New York city: un’esperienza fantozziana — Lombardi nel Mondo

New York city: un’esperienza fantozziana

Ecco qualcuno che il fascino di New York non l’ha per niente percepito, è il nostro valido collaboratore Ferruccio Brambilla! Sfortunato? Troppo abituato a vivere nel Terzo Mondo? Leggete qua

Intro: Un giorno mi telefona una gentile signora che ha trovato su internet il mio racconto dal Congo. Chiede maggiori informazioni su quel viaggio ed in particolare sulle adozioni a distanza in quello Stato africano, perché lei stessa sta adottando un bimbo di Kinshasa. Durante la piacevole conversazione, mi racconta dei suoi diciotto anni trascorsi a New York. Un lungo periodo penso io, soprattutto per chi come me non ha mai fatto niente per così tanto tempo. Pensandoci bene, la cosa che ho fatto per più tempo nella mia vita è stata lavorare per la stessa azienda, ma si parla di dodici anni. Certo, ad un giovane precario di oggi potrà sembrare un’eternità, un’inezia invece per chi ha dedicato più di quarant’anni allo stesso lavoro. Categoria ormai estinta.

Il mio soggiorno a New York invece è durato poco, molto poco.

Era il periodo, durato sei anni, in cui avevo la possibilità di viaggiare gratis con la compagnia aerea Iberia, grazie alla complicità di una cara amica che ci lavorava e che aveva inserito il mio nominativo nel suo tesserino personale, un po’ per simpatia e un po’ perché viaggiavo per scopi umanitari, come suo padre. Diceva che per lui era l’unica ragione che giustificava i viaggi e tanto sbattimento. Concordo!

Tra un viaggio e l’altro questa cara amica un bel giorno mi dice che non posso assolutamente fare a meno di visitare la grande mela, la città che non dorme mai: New York. Testuale:“Almeno una volta nella vita ci devi andare, anche solo da turista”.

Personalmente la cosa non mi attira gran che, ma decido di assecondarla. La fonte è quella giusta. Lei sa il fatto suo, ha girato il mondo e mi piace come tipo, mi fido. Quindi mi propone una data, un orario e il giorno dopo parto.

Se è vero che il bel tempo si vede dal mattino, il mio mattino inizia abbastanza male.

All’apt Malpensa di Milano vengo sottoposto ad una scrupolosissima perquisizione in un tugurio dedicato, stessa cosa per il mio bagaglio a mano.  All’arrivo a Madrid, un secondo e ancora più accurato controllo da parte della polizia aeroportuale dell’apt Barajas, per il solo fatto che sono diretto a New York.

Terminata anche questa minuziosa ispezione, ributto tutto nel trolley e scappo via. Arrivo appena in tempo al check-in dove vogliono sapere il nome dell’hotel che mi ospiterà, senza il quale non posso imbarcarmi. Lo scelgo discretamente ma a caso dalla Lonely Planet.

Il volo è abbastanza vuoto, tanto da assicurarmi una fila di posti liberi dove sdraiarmi e dormire, nonostante il mio biglietto in stand by, di quelli cioè che se c’è un posto parti, se no aspetti il volo successivo. Dopo una decina di ore arrivo al JFK. L’atterraggio riuscito è accompagnato dal fragoroso applauso dei passeggeri.

Il cielo nero e un’incessante pioggia mi accolgono all’uscita di un terminal alquanto squallido. In un angolo un secchio di plastica raccoglie l’acqua piovana che si infiltra dal soffitto… (in America?), però ci sono ben tre persone di guardia al secchio e altrettanti cavalletti che avvertono del pericolo di scivolate. Eh sì, siamo proprio in America!

Girato l’angolo mi cadono le braccia. Ad attendermi una coda transennata di circa 300 metri riservata ai non citizen per il controllo documenti… a fianco una corridoio deserto per i residenti U.S.A.”

