Artisti italiani per l’EXPO: Enzo Pituello — Lombardi nel Mondo

Artisti italiani per l’EXPO: Enzo Pituello

Per la rubrica “Artisti per Expo” intervistiamo Enzo Pituello, artista considerato maestro di pittura di livello internazionale, molto apprezzato soprattutto in Francia; una lunga carriera trascorsa accanto ai grandi maestri del ‘ 900 come Lucio Fontana e Aligi Sassu.
Artisti italiani per l'EXPO: Enzo Pituello

Supernova, Enzo Pituello

Nato nel 1942 a Lonca di Codroipo in Friuli, Pituello giunge giovanissimo a Milano frequentando dapprima la scuola d’Arte del Castello Sforzesco per poi entrare a far parte del “Gruppo Indipendente” di Via Bagutta. Conosce i più grandi artisti dell’epoca, come Lucio Fontana, Alberto Burri e i fratelli Pomodoro, diventando presto il loro “ragazzo di bottega”. Lasciato lo studio di Milano, si trasferisce per diversi anni in Canada dove studia nel 1970 al College of Art di Toronto; l’esperienza oltreoceano risulterà fondamentale per la sua formazione artistica. Esplora l’intero territorio, si reca più volte negli Stati Uniti e partecipa ad una spedizione al Polo Nord. Attratto dagli spazi incontaminati, trasmette nelle composizioni astratte delle sue tele la continua ricerca degli infiniti orizzonti sperimentando svariate tecniche di pittura. Al suo rientro in Italia proporrà le nuove esperienze acquisite oltreoceano. La pittura astratta di Pituello è un continuo riferimento alle memorie ancestrali, genetiche, cosmiche e artificiali. Le sue opere sono l’espressione dello studio dei padri fondatori dell’arte, partendo dagli artisti medioevali italiani per arrivare a Kandinsky, Mirò, Mondrian, Klee, e prima ancora attraverso le esperienze di De Stael, Picasso e Chagall.

Pituello ha partecipato a numerose rassegne collettive e concorsi internazionali distinguendosi sempre e ottenendo diversi premi e riconoscimenti, tra i più importanti ricordiamo: David Michelangelo nel 1976, Premio Lenin nel 1990, Premio Merit Furlan nel 1995. Diverse inoltre le pubblicazioni sui cataloghi specialistici.

 

Durante la sua carriera artistica Pituello è passato dal figurativo all’astratto, approfondendo per diversi anni lo studio sul simbolismo esoterico (templare, ebraico); il critico d’arte Gabriel Mandel lo ha definito come il massimo esponente italiano dell’astrattismo simbolico. Pituello concepisce l’arte in pittura come concetto che sta dietro al simbolo, ai segni. Nelle sue opere si ritrovano pensieri, concetti, ideali, sentimenti e problemi umani di dimensione spirituale e filosofica.

Rifacendosi al linguaggio espressivo dell’Arte Povera Italiana, l’artista ha inoltre sperimentato l’arte del ricycling che prevede l’utilizzo di materiali di rifiuto riciclati propri degli anni del consumismo: elementi stravolti dalle combustioni e dalle deformazioni, polimeri sciolti dalle fiamme, scarti di lavorazione, metalli ossidati, materiali edili, resine e sabbie.

 

Il vero passo evolutivo che Pituello identifica nella sua carriera artistica è però determinato dallo studio di ricerca sull’opera leonardesca. L’occasione è rappresentata dalla riproduzione delle due copie di grandi dimensioni, (3mt.x6mt. e di 4mt.x8mt), del Cenacolo vinciano situato in Santa Maria delle Grazie a Milano (edificio simbolo della grandezza della città in età rinascimentale inserito dal 1980 nella lista del Patrimonio Unesco) realizzate con la stessa tecnica utilizzata nel 1498 da Leonardo da Vinci. Le copie derivano da uno studio approfondito sull’opera vinciana effettuato nel 1990 e nel 1995. La prima copia, esposta nel Palazzo delle Stelline di Milano in occasione dei Campionati mondiali di calcio del 1990, è stata realizzata su incarico della Galleria Nuova Arte di Milano dato che a quella data l’originale era chiuso al pubblico per restauri. La singolare tecnica sperimentale utilizzata all’epoca da Leonardo, tempera grassa su intonaco, necessita di continui monitoraggi e restauri d’avanguardia in quanto risulta particolarmente fragile. Le copie riprodotte nei secoli, per conservare la memoria di questo splendido dipinto, sono oggi collocate in musei, chiese e conventi sparsi nel mondo. La seconda realizzata da Pituello è stata dedicata a tutti i Friulani in Friuli e emigrati nel mondo con la fattiva collaborazione da parte dei volontari per il suo trasporto nel Duomo di Nimis, luogo della sua collocazione attuale.

