Intervista ad Ettore Albertoni — Lombardi nel Mondo

Intervista ad Ettore Albertoni

Il Presidente del Consiglio Regionale della Lombardia e storico delle dottrine e delle istituzioni politiche e specializzato negli studi sulla classe politica e sui partiti: “O il federalismo o la disgregazione”

“Senza attuare il Federalismo al più presto lo Stato Italiano è destinato a disintegrarsi nel peggiore dei modi”. E’ impietosa la diagnosi sul Belpaese del professore Ettore Adalberto Albertoni – intervistato da Affaritaliani.it -, federalista sin dalla metà degli anni ’60, da molti considerato il continuatore di Gianfranco Miglio, ma soprattutto lo storico delle dottrine politiche ed il giurista pragmatico che da Presidente Leghista del Consiglio Regionale della Lombardia in meno di due anni ha contribuito ad assicurare a Umberto Bossi, alla Lega Nord e ai federalisti della “Casa delle Libertà” l’impostazione e la costruzione nella più importante Regione italiana a Statuto Ordinario di un “pacchetto” di tre importanti e decisivi provvedimenti strategici per fare emergere e sviluppare il nucleo di Federalismo che già c’è nella Costituzione Repubblicana riformata solo parzialmente nel 2001 ma che sinora non è mai stato attuato. Un lavoro paziente e determinato iniziato all’indomani della sconfitta elettorale politica del 2006 e della sconfitta referendaria del “Federalismo della Devoluzione” nel giugno 2006. Questa seria e possibile prospettiva federalista è stata costruita, d’intesa con Roberto Formigoni, ma con il coinvolgimento e l’apporto anche dei Democratici di Sinistra e della

Margherita (oggi Partito Democratico). E’, infatti, proprio da questo costante confronto in Consiglio Regionale sulla dialettica delle idee e sulla fattibilità delle proposte che ha preso forma quel compiuto “Modello lombardo” di cui molto ormai si parla da circa due mesi. Ad esso, infatti, fanno riferimento i programmi in materia di Federalismo dell’alleanza tra il Partito Il Popolo della Libertà, la Lega Nord e gli Autonomisti siciliani che ha vinto le elezioni politiche dell’aprile scorso e che ora governa il Paese.

 

Albertoni – storico delle dottrine e delle istituzioni politiche e specializzato negli studi sulla classe politica e sui partiti – schiaccia ora il piede sull’acceleratore di quella che chiama la “grande e tranquilla rivoluzione federalista”. E lo fa con la convinzione di chi ha alle spalle l’elaborazione di una precisa “Piattaforma politica” approvata il 3 aprile 2007 da quasi tutto il Consiglio Regionale lombardo e che applica l’articolo 116-III comma della Costituzione che prevede anche per una Regione a Statuto Ordinario come la Lombardia “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” in dodici materie necessarie per lo sviluppo e la competitività della Regione che produce la quota più alta di Prodotto Interno Lordo del Paese.

Esse sono:

1.  Tutela dell’Ambiente e dell’Ecosistema;

2.  Tutela dei Beni Culturali;

3.  Organizzazione della Giustizia di pace;

4.  Organizzazione sanitaria;

5.  Ordinamento della Comunicazione;

6.  Protezione civile;

7.  Previdenza complementare e integrativa;

8.  Infrastrutture;

9.  Ricerca scientifica e tecnologica e Sostegno all’Innovazione per i Settori Produttivi;

10. Università: Programmazione dell’Offerta Formativa e delle Sedi;

11. Cooperazione transfrontaliera;

12. Casse di Risparmio; Casse Rurali; Aziende di credito a carattere regionale; Enti di credito fondiario e agrario a carattere regionale.   

