Emigrazione: Note storiche per non dimenticare, 2 — Lombardi nel Mondo

Emigrazione: Note storiche per non dimenticare, 2

È sbagliato ritenere che l’emigrazione italiana sia sempre stata una storia di grande successo. Molti degli italiani all’estero subirono anche dei rovesci di fortuna, come ricorda emblematicamente il caso del Sudafrica e ancor di più quello dell’America Latina, dove oggi la povertà è una realtà molto diffusa anche tra i nostri connazionali

Quanti sono gli italiani all’estero?

Gli italiani all’estero: solo persone di successo?

 

 

 

 

È sbagliato ritenere che l’emigrazione italiana sia sempre stata una storia di grande successo. Si emigrò per bisogno, bisogno dei singoli e del paese. Anche l’accordo italo-belga del 1946 “carbone in cambio di manodopera” attesta, significativamente, che si vivevano tempi di grande miseria. Molte volte i migranti italiani furono apostrofati con termini spregiativi, spesso legati alla loro origine meridionale e al loro basso grado di istruzione. Negli Stati Uniti, per scrollarsi di dosso l’atteggiamento di disprezzo dei locali, molti italiani americanizzarono i loro cognomi, magari sopprimendo semplicemente la vocale finale, e arrivarono anche a diventare protestanti. La stessa Direzione Generale di Statistica ricorda le difficili condizioni del passato in una definizione del 1914, dove i migranti vengono qualificati come quelli che viaggiano in 3aclasse per oltrepassare lo stretto di Gibilterra e il Canale di Suez.

Molte e diffuse furono le difficoltà incontrate in fase di accoglienza. I sardi, che andarono a lavorare nelle miniere del Belgio, vennero sistemati nei campi di concentramento in precedenza destinati ai prigionieri nazisti; anche in Germania molti italiani furono a lungo alloggiati in baracche. E non sono certo questi gli unici esempi.

 

Gli italiani andarono a inserirsi nei settori lavorativi più umili: alla fine dell’Ottocento in Germania costruirono la ferrovia nella Foresta Nera; furono protagonisti del traforo del Sempione, inaugurato nel 1906 come il più lungo tratto ferroviario sotto montagna;

affrontarono attività pericolose, come la costruzione della diga di Mattmark, che nel 1965 si trasformò in una grande tragedia. I lombardi che emigrarono tra l’‘800 e il ‘900 negli Stati Uniti e in Canada attraversarono l’Oceano per lavorare (e a volte morire) nelle miniere, spesso accompagnati dai figli: secondo una legge americana dell’epoca infatti ogni minatore poteva farsi aiutare, come assistente, da un minore di 8-12 anni. Nella miniera di carbone di Monongah (West Virginia) si verificò nel 1907 un crollo ancor più drammatico di quello di Marcinelle e furono almeno 361 le vittime, di cui 171 gli italiani.

 

Altri andarono alla ricerca dell’oro in Canada e negli Stati Uniti, a volte trovandolo e a volte no. Altri ancora, vittime di soprusi sul lavoro, si dedicarono alla lotta e alla tutela dei loro compagni, finendo con l’essere schedati come sovversivi: questo avvenne, ad esempio, negli Stati Uniti all’inizio del secolo scorso.

 

Molti degli italiani all’estero subirono anche dei rovesci di fortuna, come ricorda emblematicamente il caso del Sudafrica e ancor di più quello dell’America Latina, dove oggi la povertà è una realtà molto diffusa anche tra i nostri connazionali. In Romania, dove la nostra emigrazione tradizionale affonda le radici nel diciottesimo secolo, diversi protagonisti dei flussi del passato si trovano oggi in situazione di povertà e ciò contrasta con i vantaggi di cui godono i migranti al seguito delle imprese, protagonisti delle migrazioni più recenti. 

 

I paesi esteri non sono più gli eldorado dei tempi in cui si partiva in cerca di fortuna.

Colpisce, ripensando ai sogni che l’Argentina alimentò nel passato in tanti migranti italiani, che oggi vi siano persone costrette ad arrangiarsi, facendo la fila al Consolato italiano per conto di quelli che devono sbrigare le pratiche (i cosiddetti coleros) o dedicandosi, come i cartoneros, alla raccolta del cartone in cambio di pochi spiccioli (20-30 pesos). Del resto anche nella ricca Svizzera si è scoperto che un settimo della popolazione totale si colloca al di sotto del livello di povertà.

