Il mio viaggio americano – Parte Prima — Lombardi nel Mondo

Il mio viaggio americano – Parte Prima

Andare in America costa poco più delle classiche cento lire, il travaglio della traversata è minimo, ma non è tutto così semplice come nella pubblicità.

Non si possono confrontare le peripezie affrontate dai migranti durante i loro spostamenti transatlantici con quelle odierne. La letteratura al riguardo ha ampiamente documentato le traversie e i disagi sopportati : si andava a piedi o con i carri fino alla stazione più vicina. Sistemazione nelle classi superiori, la terza di solito,ma anche allora la prima era la migliore. Attesa ai moli di Genova o Le Havre. A volte di giorni. Infine giorni infiniti nella steerage class, quasi mai a vedere il sole. Poi alla fine New York. Ellis Island. Non era ancora finita. Code per le varie visite. Non ancora la meta finale per molti. Dopo, il treno, magari per giorni, per arrivare fuori New York. San Francisco, Colorado, Wyoming. L’America vera. Molti non se la sentirono di fare la strada a ritroso e non rividero più i paesi natii.

Adesso i biglietti si acquistano on-line, ma bisogna stare attenti perché, in caso di cambiamento di itinerario o di data all’ultimo minuto, non si sa a chi rivolgersi per effettuare le variazioni e i rimborsi sono sempre difficoltosi. Spesso non si possono nemmeno prenotare i posti a bordo. Inoltre le continue modifiche apportate dalle compagnie aeree confondono sempre più i viaggiatori. Ad esempio, dal 1 novembre 2009 la maggior parte di esse  ha drasticamente rivoluzionato la franchigia bagagli sulle rotte nordatlantiche : si è passati dalle classiche due valigie  di massimo 32 chili l’una oltre al bagaglio a mano ad una sola valigia per persona oltre al limitato bagaglio a mano. Facile dire che il collo extra si può comunque portare a bordo pagando 30 Euro in più. Extra che il passeggero paga sempre di più. Tasse sul biglietto che superano la tariffa medesima. Parcheggi aeroportuali dal costo inverosimile  che costringono a programmare il trasporto con amici e parenti.

Dopo il 9/11 gli americani sono diventati paranoici e gli europei li hanno seguiti, magari di malavoglia, ma seguiti. Quindi anche se gli italiani non hanno problemi è sempre opportuno compilare il modulo ESTA ed inserire tutti i dati personali che saranno d’aiuto durante le formalità doganali. Non costa niente, ma ci sono dei siti tranello che offrono il servizio a pagamento. Conosciamo i problemi della sanità americana: meglio evitare disagi inutili e acquistare una polizza assicurativa in Italia prima di partire. Come pure prenotare tutto il viaggio o almeno una parte per non trovarsi in mezzo a incertezze fastidiose. L’albergo della prima notte. La prenotazione dell’auto, se serve per gli spostamenti. La patente internazionale è un plus, ma  non strettamente obbligatoria.

Dimenticavo. Mettere sempre un indirizzo all’interno della valigia. A volte le etichette esterne  si strappano.

Partenza all’alba da Malpensa. Le quattro ore di transito ad Amsterdam sembrano troppe. Raffaella mi conferma le sue perplessità sulla rapidità di trasferimento. Il volo arriva a Schiphol in orario. Bene. Quanta gente andrà a Memphis? E chi va a Memphis?  Tutto il mondo sembra andare a Memphis. Cambio di gate. Lunghe scarrozzate da un punto all’altro dell’aeroporto. Controlli di sicurezza come a Malpensa, scarpe, cinture, via. Via le giacche, via tutto. Dopo i controlli di sicurezza. Naturalmente con code chilometriche. Andranno tutti a Memphis? No, ma guarda un po’, a differenza di Malpensa Amsterdam ha voli anche per Seattle, Los Angeles, San Francisco, New York, Chicago, Atlanta, Boston. Ma allora è un hub? Infine quando le quattro ore stanno per scadere, me ne avevano suggerito al massimo due, riusciamo ad arrivare al gate per il controllo di sicurezza finale. Dieci ore. Non dieci giorni, ma sempre interminabili. Film inguardabili, sonno lontano, auricolari perennemente bisognosi di cure, nuvole sul paesaggio annuvolato. Ma dopo tutti questi anni perché il cibo a bordo peggiora anziché migliorare? Le mie mele e la mia banana portata da casa. Alcolici a 7 dollari. Acqua fresca. Memphis. Finalmente. Controllo passaporti quasi veloce ovvero meno di un’ora. E’ il solo arrivo dall’estero. Ma la mia fila è quella di Murphy. Infine controllo veloce.  Impronta digitale del pollice destro e delle quattro dita della mano destra. Impronta del pollice sinistro e delle quattro dista della mano sinistra. Via gli occhiali. Foto a labbra chiuse. Finalmente a Memphis. Oh, ecco i bagagli. Dogana, senza problemi. Ah, ah. Il bagaglio deve essere messo su un nastro a parte che va al carosello 6B. E noi? Reindirizzati al controllo di sicurezza, sì al controllo di sicurezza nonostante la nostra destinazione finale sia Memphis, anzi un’altra fila di Murphy che non finisce mai, con solita svestizione e solite domande a noi stessi. Poi una camminata lenta in mezzo a corridoi senza fine luccicanti altoparlanti tutto il mondo che va su e giù. Carosello 6B. Quasi. Trasporto lento dal terminal al centro vetture a noleggio. Giro intorno al perimetro aeroportuale. Il buio è calato da un pezzo, come non si era previsto. Attesa per la vettura. Nera nella notte di Memphis. Esci dal parcheggio, al primo semaforo a destra, al secondo a sinistra, poi ti trovi sulla I44 ed esci alla 261B e vai sulla 61 south. Rosedale è a 17 miglia. Ho capito. Siamo nel paese delle bussole e delle miglia. Guardare il sole anche di notte e moltiplicare per 1609. Il cielo è pieno di stelle. Benvenuti in Mississippi. Memphis è già alle nostre spalle.

Il viaggio è cominciato.

Ernesto R Milani

Ernesto.milani@gmail.com

19 novembre 2009

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