Mi guardo in giro per cercare una via d’uscita e mi accorgo che in lontananza una poliziotta sembra fare cenno di venire avanti nella corsia vuota dei residenti… ma come? utilizzando la corsia preferenziale degli americani? Nel dubbio mi ci butto, come quando al supermercato apre una nuova cassa, se ci si muove subito da ultimi si diventa primi. Sorpasso così la lunghissima coda e alla fine vengo bloccato dalla stessa poliziotta che mi ordina di compilare un nuovo foglio lungo e verde, a suo esclusivo uso. La stessa che gesticolando però, non stava chiamando le persone in coda come avevo interpretato io, sono stato infatti l’unico a superare tutti guadagnando un buon paio d’ore… ma l’ho fatto in buona fede e ormai lì… di sicuro non torno indietro, tanto più che la tipa sembra ignorarmi. Mi chiede solo di vedere l’id e le porgo il passaporto. Visto e salutato.

Sono gasatissimo nonostante le condizioni del tempo, perché studiando un poco la guida durante il volo, ho trovato due sistemazioni straordinarie nel capitolo: “Il vero spirito di New York”. Tanto gasato da dimenticare la beffa dell’inutile pratica “Esta” (Electronic System for Travel Authorization U.S. Department), fatta dall’Italia su internet e pagata 50 dollari. Avrebbe dovuto essere sostitutiva del visto d’ingresso negli States e persino il consolato americano che avevo interpellato, la dava per indispensabile. Quando la esibisco all’agente dell’immigrazione, con un sorrisino ironico mi fa cenno di no con la testa. Mi chiede invece il solito questionario compilato a casaccio e a matita in aereo, ne stacca un pezzo, lo timbra e me lo consegna salutandomi con un ciao e con la raccomandazione di non perderlo per i 90 giorni concessi. Questo non prima di avermi preso le impronte digitali di tutte le dieci dita e una foto ricordo.

Al ritiro bagagli intraprendo una dura battaglia che si conclude con un’unghia rotta, nel tentativo di sfilare il mio trolley dal mucchio di valigie che girano sul nastro una sopra l’altra e del quale spunta solo una delle due rotelle. Devo letteralmente salire sulla giostra girevole e farmi largo tra la montagna di altri bagagli, spostandoli uno ad uno. Non posso fare a meno di pensare che sono una razza di incapaci.

Nella città che qualcuno definisce la capitale del mondo, mi metto nuovamente in coda per il taxi. Stavolta non c’è modo di evitarla. Dopo un paio d’ore trascorse sotto una lunga pensilina che gronda acqua da tutte le parti, viene finalmente il mio turno, proprio nel momento in cui l’incompetente incaricato di indirizzare le persone su una certa auto si distrae, creando così la coda di una decina di macchine. Per salire sul mio taxi devo quindi scendere dalla banchina per girare intorno a tutti gli altri, finendo nel bel mezzo di un’enorme pozzanghera col risultato di inzupparmi scarpe e calze, il resto è già zuppo zuppo per la pioggia scrosciante.

Le previsioni meteorologiche per i giorni a venire sono pessime, me lo riferisce il tassista al quale ho chiesto di portarmi a visitare i due alberghi trovati sulla guida. Il “L-Hostel” ed il “Jazz on Lenox” entrambi di Harlem, quartiere di Manhattan dove suonano dell’ottimo jazz… il massimo! L’autista di colore che intuisce il mio desiderio di scoprire l’America, quella vera, è felicissimo di accompagnarmi per soli 45 dollari.

Il traffico è paralizzato, tanto che per percorrere le venti miglia che separano l’aeroporto da Harlem ci son volute più di due ore, in un tratto di strada buia anche di giorno che mi ricorda un brutto incrocio di San Donato Milanese. Ai bordi della strada, a lato di un cavalcavia, una lunga schiera di case di legno tutte uguali.

Sotto il diluvio universale arriviamo all’indirizzo del primo dei due hostel: l’L-hostel in Seventh Ave 118th. Al numero civico indicato nella guida, tre scalini avrebbero dovuto rappresentare l’ingresso presidiato da una ragazza.