 

Spesso poi gli italiani si sono distinti, se non per ricchezza, quanto meno per perspicuità: Salvador Allende, il futuro presidente del Cile, da studente era solito andare a parlare di politica con un anziano anarchico italiano, emigrato nel paese latino-americano, dove lavorava come calzolaio.

È anche vero, però, che sono italiani o di origine italiana molte persone di successo che svolgono ruoli di grande prestigio nei diversi contesti di riferimento. Una delle espressioni più significative di riuscita sono i parlamentari di origine italiana eletti all’estero (359). Prevale il Brasile con 63 parlamentari, seguono l’Uruguay con 56 e l’Argentina con 39. Essi sono originari per il 48% dalle regioni del Nord, per il 35% dal Meridione e per l’11% dal Centro.

A livello regionale il primato spetta al Piemonte, con 53 parlamentari (15,5% del totale), seguito dalla Campania e dalla Liguria. Ad essere eletti più facilmente sono i professori universitari e gli avvocati (ciascuna categoria un sesto del totale); non aiuta, invece, essere lavoratori dipendenti, militari, sportivi, assistenti sociali e artisti (1 su 100 eletti) e neppure essere sindacalisti (1 su 70).

 

Per curiosità, tra le donne di successo ricordiamo Lisa Caputo Nowak, membro della marina militare statunitense e prima donna d’origine italiana ad essere andata nello spazio, e Sonia Maino, originaria di un paesino nel Veneto, diventata moglie di Rajiv Gandhi e attualmente importante dirigente del Partito democratico indiano.

 

Oggi, in Argentina e in Brasile più di un quinto degli italiani residenti sono imprenditori e molti altri sono lavoratori autonomi e professionisti: nello Stato di Rio Grande do Sul, in Brasile, su 10.641 aziende, 4.512 sono intestate a imprenditori di origine italiana. In Uruguay un quarto delle aree agricole del paese appartiene agli italiani. Sempre in Brasile si riscontra una singolare coincidenza per la quale le aree di maggiore insediamento dei nostri connazionali (Sud e Sud-Est del paese) sono quelle a più alto sviluppo sociale ed economico e contribuiscono, da sole, ai tre quarti del prodotto interno lordo. Il Sud America è stato anche la culla del commercio italiano all’estero: nel 1883 è stata fondata la prima Camera di Commercio fuori dai confini nazionali a Montevideo, mentre la seconda è stata fondata l’anno successivo a Buenos Aires.

Nello stato di New York più di un terzo della popolazione di origine italiana è costituita da manager e liberi professionisti e in tutti gli USA sono circa 25.000 i ristoranti italiani. Invece, in Germania, Svizzera e Belgio la realtà imprenditoriale è molto meno diffusa e circa i due terzi degli italiani residenti sono lavoratori dipendenti.

 

I “pionieri” dell’emigrazione

Secondo i dati AIRE relativi al complesso dei cittadini italiani residenti all’estero le persone in età avanzata prevalgono, seppure di misura, sui giovani: oltre la metà (54,2%) ha infatti un’età superiore ai 40 anni e di questi il 19,3% è costituito da ultrasessantacinquenni (quasi 600.000 persone). Questi “pionieri” dell’emigrazione sono prevalentemente concentrati nel continente americano e in Europa: il 34% di essi si trova in America Latina e ben il 44,5% nel continente europeo. Un riscontro di questa situazione è rintracciabile anche nella ripartizione delle pensioni italiane pagate all’estero nel 2005 (in totale 409.395): Unione Europea (33%), Nord America (27%) e America Latina (18%).

Il 58,5% degli italiani residenti in Europa è iscritto negli elenchi dell’AIRE da più di 10 anni: un dato che attesta il maggior afflusso determinatosi nel Dopoguerra in questo continente.

 

Come si è visto, le esperienze di vita e di lavoro di questi “pionieri”, in larga parte spinti da necessità di tipo economico, hanno seguito traiettorie varie e diversificate: storie di riuscita affiancate a quelle di insuccesso.

