Il Buffalo Bill romagnolo – tra storia e finzione

L’articolo che segue è apparso in inglese sul magazine We The Italians per il pubblico statunitense nel numero di dicembre 2020, col titolo: Domenico Tambini, the (fake) Italian Buffalo Bill; è qui pubblicato per la la prima volta nella versione italiana.

Di storie su Buffalo Bill ne sono state raccontate tante. In Italia, la sua popolarità ha visto rari momenti di oblio. Un’icona di quell’America della Frontiera ormai alla fine della sua fase storica e pronta a entrare nella dimensione del mito letterario e cinematografico che ha nutrito generazioni di italiani. Non a caso, durante l’esibizione del suo Wild West Show a Verona nel 1890 un giovane cronista si offre volontario con altri spettatori per salire sulla diligenza che deve subire l’assalto degli indiani, il numero più applaudito e adrenalinico dello spettacolo; il suo nome: Emilio Salgari. È scoccata la scintilla tra il genere d’avventura e il selvaggio West. Un lungo cammino, infine approdato alla stagione dei film western all’italiana.

Nemmeno durante il Ventennio tale amore è scemato. Negli anni Venti del Novecento, l’editore Nerbini di Firenze dà inizio alla pubblicazione di una collana settimanale a fumetti dedicata alle avventure di Buffalo Bill. Il successo è tale che anche gli adulti lo leggono. Ma negli anni Trenta il vento cambia e si arriva alla Seconda guerra mondiale. Nel 1942, con gli Stati Uniti entrati nel conflitto, sembra proprio che l’eroe americano abbia le ore contate, ma l’editore ha un’idea geniale. In un fumetto è Buffalo Bill stesso a rivelare una notizia che ha dell’incredibile: in realtà egli è un oriundo italiano, il suo vero nome è Domenico Tombini, e dice anche che viene da Faenza, una città della Romagna. Insomma, l’eroe del West per antonomasia ha sì compiuto le sue gesta in America, ora nemica, ma è un italiano e addirittura nato in quella Romagna che ha dato i natali anche al Duce della nazione. Nessuno ora potrà opporsi più all’uscita del settimanale.

Chi pensa che una trovata vignettistica possa aver messo fuori gioco uno dei più sofisticati apparati di censura del Novecento, ovviamente, sbaglia di grosso. Il Nerbini sa bene quello che fa, e mette in bocca al suo eroe di carta delle parole che rimandano immediatamente a un fatto ritornato agli onori della cronaca appena cinque anni prima: la strana vicenda di una favolosa eredità andata in fumo nel tentativo di farle attraversare l’Oceano, quella di Domenico Tambini (leggermente storpiato in Tombini dall’editore) detto anche Buffalo Bill.

Nel 1910 giunge dagli Stati Uniti la notizia della sua morte. Approdatovi col fratello Giuseppe come esule politico nell’ormai lontano 1850, praticamente senza un soldo, è uno dei quei pionieri che nella terra dei grandi spazi e delle infinite possibilità riesce ad accumulare una fortuna. Morto senza figli, è inevitabile che il lascito sia destinato alla discendenza di parte della sua famiglia rimasta in Italia. E qui iniziano i problemi. Una sequela di eventi inquietanti si conclude con la scomparsa dell’intera eredità. Ancora oggi non si sa che fine abbia fatto. Alcuni processi perlopiù inconcludenti, la sparizione di documenti importanti riguardanti il caso e il misterioso suicidio del giovane avvocato che lo ha seguito. Rimane il fatto che Domenico Tambini è chiamato Buffalo Bill, come l’originale William Frederick Cody, e ha lasciato un’eredità da favola. Questo è sufficiente perché tra il popolo di Romagna si diffonda la convinzione che in realtà sia lui quello originale. Il fatto che la moglie di William Frederick Cody, l’amata Louisa Frederici, sia di origini italiane forse ha una sua importanza nel processo d’identificazione.

Nel 1937, come si è già accennato, la storia riaffiora anche sulla stampa nazionale. Tra nuove rivelazioni sull’identità italiana – romagnola – di Buffalo Bill e relative marce indietro di giornalisti anche autorevoli, forse resisi conto di averla sparata troppo grossa, il caso tiene banco ancora un po’, per poi essere messo a tacere definitivamente. Ma come un fiume carsico esso continua ancora oggi a riapparire in superficie, specialmente a Faenza, la città romagnola che ha dato i natali a Domenico Tambini, detto Buffalo Bill, e a Bruno Fabbri, colui che da anni scava nell’intricata vicenda nel tentativo di fare luce sui suoi lati oscuri. A sua firma è uscito il libro dal titolo Buffalo Bill di Romagna, curato dal sottoscritti ed edito da MnM print edizioni (ISBN 978-88-945210-4-7).

Oltre alla vicenda dell’eredità, sopra esposta per sommi capi, l’autore propone una ricostruzione letteraria della vita di Domenico Tambini e del fratello Giuseppe, rielaborando tutto ciò che è stato detto e scritto, e amalgamandolo con i pochi dati storici a disposizione. Il racconto della vita di due patrioti italiani costretti a lasciare la Penisola dopo la Prima guerra d’indipendenza. Approdati a New York insieme ad altri esuli, ben presto comprendono che il loro futuro sarà all’interno del continente. E iniziano la loro avventura cavalcando attraverso praterie, alture boscose, e città nate dal nulla in territori ancora selvaggi, seguendo le grandi vie d’acqua come il Canale Erie e i primi tracciati della ferrovia. Trovato finalmente un luogo dove mettere radici come cacciatore e allevatore, Domenico riesce a dispiegare le sue indubbie qualità di uomo d’affari, fino ad accumulare una fortuna.

Una storia comune a tanti uomini coraggiosi in fuga dal mondo vecchio e approdati in quello nuovo, ben disposti a identificarsi coi miti della Frontiera come quello di Buffalo Bill.

(Immagine d’apertura: “Stampa Sera”, sabato 20 febbraio 1937).

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© Vittorio Bocchi

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