 

 

Strettamente collegata a questa prima decisione si è aggiunta il 19 giugno 2007 una motivata “Proposta di Legge al Parlamento” per l’attuazione del Federalismo fiscale previsto dall’articolo 119 della Costituzione, approvata anch’essa a larga maggioranza e valida per tutto il sistema delle Regioni a Statuto Ordinario (15 inclusa la Lombardia). In questo caso si tratta di applicare il principio costituzionale che prescrive che i Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni definiscano con lo Stato la misura delle loro compartecipazioni al gettito fiscale prodotto da tutti i tributi erariali regionali e ne trattengano una parte adeguata; in particolare la proposta lombarda prevede che l’80% dell’IVA, il 15% dell’IRPEF statale e le sovratasse su tabacchi e giochi vengano ripartiti tra gli enti territoriali e regionali con un introito calcolabile attorno ai 15 miliardi di euro. E’ evidente che questa “Proposta di Legge” costituisce l’indispensabile supporto finanziario alle richieste avanzate, ex articolo 116-IIIcomma, Costituzione. Completa questo “pacchetto federalista” il nuovo Statuto d’autonomia della Lombardia approvato definitivamente il 14 maggio scorso con un enorme consenso (59 voti favorevoli, 1 contrario, 7 astensioni); uno Statuto che prefigura una Regione davvero capace di esercitare appieno i suoi diritti costituzionali di legislazione, autogoverno e auto-organizzazione.

Questo risultato, unico in Italia, Albertoni dichiara che ha avuto un padre ispiratore al quale tutte le forze politiche dovrebbero gratitudine e riconoscenza. “Umberto  Bossi” – dice il Presidente del Consiglio Regionale della lombardia – “ha, infatti, il merito storico e politico di avere creduto, da oltre venti anni, negli ideali democratici e liberatori del Federalismo e di essere riuscito ad imporre l’attualità e l’urgenza di questo straordinario progetto di libertà per i Cittadini e le loro Comunità e di modernizzazione della Repubblica alla pigra, accidiosa e retrograda agenda della politica italiana. Senza Bossi il Federalismo sarebbe rimasto un marginale tema riservato agli studiosi del pensiero giuridico e politico. Grazie a lui, invece, il Federalismo è entrato come un forte e condiviso convincimento popolare di riforma e riorganizzazione di una Repubblica inferma e malridotta com’è la nostra. Le sinistre pur nel loro conservatorismo consociativo – d’origine e concezione democristiana e comunista – ne sono state contaminate al punto di avere elaborato i contenuti altamente autonomisti e federalisti della pur limitata riforma del Titolo V, Parte II della Costituzione che riguarda i Comuni, le Province, le ancora maldefinite Città metropolitane, le Regioni e lo Stato.

 

 

Esattamente la riforma che la Lombardia cerca di tradurre in precise norme e procedure di applicazione”. Albertoni è un realista e non sottace le difficoltà passate ma anche quelle presenti e aggiunge che “il tema della “attuazione” della Costituzione non è, certamente, di carattere accademico, né può essere considerato come una applicazione giuridicamente automatica perché deriva direttamente dalle statuizioni della Carta fondamentale della Repubblica. Anche se “attuare la Costituzione” è un preciso dovere, rigorosamente dovuto ai cittadini ed alle loro Comunità, l’argomento resta, infatti, ancora troppo controverso e oggetto di ambigui e paralizzanti esercizi politici e burocratici di cui abbiamo continui esempi anche in questi ultimi giorni. Sembra, ma non è poi così del tutto pacifico, che non si mettano in discussione i principi che sono ormai iscritti solennemente ed in modo definitivo nella Costituzione ed alla quale è di rito fare ipocrite riverenze per scantonare poi e sempre quando si tratta di passare a serie e credibili realizzazioni e applicazioni. Il problema sta senz’altro nella voluta complessità delle norme e delle procedure “di attuazione” dei precetti costituzionali. Per non parlare delle attività negoziali previste dalla Costituzione tra Regioni e poteri centrali dello Stato (Governo e Parlamento nazionali), che sono volutamente generiche e non garantite nei modi ma, soprattutto, nei tempi e nei risultati anche per la mancanza di un adeguato e necessario “Senato federale” che spezzi l’attuale e paralizzante bicameralismo “perfetto”, fonte di enormi ritardi e sperperi di energie, di tempo e di danaro nello svolgimento del processo legislativo”.