L’intervista

 

1) Maestro Pituello, vuole descriverci la sua esperienza in Canada e spiegarci cosa le ha trasmesso maggiormente dal punto di vista personale ed artistico?

 

La situazione che trovai non era certo quella di un Canada che mi potesse offrire esempi artistici eclatanti o dai quali potessi attingere più di quanto offriva un’Italia allora in pieno fermento nel campo dell’arte contemporanea; ma d’altronde non ho mai ricercato formule precostituite o correnti strutturate. Frequentando il College of Art a Toronto ho potuto sicuramente approcciare a stimoli basati più sull’estro che sulla storia, anche rispetto alla sperimentazione di nuovi materiali già utilizzati nelle loro accademie, meno legate alla tradizione rispetto a quelle italiane del tempo.

Ho lasciato il Friuli a quattordici anni per raggiungere una Milano nel suo fermento di ripresa che ha caratterizzato il ventennio del dopoguerra; ero un bambino cresciuto anzitempo per la perdita dei genitori in tenera età. Credo cercassi di rimanere fedele alle strade percorse dal mio popolo che storicamente è stato un popolo di emigranti (come lo erano anche mio padre e mia madre), conosciuto nel mondo per la professionalità in campo artigianale ed è per questo che ho sempre curato meticolosamente la mia preparazione in termini di mestiere. Si dice che i friulani abbiano “costruito” città come Milano, Pavia e forse anche Venezia; a quei tempi ce n’erano tanti a “costruire” il giovane continente bisognoso di mano d’opera esperta. In Canada, esiste una grandissima comunità friulana che, come tipicamente accade agli emigranti, ha saputo mantenere le tradizioni salde molto di più dei friulani in Friuli, quindi è molto probabile che addirittura cercassi così lontano i veri contatti con le mie radici. A mio modo desideravo emigrare facendomi rappresentante della nostra cultura e della nostra arte, cercando di dimostrare a me stesso e a una cultura giovane e acerba come quella canadese e americana, ciò che la nostra vecchia Europa sa ancora portare nel mondo, volendo integrare nelle mie esperienze storiche nuovi stimoli e nuovi linguaggi espressivi. Non posso dire di essere stato immune agli stati emozionali nel vedere le distese dello Yukon, la Baia di Hudson, ma più di ogni altra cosa andavo cercando la “mia” corrente individuale che si stava man mano formando, in maniera embrionale, anche vedendo i salmoni stremati dalle risalite delle cascate del Niagara nella stagione in cui depongono le uova. Da loro ho imparato la conquista della vita andando contro corrente, li ho visti sfidare le regole della fisica e della forza di gravità, volare in verticale, arrivare stremati e apparentemente in fin di vita quando avrebbero ancora dovuto affrontare le rapide, lì compresi che la “salita” non è mai finita, nemmeno quando si ha scalato una montagna come quella delle Niagara Falls. Ero giovane e in cerca della mia “Montagna Sacra” da risalire. Anni dopo, grazie ai linguaggi iniziatici che hanno fatto parte della mia vita e che mi hanno fornito una chiave di lettura, ho capito che, fino a un certo momento, percorriamo la “via orizzontale” che deve essere un saldo punto di partenza per affrontare la “via verticale”. E qui è svelato il senso del simbolo della Croce. Esperienze come queste riemergono continuamente e si spiegano ai molteplici livelli di comprensione sviluppati nel corso della mia vita. Ora sono nel cosmo e mi muovo alla velocità del pensiero, luoghi come i continenti che ho visitato rimangono nelle mie sensazioni come il parco giochi frequentato da bambino e restano nel cuore di un uomo, ottimo campo d’addestramento per giocare alla vita vincendo ad un gioco dopo essersi sbucciati le ginocchia.