Il meccanismo del pagamento del taxi è quello di attendere che compaia l’importo sul monitor fissato dietro lo schienale dell’autista, dare l’ok, impostare la percentuale di tip (mancia) che varia da 20, 30 o 40 per cento ed infilare la carta di credito. Lo scontrino compare sul cruscotto dell’autista.

Prendo il mio bagaglio e chiedo una camera alla ragazza che mi guarda stranita e ribatte: “Quale camera?”. L’amico tassista non se n’è ancora andato e osserva la conversazione. La tipa mi dice che a questo indirizzo c’è solo il palazzo del quale lei è la custode, nessuna traccia dell’hostel, né ora né mai c’è stato! Sotto l’incessante pioggia, con lo zaino in spalla, il manico del trolley in una mano e nell’altra l’ombrellino che nel frattempo si è rotto, con la terza mano prendo la guida e la mostro alla stupita portinaia che resta ancora di più incredula ma che, appurata la mia buona fede decide di aiutarmi. Compone così il numero di telefono del fantomatico hostel, qualche tentativo poi mi dice che la linea telefonica risulta staccata… riprova altre due o tre volte, niente! Ma poi lei che ci abita lo saprà bene no? Nessun hostel né qui né nelle vicinanze. Penso che al rientro inoltrerò un reclamo alla Lonely Planet.

Ora interviene il tassista che, conoscendo la mia storia, chiede alla ragazza se possibile tentare di telefonare all’altro hostel che si sarebbe dovuto trovare a pochi isolati da qui. Lei prova ma nulla, questa volta suonerebbe ma nessuno risponde. Il taxi driver mi suggerisce di non perdere altro tempo e di trovare un’altra sistemazione, vista la condizione del tempo e considerato il posto dove siamo, che in quanto a sicurezza è “so so” (così così) dice lui. Rimetto i bagagli in macchina e ripartiamo. Il cielo è sempre più scuro.

Resto con la ferma determinazione di ripassare il giorno dopo a cercare i due fantomatici hostel, mentre il taxi si ferma al primo hotel, trovato dopo circa mezz’ora di giri. L’autista mi consiglia di entrare a chiedere se c’è posto. Io però non ho intenzione di lasciare i bagagli in macchina e così chiedo di aprirmi il bagagliaio, lui apre ma pretende il pagamento. Nonostante la simpatia non ci fidiamo né lui di me né io di lui… ma così dev’essere penso io. Pago e lo lascio libero di andarsene. E lui se ne va. Entro nell’hotel né bello né brutto solo per sentirmi dire che non c’è neppure un buco per dormire.

Ed inizia qui il calvario, come se finora tutto fosse andato bene…

Esco fuori trascinando su per le scale il trolley. Inzuppato d’acqua fin dentro le scarpe decido di buttare l’inutile ombrellino. Intanto comincia a farsi tardi e ho ancora nelle orecchie la parole del bravo tassista: “per non trovare sorprese, prenda sempre e solo i taxi gialli”… ma in questa parte di Manhattan di taxi gialli neppure l’ombra. Tre quarti d’ora dopo ne passa uno che blocco ma è fuori servizio. Però il tipo telefona ad un amico che poco dopo arriva con un transatlantico nero come lui. Niente garanzia ma al punto in cui sono non ho possibilità di andare per il sottile, salgo chiedendo di portarmi in una zona un po’ più hotelera e così contrattando 20 dollari finisco a Midtown davanti al primo hotel che si presenta sulla nostra strada. Solita trafila per il pagamento della corsa, ma in contanti e saluti alla macchina che riparte subito. Nessuna camera neanche qui. Ma neanche un sottoscala? No, niente! Forse sbaglio a pretendere di trovare un posto per dormire nella città che non dorme mai?

Sono le diciotto ormai e proseguo il pellegrinaggio un po’ a piedi un po’ con altri taxi gialli e non… Visito una ventina di hotel senza fortuna. Alle ventuno circa decido che devo spostarmi ancora più verso il centro e con un nuovo taxi mi faccio portare a Times Square. Inchioda davanti ad un Holiday Inn. Lunga scalinata e niente camere libere. Altri hotel che raggiungo a piedi e che si trovano due blocchi più giù: niente!!! Niente di niente neppure nei quattro hotel incontrati su una strada traversa che percorro sempre a piedi sotto la pioggia incessante. In tutta Manhattan mi dicono che c’è un grande raduno di graduati, vecchi e nuovi provenienti da tutti gli Stati americani, per cui farei meglio a desistere. Così mi dicono… come se fossi in condizione di decidere. Sono passate le undici.