 

Per il Presidente del Consiglio Regionale della Lombardia c’è Federalismo nella Costituzione ma ancora non lo si vede perché ha avuto e continua ad avere nemici trasformisti e multiformi che tendono a celarsi negli anfratti dei poteri politici e centralizzatori più determinanti e meno trasparenti e delle burocrazie di Stato, vigilanti ed ostacolanti ma aggiunge anche che “Fortunatamente oggi la decisione di attuare subito quanto la Costituzione prevede in materia di autonomia e di federalismo sta saldamente nelle mani del Presidente del Consiglio di Ministri, Silvio Berlusconi, e del Ministro per le riforme federaliste che si chiama Umberto Bossi”. A loro guarda Albertoni ricordando che proprio Bossi “a Pontida il 1 giugno scorso ha affermato la sua determinata volontà di raggiungere il risultato più grande, quello di un federalismo effettivamente realizzato nell’ordinamento repubblicano come alternativa rispetto alla storica e disastrosa centralizzazione burocratica e partitocratica, attraverso il metodo del confronto e dell’elaborazione reale e possibile tra le diverse posizioni politiche presenti in Parlamento purché consapevoli della gravissima condizione in cui versano le nostre istituzioni, la nostra società e la nostra economia e, quindi, della urgenza di risultati riformatori tangibili e seri entro la fine di quest’anno”. Allo scopo la Regione Lombardia ha già fatto e continuerà a fare quanto è necessario.

Albertoni ha settantadue anni e presiede un Consiglio Regionale come quello lombardo che è l’autentico “Parlamento” di una Regione che con novemilioni e mezzo di abitanti, 1546 Comuni, 12 Province e la Città metropolitana di Milano precede per consistenza demografica e produttiva ben 14 degli Stati dell’Unione Europea, è pari ad interi Stati come Belgio e Portogallo e supera ampiamente Svezia e Austria. L’attuale Presidente del Consiglio Regionale è stato anche per sei anni (dal 2000 al 2006) Assessore alle Culture, Identità e Autonomie della Lombardia e, dal 2002 al 2003, anche componente del Consiglio di Amministrazione della Rai-Tv.

 

In questa intervista esclusiva ad Affaritaliani.it questo paziente e tenace tessitore del Federalismo reale e pienamente costituzionale conversa con noi cercando di tracciare un bilancio di quanto occorre fare e dell’urgenza di agire in termini risolutamente federalisti partendo proprio da questo “Modello lombardo” costruito insieme dalla maggioranza federalista, leghista e di centro-destra sempre vincente in  Lombardia con l’opposizione di centro-sinistra che in Lombardia è da sempre minoritaria.

D.: Professor Albertoni, dopo almeno 14 anni di grandi battaglie leghiste, siamo dunque al passaggio finale in fatto di federalismo?