Durante le spedizioni al Polo Nord, alle quali ho partecipato con un gruppo di ricercatori scientifici, ho avuto la fortuna di entrare in contatto con il popolo eschimese; le distese infinite di neve e ghiaccio mi hanno insegnato le potenti energie dei bianchi che, a distanza di tempo, ho ritrovato nelle mie intuizioni sulle leggi cosmiche quando ho sviluppato la mia teoria sui Buchi Bianchi, i quali si generano parallelamente ai Buchi Neri in strutture di equilibri tra materia e antimateria. Nella mia opera intitolata “Memorie Genetico Artificiali – Evoluzione Futura dell’Uomo” racconto la storia dell’evoluzione umana da uno stato spirituale passato ad uno materiale odierno. L’opera racchiude lo stato attuale dell’essere umano composto dai tre corpi (eterico, spirituale e materico, al quale si aggiunge la tecnologia che stiamo integrando a quest’ultimo e quindi la bio-elettronica e la bio-meccanica). Attraverso lo sviluppo della tecnologia integrata l’uomo potrà ottenere il suo processo inverso; in fondo, l’uomo ha creato il computer a immagine e somiglianza del proprio cervello e il robot a immagine e somiglianza del proprio corpo, percorrendo il concetto biblico della creazione di un suo simile come i testi sacri insegnano che Dio abbia fatto con l’Uomo. Gli scienziati oggi stanno sperimentando l’integrazione di parti biologiche nei droidi e parti elettroniche negli esseri umani. Così come la parte spirituale dell’essere umano racchiude il suo essere Dio e al contempo Uomo, la tecnologia che presto sarà integrata nei nostri corpi potenzierà le capacità fisiche e cerebrali; forse è proprio attraverso quest’unione che l’essere umano conquisterà nuovamente il suo percorso evolutivo spirituale.

 

2) Può illustrarci i motivi che l’hanno spinta a riprodurre l’opera del Cenacolo vinciano considerato un capolavoro italiano del rinascimento oltre che uno tra i dipinti più celebri al mondo? Quale è la simbologia celata nel dipinto e i messaggi arcani che Leonardo da Vinci ci ha lasciato?

 

Mi è stata fatta questa proposta dalla Galleria Nuova Arte, situata in Foro Bonaparte a Milano, specializzata nei “falsi d’autore”. Era il ’90 e la città era in trepida attesa dei mondiali di calcio; c’era un fermento paragonabile un po’ a quello di oggi per l’Expo 2015. Le conferenze stampa si sarebbero allora tenute presso il centro congressi delle Stelline, proprio di fronte a Santa Maria delle Grazie. Il Cenacolo vinciano non era visitabile perché sotto analisi per i lavori di restauro che si sarebbero protratti per anni. Non si poteva però privare i turisti della visione di questo straordinario tesoro; per cui, credo il Comune stesso, non ricordo esattamente, commissionò alla galleria una riproduzione da esporre proprio nella hall delle Stelline. Ricordo ancora le sensazioni del giorno in cui ricevetti questa proposta: passavo da uno stato di vero e proprio panico ad uno da adrenalina a mille. Stavamo parlando di uno dei capolavori più importanti al mondo e dovevo decidere se accettare o meno la sfida! Non ero specializzato in riproduzioni, certo, le mie basi provengono dal classico e ho sempre mantenuto legami profondi con queste basi anche nella mia arte d’avanguardia, ma la “copia” esulava dal mio campo. I galleristi non mi dissero subito che altri 23 prima di me avevano già rifiutato la commissione. Era sicuramente un azzardo, con il Cenacolo chiuso per restauro, la mia “copia” sarebbe stata nell’occhio del ciclone, visibile e criticabile da chiunque, addetti ai lavori e non. Diciamocelo, era un rischio, non solo in termini personali nel mettersi a contatto con il genio ma anche in termini di carriera; immaginate, per dirne una, solo gli insulti di uno Sgarbi quanto possano influire sulla carriera di un artista! I galleristi però non erano così inesperti nella loro proposta; conoscevano le mie ricerche in campo simbolista e credo abbiano fatto leva su quest’aspetto più che sulla corrente che caratterizzava la mia proposta artistica di quel tempo. Decisi di accettare ad un’unica condizione: se al vaglio degli esperti l’opera non fosse risultata almeno dignitosa non avrei dato il consenso alla sua esposizione.