Nei film che si vedono in Italia, dalle grate dei marciapiedi delle grandi città americane esce sempre del fumo. In questa parte di New York il vapore viene convogliato tutto in un’unica ciminiera nel bel mezzo dell’incrocio, proprio bello penso!

Inizio ad avere un po’ fame e devo anche fare pipì, ma non voglio perdere tempo e insisto. A mezzanotte e mezzo trovo, in una delle reception visitate, una ragazza che è disposta a fare un paio di telefonate per me. Il mio cellulare non prende, non c’è neppure campo a New York!!! Questa ragazza sta cercando di fare ciò che inutilmente ho chiesto a tutti, la cortesia di sentire l’amico o il collega di un altro hotel. In Italia è prassi, magari per un piccolo tornaconto ma si fa. Qui niente e te lo dicono: “non sono tenuto a telefonare”. Ho insultato qualcuno in dialetto brianzolo, magra soddisfazione! Maledico il giorno che ho deciso di dar retta all’amica di Iberia e comincio a maturare l’idea di tornare in aeroporto, così da dormire sulle panchine, al riparo dall’acqua e da non so cos’altro.

Da qui la voglio far breve, anche se ce ne sarebbero di cose da raccontare ancora, dal primo hotel che mi ha detto di essere al completo, ne avrò visti uno dopo l’altro almeno una quarantina, in una condizione disumana, inzuppato all’inverosimile zaino compreso, così come il suo contenuto, ma nulla di nulla. Sold out, sold out generale!!!

Un’altra reception e un’altra ragazza gentile che, dopo varie telefonate mi dice d’aver trovato una sola camera in un solo hotel sulla 48th street. Si chiama Belvedere www.belvederehotelnyc.com e precisa che si tratta di una camera executive, come se potessi decidere per un’altra differente. Un sospiro di sollievo ed il nome dell’hotel mi fa pensare che probabilmente troverò un siciliano o un napoletano che mi tratterà bene nonostante il mio cognome. All’estero siamo tutti solo Italiani. Percorro a piedi, manco a dirlo sotto l’acquazzone, gli otto blocchi che mi dividono dalla 48th street e dall’hotel che non ha nulla di italiano, tantomeno la cortesia delle maestranze, rappresentate da un ciccione americano che mi guarda storto. Mi informa che la stanza sarebbe stata libera solo per una notte causa disdetta: “si consideri fortunato!!!” Il prezzo? 429 dollari + State tax 8.875% + City tax 5.875% + NYC Occupancy tax $4 + NYC Hotel Unit Fee $ 1.50. Totale 499 dollari!

Salgo non ricordo a quale piano altissimo, entro in camera e sbatto tutto per terra. Io mi butto sul letto per un secondo. Dalla finestra scatto una foto di uno skyline che non si vede causa nubi bassissime. Mi infilo sotto la doccia dove mi tocca studiare per mezz’ora l’impianto di miscelazione dell’acqua. E meno male che, pochi tentativi prima di staccarlo dalla parete, si è deciso a funzionare. Ci voleva proprio un po’ d’acqua calda.

Il mattino del giorno dopo piove ancora a dirotto. Niente colazione inclusa, che consumo dopo una lunga camminata, in un self service dalle parti di Rockefeller Center a base di schifezze mai viste.

Pensavo d’aver provato qualsiasi tipo di difficoltà  ma evidentemente non avevo ancora mai vissuto un’esperienza del genere o forse l’avrò anche vissuta in una località dove fa parte del gioco, dove te l’aspetti.