R.: Umberto Bossi ha tempestivamente posto all’ordine del giorno della politica italiana due problemi cruciali che sono strettamente collegati: la sicurezza di Cittadini, delle loro persone, dei loro beni e delle loro Comunità e l’attuazione ed il completamento del  Federalismo che è già nella Costituzione. Di sicurezza si parla molto, di federalismo troppo poco. Invece bisogna parlarne perché è la crisi profonda ed irreversibile dello Stato così com’è, della sua amministrazione e delle sue funzioni essenziali che ha generato problemi enormi sia di sicurezza che di sviluppo civile, economico e sociale. Alla gravissima crisi italiana – che le montagne di immondizia della Campania, la crescita zero in economia ed il carovita che falcidia stipendi e pensioni riassumono nella sua autentica drammaticità – solo il Federalismo è la risposta giusta e urgente. Infatti troppi non sanno (o non vogliono sapere) che esso è già nella Costituzione italiana. E’ stato introdotto nel 2001 dal governo di centro-sinistra guidato da Giuliano Amato, che fece proprio, in chiave elettorale, il vincente cavallo di battaglia della Lega, anche se evitò accuratamente di inserire nella Costituzione la parola “Federalismo”. L’ordinamento federale è delineato in modo netto perché i Comuni, le Province, le ancora indefinite “Città metropolitane”, le Regioni (tutte, sia a Statuto Speciale che Ordinario) sono “enti di autonomia e costitutivi” della Repubblica e si pongono su un piano paritario con lo Stato (Parlamento, Governo e Alta amministrazione). Essi si differenziano, certamente, per competenze e funzioni. Le materie di esclusiva competenza statale sono 17 e sono tutte indicate nell’articolo 117; quelle in cui concorrono sia lo Stato che le Regioni (materie concorrenti) sono 20; tutto il resto è competenza legislativa delle Regioni ed amministrativa e gestionale di Comuni, Province e Città metropolitane. E’ una autentica “rivoluzione” che, purtroppo è ancora solo sulla carta, ma che se attuata cancellerà quel mostro burocratico, inefficiente e costosissimo che è lo Stato attuale che, comunque, non è più l’ordinamento esclusivo e totalizzante. Le sembra poco?

D.: Ma se in Costituzione il federalismo c’è già, il problema è risolto.

R.: C’è, ma è rimasto verbale, cartaceo e velleitario così come spesso – fortunatamente non sempre e non ovunque – è questa sinistra che da anni governa e condiziona ogni riforma. Parlo della sinistra potente e governante, ovunque radicata nel potere ma non più nel popolo e che, per larga parte, è burocratica, arrogante, tardigrada, lontana dal Paese ma sempre protocollante e precettante. Ho letto, ad esempio, con interesse l’intervista che il senatore Morando vi ha rilasciato sul tema del Federalismo fiscale. Mi è parso sincero al limite dello smarrimento, dello psicodramma esistenziale ma anche tanto evanescente da chiedersi come sia ancora possibile discettare così genericamente e in forma così poco concludente delle proposte che provengono proprio dalla Regione Lombardia da oltre un anno e che avrebbe almeno dovuto conoscere e discutere da tempo. Soprattutto se considero che nel Consiglio Regionale lombardo c’è, ad esempio, Luciano Pizzetti – una personalità di spicco e di notevole sagacia politica della sinistra – responsabile, tra l’altro, delle politiche per il Nord del Partito Democratico che ha partecipato con intelligenza e molta concretezza al nostro comune “impegno costituente” di questi ultimi 23 mesi. E’ poi possibile che avendo trasmesso sin dal giugno 2007 la nostra “Proposta di Legge al Parlamento” per l’attuazione del Federalismo fiscale sia al Senato che alla Camera dei Deputati un parlamentare come Morando non abbia sentito il dovere di avviare almeno un’ombra di dibattito, di cercare un confronto o di sollecitare una audizione? E’ agevole sentenziare oggi quando si dovrebbe sapere che la riforma del 2001 ha, in ogni caso, comportato un contenzioso tra Stato e Regioni che ha cumulato ben cinquecento decisioni della Corte Costituzionale. No, il Parlamento a maggioranza di centro-sinistra ed i parlamentari governativi degli anni 2006-2008 non hanno fatto nei confronti di quanto la Lombardia ha proposto con spirito aperto, costituente ed unitario, senza compromessi e pasticci, alcunché di apprezzabile e, quindi, farebbero bene a tacere sul passato e rimediare senza bizantinismi nel presente immediato. Almeno il Governo Prodi – dopo che il Consiglio Regionale aveva stigmatizzato il 10 luglio 2007 con un voto amplissimo anche della sinistra il silenzio sulle proposte avanzate per l’attuazione dell’articolo 116 Costituzione – aveva abbozzato, alla fine di ottobre/inizio di novembre 2007, un’apertura di trattativa sulle 12 materie indicate. La realtà è che solo in Lombardia il tema centrale ed ineludibile dell’attuazione “strategica” della Costituzione è stato messo al centro di una ampia ricerca e discussione anche con il contributo di una sinistra minoritaria ma culturalmente svegliata dalla pressione federalista e leghista. Il risultato c’è ed è evidente: più competenze e più autonomia; maggiori disponibilità finanziarie rapportate al notevole gettito fiscale percepito dallo Stato sul nostro territorio, nuove regole, nuovo ordinamento e adeguata e competente amministrazione per la Regione e per tutto il sistema delle autonomie comunali, provinciali e metropolitane.