Il mio atteggiamento nei confronti del genio fu uno studio sulla grande opera e quindi non una copia o una riproduzione come viene definita semplicisticamente; attribuisco grande importanza a questa definizione perché devo molto a questo studio che è perdurato per anni e che ho voluto riaffrontare e approfondire anche in un secondo momento, quando mi sono cimentato in un’altra “Ultima Cena” dedicata a tutto il popolo friulano, quello del Friuli e quello sparso nel Mondo. Ciò che devo a questo studio è proprio una netta separazione nella mia vita artistica tra la via orizzontale e quella verticale, come accennavo prima. Non per niente il Cristo è il soggetto. Posso affermare, senza ombra di dubbio, che lo studio sulla grande opera leonardesca mi ha dato l’occasione di raggiungere il “centro della croce” e trovare così la porta per passare dalla “via orizzontale” a quella “verticale”, ho sentito che in quegli attimi stavo finalmente destrutturando i miei limiti artistici. E questo lo devo a Leonardo. Sembra un paradosso: operavo già da tempo nel campo dell’arte informale e invece, proprio nel classico ho trovato i tratti cosmici delle mie espressioni nell’ultimo ventennio, ma l’arte è forse questa! Generalmente tendiamo a catalogare l’arte in figurativa, astratta e in una miriade di altre definizioni o correnti ma l’arte si manifesta su livelli che sono “altro” rispetto agli stereotipi; alcuni concetti non si riconoscono nei parametri insegnati nella storia dell’arte.

Tornando al Cenacolo, quello vero, sulla simbologia dell’opera è stato scritto e raccontato tanto e non vi è qui lo spazio sufficiente per poter spiegare tutto ciò che vi si può trovare. Sembra che il genio abbia voluto racchiudere in questa sua opera tutto il significato del creato e del genere umano. Tra le arti visive la considero l’opera cosmogonica per eccellenza ed è per questo che incontra perfettamente la mia ricerca.

 

3) Agli inizi di febbraio si è tenuta a Verona la prima edizione della “Biennale della Creatività”. L’importante evento espositivo, che ha visto l’adesione di 800 artisti, si prefiggeva di lanciare i partecipanti permettendo ai vincitori, scelti direttamente dal pubblico, di partecipare ad “Art Expo New York’” la fiera d’arte più importante del mondo che si terrà a New York il 4 aprile. Qual è il suo giudizio in merito a questa recente iniziativa finalizzata alla promozione di nuovi talenti? In generale, cosa pensa delle strategie di promozione degli artisti italiani all’estero?

 

Si è discusso tanto di quale sia il concetto di “arte”. Esistono diverse filosofie di pensiero, come è giusto che sia, ed io mi sono trovato a svilupparne uno che racchiudo in una definizione: “l’arte è la realizzazione di un’idea che preesiste nel cosmo”. Tutti siamo potenzialmente artisti ma l’uomo medio è continuamente disturbato dalle sovrastrutture e da impegni pratici che creano interferenze nei canali i quali dovrebbero essere liberi al fine di captare queste idee vaganti. Considero iniziative come quelle di Verona molto interessanti e questa lo è maggiormente perché pone al centro della sua tematica la creatività. La parola creatività suscita il desiderio di scoprire qualcosa di nuovo, di mai visto prima, il termine racchiude in sé l’aspettativa di incontrare estro ed inventiva nelle produzioni.