Non avrei mai pensato di viverla a New York. Mi aspettavo la vita frenetica di questa città, ma non a questo livello. Inimmaginabile! Parlo con diverse persone perlopiù chiedendo di indicarmi un’agenzia di informazioni turistiche così da trovare un letto. Qui nessuno si ferma a rispondere, devo seguire il tipo o la tipa di turno camminando all’indietro… nessuno pare abbia due minuti da perdere e se non capisci alla prima spiegazione ciao.

Non esistono le agenzie turistiche, almeno non nella parte di città dove mi trovo. Una, l’unica si chiama Visiting Center e si trova al 1560 Broadway di Times Square, ci vado ma non fanno servizio di prenotazione, distribuiscono solo guide e depliant in un incrocio dove si intrecciano tre vie. Una malefica mescolanza di insegne luminose alte una decina di piani e tutte in movimento, ognuna su grattacieli diversi che, miscelandosi in corrispondenza della piazza fanno venire il mal di mare a chi le guarda.  Si avvicina sempre più la possibilità che me ne vada da questo maledetto posto per altri lidi certamente, ma via, via da qui.

Non ho più voglia di vedere altro e decido che, visto il poco che ho visto, ho visto già troppo e con la prospettiva di trovarmi ancora nella stessa condizione della sera precedente, prendo uno dei soliti macchinoni neri non ufficiali e penso a ciò che si vede nei soliti film: la tipa che esce di casa e semplicemente alzando il braccio blocca la vettura gialla. Fantasia? Eppure sono a Manhattan non in un sobborgo del Bronx. Con l’auto nera e l’autista nero mi faccio accompagnare in aeroporto, sempre sotto l’acqua che non ha mai smesso un attimo. 80 dollari per dire addio a questa città. Li ho pagati volentieri.

Sulla mia amica panchina ed in attesa del volo delle 18, annunciato ahimè come pienotto pienotto ho letto un intero libro. La fortuna mi assiste con un posto a sedere annunciato all’ultimo momento con il rischio di non vedere il bagaglio all’arrivo, ma non me ne frega niente. Voglio solo andarmene via, via via!!!

E dire che la sensazione l’avevo avuta anche prima di partire ma come in tutte le cose, ci devo sbattere la testa. Devo finirla di cadere nella solita trappola di quando, per pigrizia mentale mi sforzo di fare quello che piace fare ad altre persone. Altre persone che non sono io e che il più delle volte non fanno ciò che faccio io. Così come non andrò mai a vedere una partita di calcio avrei potuto non accettare passivamente il suggerimento dell’amica Stefania. Una volta nella vita bisogna vedere NY? Ma anche no!!!

O forse NY va vista prenotando prima e in compagnia, quando cioè sembra che possano andare a genio alcune cose che in realtà non si accetterebbero, ma che si tollerano per la sola delicatezza di non far dispiacere a chi è con noi.

Da soli la selettività è portata all’estremo, qualche contrattempo che se condiviso può perfino passare per divertente, da solo è unicamente un fastidio. All’amica Stefania dirò che forse vedere NY è come sposarsi, uno ci prova per poi decidere che non è cosa!

Vista la grande mela amo un po’ di più l’Italia, oltre che naturalmente tutto il sud del mondo.

In tutti i luoghi dove sono stato finora ho sempre trovato un sorriso, un amico. Poi c’è il sole anche quando piove. E’ vero, ci sono pure i banditi e i rapinatori che però riesci ad evitare se ci stai un po’ attento. Qui no, non li puoi evitare. Come definire i newyorkesi fin qui conosciuti? Non voglio per forza giudicarli negativamente, ma penso siano un po’ idioti, non cattivi ma idioti.

In altre occasioni, per motivi di lavoro ne avevo conosciuti alcuni e li avevo trovati un po’ interdetti pur se con mansioni di prestigio, ma almeno disponibili e gentili. Durante questa esperienza no! E credo di averne visti tanti!!!

Prendo posto nell’aereo e mi sembra di essere un gran signore e di trovarmi già a casa. Invece si stanno consumando le otto ore di volo che mi separano da Madrid, poi da Milano, dove con tutta calma potrò decidere la prossima destinazione.

The End.

See you next time! Fer

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