Paraguay: Lugo, due anni dopo l’elezione — Lombardi nel Mondo

Paraguay: Lugo, due anni dopo l’elezione

Paraguay, un excursus storico del Paese. Lo stato dell’arte a due anni dall’elezione di Fernando Lugo: un ritratto del nuovo Presidente, i suoi problemi di governo e il difficile rapporto con la guerriglia, di Maurizio Stefanini

RUBRICA ALTREAMERICHE. Quattro puntate sul Paraguay, un excursus storico del Paese. Lo stato dell’arte a due anni dall’elezione di Fernando Lugo: un ritratto del nuovo Presidente, i suoi problemi di governo e il difficile rapporto con la guerriglia.

 

Già centro delle famose Missioni Gesuitiche, il Paraguay divenne indipendente dalla Spagna nel 1811 con una Costituzione ispirata all’antica Roma: l’unico modello repubblicano che nelle biblioteche del Paese era stato trovato. Ma quasi subito il dottore in filosofia e teologia José Gaspar Rodríguez de Francia El Supremo stabilì un regime personalista ferreo, basato su un forte controllo dello Stato non solo sulla società ma anche sull’economia, chiudendo inoltre le frontiere. Morto lui, divenne presidente Carlos Antonio López, che mantenendo un duro autoritarismo aprì però il Paese all’esterno, favorendo anche un principio di industrializzazione. E poi alla sua morte nel 1862 seguì il figlio Francisco Solano López “il Napoleone del Plata”, che trascinò il Paraguay in una disastrosa guerra contro Brasile, Argentina e Uruguay assieme.

 

Una importante corrente storiografica che inizia con Thomas Carlyle ed è stata divulgata in Italia con le famose Vene aperte dell’America Latina di Eduardo Galeano parla di un modello di sviluppo autocentrato spietatamente stroncato dall’imperialismo britannico attraverso i suoi scherani locali, al costo di un genocidio in cui la popolazione paraguayana fu ridotta da un milione di persone a poco più di 100.000. Una corrente storiografica altrettanto importante vede invece nel regime di Francia e dei López un’impressionante anticipazione ottocentesca del moderno totalitarismo, in Francia in particolare un antesignano di Enver Hoxha e in Francisco Solano López un Saddam Hussein ante-litteram.

 

Comunque, colorados e liberali nacquero nella democrazia imposta dai vincitori. Ispirandosi ai partiti Usa nei nomi: la prima denominazione dei liberali fu Centro Democratico; e la sigla ufficiale dei colorados, “rossi” dal colore contrapposto all’azzurro liberale, è Associazione Nazionale Repubblicana. Risolvendosi spesso i colorados nel partito filo-brasiliano e i liberali in quello filo-argentino, anche se questo allineamento alle potenze vicine è meno automatico di quanto non suggerisca una certa vulgata. In più, quando negli anni ’30 Francia e i López tornarono di moda i colorados si proclamarono loro eredi, tacciando i liberali di continuatori di quegli esuli che avevano organizzato una Legione Paraguayana per combattere al fianco degli invasori. Ma è capitato anche che siano stati i liberali a ritorcere l’accusa, e la verità è che “lopisti” e “legionari” erano equamente divisi tra i fondatori di entrambe le formazioni.

 

Il dato importante è che il popolo paraguayano, in particolare i contadini spesso neanche parlanti lo spagnolo ma solo guarani, si appassionarono delle due sigle con un fervore tra il tifo calcistico e la setta religiosa, arrivando a vestirsi in rosso o azzurro e a passarsi l’affiliazione di padre in figlio. Da ciò però una blindatura dei partiti che da un lato ha reso difficile l’alternanza democratica; dall’altro ha accentuato all’inverosimile gli odi correntizi all’interno delle stesse sigle. Tra 1870 e 1904 governarono i colorados. Nel 1904 una rivolta armata portò al potere i liberali. Nel febbraio 1936 un mito della “vittoria mutilata” dopo la Guerra del Chaco con la Bolivia, sorprendentemente simile a quello italiano del 1919, portò per via di un golpe alla breve parentesi febrerista, fino all’agosto 1937.

 

Con un altro golpe tornarono poi al governo i liberali, fino alla morte per incidente aereo il 7 settembre 1940 del maresciallo José Felix Estigarribia. Dopo di che il suo successore Higinio Morínigo, a sua volta generale, richiamò al potere i colorados. Che ci sono rimasti appunto fino a Lugo. Non senza vari aggiustamenti. Vinta nel 1947 una feroce guerra civile contro una coalizione tra liberali, febreristi, comunisti e una corrente di militari detti “istituzionalisti”, i colorados iniziarono a scontrarsi tra di loro, con cinque presidenti tra 1948 e 1949. Poi nel 1954 prese il potere con un golpe il generale Stroessner, che stabilì un regime corrotto e dispotico fino al 1989: utilizzando il Partito Colorado, ma sottoponendolo al contempo a continue epurazioni. Fino a che fu un’ala dello stesso Partito a toglierlo dal potere con un altro golpe, che fu guidato dal consuocero stesso di Stroessner, generale Andrés Rodríguez.