Sulla promozione dell’arte italiana nel mondo, personalmente ho sempre voluto tenere separati il campo della ricerca con le strategie promozionali e ciò al fine di evitare che le mie scelte artistiche venissero in qualche modo influenzate. Non credo che il problema odierno sia quello della mancanza di creatività degli artisti italiani contemporanei ma può accadere che vi sia una maggior attenzione verso le esigenze di mercato. Ritengo che la strada dell’evoluzione artistica possa esistere solo se è l’arte a creare le tendenze e non le tendenze a dettare leggi sull’arte.

 

4) Expo 2015 è un importante evento di rilevanza internazionale, che ha raggiunto ad oggi i 144 Paesi aderenti e che potrebbe fornire l’occasione per avviare una rete di scambio culturale e di condivisione delle esperienze fra gli artisti nazionali ed internazionali. In che modo si potrebbero creare sinergie in ambito culturale fra gli Stati partecipanti in grado di perdurare oltre l’evento mondiale?

 

L’Italia promuove la sviluppo della cultura e tutela il patrimonio artistico della Nazione. Storicamente ogni civiltà che non ha più creduto nella propria cultura e nella propria arte si è avviata verso un declino inesorabile. Questo è ciò che è accaduto ai grandi imperi del passato.

La creazione di sinergie in ambito culturale fra gli Stati andrebbe, a mio avviso, delegata agli artisti più che ai vari personaggi che lavorano nel campo della cultura come i curatori, i direttori di musei, i critici e quant’altro, anche se alcuni dei grandi artisti nel passato che hanno portato innovazioni e rotture con gli schemi precostituiti sono stati incapaci di mantenere legami solidi con altri artisti perché incompresi, caratterialmente individualisti e ritenuti outsider. Dalla mia personale esperienza ricordo che, negli anni sessanta assieme ai vari artisti di diversi campi, abbiamo creato sinergie sperimentando le integrazioni tra l’arte e la moda, la musica e la regia. I lavori effettuati sono stati quasi sempre autofinanziati e questo perché quando il mecenatismo diventa raro può diventare un problema per i creativi il fatto che vi siano poche persone disposte a credere e sostenere le varie iniziative. Ad oggi i contatti si auto-generano nel mondo del web se si ha la volontà ed il mondo è accessibile con maggiore facilità rispetto al passato. Forse gli Stati non dovrebbero nemmeno crearle le sinergie bensì promuoverle e sostenerle laddove queste si sono create naturalmente.

Quando si parla di scambi culturali e creazione di sinergie mi appare una visione forse un po’ idealistica: intravedo una città di artisti, dove creativi possano fisicamente operare, esporre e condividere cultura. Potrebbe essere una capitale o una città con buone strutture ricettive, con una solida identità storica, magari in un paese tra l’oriente e l’occidente dell’Europa, naturalmente rivolta all’interculturalità e fortemente motivata verso il cambiamento e l’innovazione. Ljubljana potrebbe essere un’ottima candidata; lì ho potuto apprezzare una considerevole preparazione accademica e la volontà di rompere con gli schemi precostituiti, due ottimi punti di partenza per l’arte di ricerca. In Italia trovo che Trieste possa essere idonea a un simile progetto, per la sua collocazione geografica, la sua storia e per l’architettura che ne farebbe da scenografia, inoltre è una città che rischia di vedere il suo degrado prima ancora di ritrovare una nuova identità di valore post-governo asburgico. In questo simile contesto, immagino l’arte presente in ogni dove, quando mi siederò in un bar a bere un caffè, lo farò su una sedia realizzata da un artista bevendo in una tazzina realizzata da un altro artista e, guardandomi attorno, sarò circondato da molteplici opere d’arte, sentirò musica e scorgerò rappresentazioni e performance anche nei luoghi più impensabili. Una sorta di Shangri-La dell’arte.

 

A cura di Christian Flammia

 

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