180mila fotografie in America di libero dominio — Lombardi nel Mondo

180mila fotografie in America di libero dominio

Un patrimonio artistico senza precedenti, ma anche un percorso storico, visto che le foto raccontano oltre un secolo di vita vissuta a New York: c’ è l’ angolo tra Mulberry e Prince immortalato nel periodo d’ oro di Little Italy e il mitico Chelsea Hotel

«Liberi di condividerle e riutilizzarle». Questo lo slogan che campeggia in cima alla pagina Internet della New York Public Library chiamata «Public Domain Collection». Si tratta della piattaforma in cui viene presentata la pubblicazione online di oltre 180 mila fotografie conservate negli archivi della biblioteca pubblica della Grande Mela, ed ora divenute patrimonio universale godibile da chiunque, con un semplice click.

Un vero tesoro composto da pezzi appartenenti a diverse collezioni della «Library», non più coperte da «copyright», ovvero dal diritto d’ autore, e per questo utilizzabili da chiunque.

Qualsiasi utente Internet può infatti scaricarle a titolo completamente gratuito e farne l’ uso che vuole, ripubblicarle su Internet, giornali e finanche ad uso pubblicitario. Il tutto con il valore aggiunto dell’ alta definizione visto che l’ iniziativa è stata realizzata grazie a un lavoro certosino degli esperti arruolati dalla biblioteca newyorchese, per rendere le immagini in digitale di altissima qualità. Un patrimonio artistico senza precedenti, ma anche un percorso storico, visto che le foto raccontano oltre un secolo di vita vissuta a New York e non solo.

Ci sono ad esempio le suggestive fotografie degli arrivi a Ellis Island, l’ isola della «quarantena» dove sino alla metà del 1900 gli emigranti provenienti da ogni dove venivano messi sotto ferrea osservazione medica prima di consentire loro di mettere piede a Manhattan. Compresi tantissimi italiani, come dimostra lo scatto che porta la firma di Lewis W. Hine in cui è immortalata «una famiglia italiana in rotta verso Ellis Island». Padre e madre con un bimbo in braccio e uno per mano, a bordo di un battello che li porta sull’ isola, mentre l’ uomo tiene sulle spalle la solita valigia di cartone.

Immagini di inizio Novecento, come quella del 1905 dove lo stesso Lewis ritrae un’ altra famiglia, questa volta solo mamma e figlia, e scrive: «La perdita dei bagagli è il motivo dei volti impauriti».

Scorrendo il cursore sulla pagina «publicdomain.nypl.org» ci imbattiamo nella collezione «Green Book», si tratta di una serie di edizioni di guide turistiche pubblicate tra il 1936 e il 1966 dove è possibile trovare alberghi, ristoranti, bar, stazioni di benzina consigliate per i viaggiatori afro-americani.

Si tratta in sostanza di un vademecum per «andare sul sicuro», visti che in quel periodo tensioni e discriminazioni razziali negli Stati Uniti erano ancora assai frequenti. Insomma seguendo la «guida verde» si era sicuri di andare in posti dove i neri erano ben accetti, anzi trattati con un riguardo particolare.

Con la possibilità di ricostruire itinerari in lungo e largo per gli States, grazie alle opzioni di ricerca che consentono di segnalare posti e curiosità mettendo il luogo prescelto e l’ anno di riferimento. Ad esempio volendo andare da New York ad Atlanta nel 1956, era consigliato fermarsi al «Blue room Restaurant», di Danville, in Virginia, e pernottare all’ Hotel Royal di Auburn Avenue, nella capitale della Georgia.

Discorso a parte meritano gli scatti in bianco e nero della New York che fu, un viaggio nel tempo da non perdere per chi ama la Grande mela e la storia che le appartiene.

C’ è l’ angolo tra Mulberry e Prince immortalato nel 1935, periodo d’ oro di Little Italy, il mitico Chelsea Hotel, l’ albergo delle star e degli artisti dove nei decenni successivi trascorreranno notti più o meno insonni tanti artisti e vip da Bob Dylan a Patty Smith, da Andy Warhol a Jack Kerouac.

Ci sono i piroscafi ormeggiati al molo di Fulton, sotto il ponte di Brooklyn, le immagini della Upper East Side industriale, con le fabbriche e il vecchio gasometro. C’ è Penn Station irriconoscibilmente affascinante, e la maestosità del Chrysler Building, mentre sulla sua ombra lo insidia un Empire State ancora in divenire.

Francesco Semprini per “la Stampa”

Fonte: www.dagospia.com

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