché come sono disposti ora, sparpagliati in tutto l’arco dello schieramento partitico politico, così come sono, contano come il 2 di coppe a briscola”.

Secondo l’editorialista, “l’unica “chance” che rimane sul tappeto, è solo il Cgie, il quale riveduto e corretto, può essere l’unica vera alternativa possibile. I “diciotto”, deputati 12 e senatori 6, magari sono anche partiti armati di buone intenzioni. Ma, il fatto che non ci sono vincoli, ma si muovono in ordine sparso e che, per di più, devono eseguire gli ordini di scuderia, li rende sempre sotto pressione, con le mani legate”. Inoltre, “non sono un gruppo a sé stante, omogeneo, unito”.

Secondo l’articolo di “Oriundi in America del Sud”, “a questo punto c’è rimasto solo il Consiglio Generale. A patto però che sia soggetto a drastiche correzioni, come sostiene la bozza di riforma dell’art. 25. Il Cgie può veramente svolgere il ruolo – se unito – del protagonista assoluto. Inoltre, deve essere dotato di poteri decisionali e non solo consultivi e, infine, ridotto al suo interno del 30% dei suoi componenti. Quel 30% di nomina governativa”.

“Certo” conclude l’articolo “è tutto vero, però ci vuole anche una grossa dose di buona volontà da parte della casa-madre ed in questo caso solo il Cgie può imporsi. In fondo, è rimasta l’ultima spiaggia”.

 

Fonte: (aise)

Document Actions

Share |


Condividi

Lascia un commento