 

Rodríguez favorì un’apertura democratica che permise per la prima volta nella storia del Paese un ricambio pacifico al potere, a livello di amministrazioni locali. Ma a livello nazionale i liberali restarono confinati all’opposizione dal rifiuto dei colorados scontenti di votare per loro, mentre peraltro cresceva l’agitazione all’interno dello stesso partito maggioritario. A Rodríguez successe nel 1993 l’imprenditore Juan Carlos Wasmosy: primo civile presidente dal 1949. Un colorado neo-liberale contro cui il colorado e populista generale Lino Oviedo tentò un golpe. Le primarie portarono per le elezioni del 1998 alla designazione della strana coppia di candidati Raúl Cubas Grau alla presidenza, Luis Maria Argaña alla vicepresidenza: il primo fedele di Oviedo, che subito amnistiò appena eletto; il secondo suo feroce nemico.

 

L’omicidio di Argaña portò a una sommossa popolare di sinistre, liberali e colorados anti-Oviedo, per cui Cubas fu rovesciato e presidente divenne il Presidente del Senato Luis Ángel González Macchi. Colorado, ovviamente. Poco dopo, in curiose elezioni vicepresidenziali a suo Vice fu eletto il liberale Julio César Franco, fratello di Federico, con il decisivo appoggio a dispetto dei colorados ovedisti. Salvo poi, alle presidenziali del 27 aprile del 2003, gli oviedisti presentare un candidato proprio col 14% dei voti, che lasciò Julio César Franco con solo il 24,7%, contro il 38,3% del colorado Duarte. Che in un’ennesima giravolta trasformista schierò il suo governo con Lula e Chávez contro il progetto di integrazione panamericana dell’Afta-Alca: salvo poi in campagna elettorale contro Lugo vedere la sua “delfina” accusare il vescovo di filo-chavismo.

 

I dati del 2008, 1.659.814 iscritti al Partito Colorado contro gli 805.795 del Plra e i 310.610 dell’oviedista Unione Nazionale dei Cittadini Etici (Unace), descrivono abbastanza sia la cultura di un Paese dove l’affiliazione politica si passa di padre in figlio, sia comunque il vantaggio dei colorados anche per il trascinamento clientelare della lunga permanenza al potere. Lo stesso Lugo era infatti di famiglia colorada: di un’ala del partito però all’opposizione rispetto a Stroessner. Suo zio Epifanio Méndes Fleitas era un noto leader della dissidenza, vari dei suoi parenti furono costretti all’esilio, e suo padre entrò e uscì di prigione venti volte.

 

Va detto che questa era la tecnica preferita di repressione del regime di Stroessner: arresti continui e brevissimi senza neanche processi, che formalmente permettevano di ribattere alle organizzazioni per i diritti umani che nessuno era condannato per le sue idee, ma che impedivano alla gente di vivere. In compenso il padre di Lugo non andava mai a messa, e l’avvicinamento del figlio alla Chiesa fu dovuto solo al fatto che fu una scuola cattolica l’unica che potè frequentare, nel mentre aiutava il bilancio della poverissima famiglia vendendo spuntini per la strada. Sempre all’influenza ecclesiastica fu dovuta la decisione, presa a 17 anni nel fatidico 1968, di diventare maestro rurale, contro la volontà del padre che lo sognava avvocato. A 19 anni entrò poi in seminario, per diventare prete a 26; andare per cinque anni missionario in Ecuador, dove avrebbe conosciuto la Teologia della Liberazione; tornare in Paraguay a 31; venirne espulso a 32; recarsi a Roma a studiare teologia e sociologia; rimpatriare a 36 anni; venire ordinato vescovo a 43; e essere eletto infine Presidente a 57. Il vescovo colorado che i liberali hanno usato per porre fine all’interminabile dominio del Partito Colorado.

 

 

Maurizio Stefanini, giornalista professionista e saggista. Free lance, collabora con Il Foglio, Libero, Liberal, L’Occidentale, Limes, Agi Energia, Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione e Scuola Superiore dell’Economia e delle Finanze. Specialista in politica comparata, processi di transizione alla democrazia, problemi del Terzo Mondo,  in particolare dell’America Latina, e rievocazioni storiche.

 

Di Maurizio Stefanini

 

Fonte: repubblica.it

 

Articolo gentilmente inviato da Alberto Poletti Adorno

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