In Venezuela, un paese al quale il Rapporto dedica un capitolo di approfondimento, risiedono oltre 70.000 italiani, molti dei quali collocati in una posizione sociale medio-alta, come testimonia la complessa questione dei sequestri di persona. Ma sono anche numerosi gli italiani, anziani in primo luogo, che vivono in situazioni di grave indigenza, spesso a causa della crisi economico-sociale degli ultimi anni. Di questi soltanto una parte ricorre con regolarità all’assistenza consolare, che peraltro dispone, qui come in tutta l’America Latina, di un budget ridotto. Particolarmente urgenti sono le esigenze di natura sanitaria, che in alcuni contesti si sommano, per gli anziani, alle difficoltà di integrazione socio-culturale e a una situazione economica non più florida.

 

Nonostante questi problemi, non bisogna dimenticare che le prime generazioni di emigrati, non necessariamente in età da pensione, sono anche quelle che hanno creato e animato l’associazionismo, hanno avviato fiorenti attività economiche riscattandosi da situazioni di disagio e subalternità, hanno curato i rapporti con le autorità locali, hanno mantenuto saldi i legami con l’Italia e costituiscono, quindi, una preziosa risorsa nel mondo globalizzato di oggi.

A promuovere e valorizzare lo spirito e il desiderio di partecipazione sono oltre 7.000 associazioni (tante ne ha censite il Ministero degli Affari Esteri nel 2000), che contano 2 milioni  200 mila soci. Circa la metà di queste opera in Europa: ad esempio a Basilea se ne contano più di 400 e a Stoccarda più di 300. Singolare è la situazione nella circoscrizione consolare di New York, dove le associazioni raggiungono ben mezzo milione di soci. Per evitare le dispersioni sono in atto, ormai da tempo, dei processi di aggregazione: si pensi, ad esempio, all’Associazione Italiani del Sud America che conta 350 aderenti e, per le grandi associazioni impegnate nel settore, alla Consulta Nazionale dell’Emigrazione.

 

Le seconde, le terze e le quarte generazioni

Per seconde, terze o anche quarte generazioni si intendono i figli, nati sul posto, e i discendenti degli italiani emigrati all’estero, giovani e meno giovani, che a volte conservano e altre volte no il loro status di cittadini italiani e per i quali si pone il senso d’appartenenza all’Italia. Il 28% del totale dei registrati all’AIRE lo è in qualità di “discendente di migrante nato all’estero”.

Le origini italiane sono variamente percepite e vissute da questi figli dell’emigrazione, in continuità o meno rispetto alle loro aspettative e ai loro progetti di inserimento sul posto. Le radici italiane a volte vengono trascurate, a volte vissute solo nel privato-familiare, altre ancora testardamente recuperate e affermate attraverso lo studio della lingua e la riscoperta del mondo culturale italiano (arte, storia, cinema, teatro), e la rivalutazione dei prodotti tipici del made in Italy.

In America Latina, inoltre, a seguito delle più o meno recenti crisi socio-economiche, sono sempre più numerosi i giovani d’origine italiana che tentano di emanciparsi dalle difficoltà dei loro paesi di residenza ripercorrendo a ritroso il viaggio dei padri, vale a dire, in primo luogo, richiedendo la cittadinanza italiana. Il recupero della loro appartenenza all’italianità si lega quindi, in primo luogo, alla concessione di un passaporto UE che permetta di avere accesso al mercato occupazionale italiano ed europeo e non sempre al desiderio di riappropriarsi delle proprie radici, come confermano i risultati di un sondaggio condotto dal CEMLA – Centro de Estudios Migratorios Latino-Americanos di Buenos Aires.

 

Questa adesione utilitaristica degli oriundi all’italianità si rende evidente anche all’interno della vastissima rete associativa creata dai nostri connazionali all’estero. I giovani spesso sono poco interessati a un mondo associativo legato ad attività tradizionali, incentrate sul recupero e il mantenimento della memoria e delle tradizioni dei luoghi d’origine, dei quali chi è nato all’estero conosce ben poco. Maggiore interesse suscita, invece, la possibilità di partecipare a corsi di formazione professionale, di orientamento al mercato e di approfondimento dell’italiano commerciale.

È difficile, oggi, individuare luoghi d’aggregazione capaci di raccogliere e rappresentare l’insieme degli italiani all’estero: i pionieri dell’emigrazione restano distinti dai loro figli e dai loro nipoti. Un compito, tutt’altro che trascurabile, della politica migratoria consiste nel riuscire a dare una risposta soddisfacente a queste nuove generazioni.

 

Fonte: www.italiaestera.net

 

Inviato da Antonella De Bonis

Portale dei Lombardi nel Mondo

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