 

D.: Cosa manca dunque perché l’Italia, in ossequio alla sua rinnovata Carta costituzionale, avvii questo grande cambiamento?

R.: Il quadro teorico e dottrinario è completo, ma è mancata ogni seria e visibile applicazione. Ora va fatta subito. La presenza di Umberto Bossi al Ministero per la riforma federalista e quella di Roberto Calderoli alla semplificazione normativa (sembra che in Italia abbiamo 225/250 mila leggi!) è il segnale che questo impegno va assolto subito. Perché senza il Federalismo che ridà vigore e credibilità all’intero ordinamento costituzionale ed istituzionale, che ridà speranza e volontà alla società ed ai Cittadini è la stessa Repubblica che è destinata a disintegrarsi. Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, l’ha capito e lo dice da tempo. Ma non è più la stagione delle prediche, occorre governare, decidere e riformare con coraggio, pazienza e determinazione, tempi e modi certi. 

D.: Che cosa esattamente?

R.: Parliamo seriamente ed in modo applicativo di Federalismo differenziato: ciascuna delle 15 Regioni a Statuto ordinario può oggi scegliere costituzionalmente le sue regole di governo e di organizzazione e le materie per le quali si sente pronta ad assumere responsabilità e autonomia d’azione. Per ora l’ha fatto solo la  Lombardia con il suo percorso condiviso con chi ha la consapevolezza della gravità estrema della nostra situazione generale. Il “Modello lombardo” c’è ma va conosciuto e, se necessario, migliorato. Ha il pregio di partire “dal basso”, dal territorio di una delle maggiori Regioni d’Europa, dalle Comunità dei Cittadini e dalle loro istituzioni. La Regione ha formulato e proposto una prima e concreta sintesi che può davvero costituire un modello di carattere nazionale. Occorre liberare le molte energie e volontà positive che il Paese ha ancora a disposizione sviluppando al massimo tutto il potenziale che c’è ancora nella società e nelle istituzioni. La sovranità popolare con il voto di aprile si è espressa in modo chiarissimo per le riforme urgenti e necessarie. Urgono risposte in uno Stato in cui l’apparato pubblico non funziona più: dalle Poste alle Ferrovie, dalle infrastrutture promesse e mai realizzate alle difficoltà di definire una volta per tutte le procedure celeri che consentano di operare in serenità senza i lacci e i laccioli di una burocrazia pletorica e sempre meno motivata e adeguata. Per non parlare dei troppi oneri fiscali o dei troppi sprechi che occorre eliminare. Il federalismo è l’occasione della svolta riformatrice, la grande e decisiva svolta. Ora o mai più.

 

D.: In che senso?

R.: Giuseppe De Rita, che è stato per 11 anni il Presidente del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL), ossia dell’organo ausiliario e costituzionale dello Stato che dà pareri al Governo e al Parlamento, nel suo ultimo Rapporto Censis (2007), ha scritto che la situazione produttiva del Paese è drammatica: è vitale solo il 25 per cento, il restante 75 non è più un sistema economico ma una mucillagine incoerente e senza finalizzazione, quindi destinato al tracollo ed al disastro. Questo significa che  il 75 per cento dell’Italia non è più competitivo in un’Europa comunitaria, in cui l’Italia è ormai fanalino di coda, e nell’economia globalizzata. Il Federalismo è, quindi, anche il modo per riorganizzare non solo i poteri locali, ma anche per snellire e qualificare l’Amministrazione pubblica, semplificare le leggi, premere per uno sviluppo che valorizzi e ampli quel 25 per cento di Paese vitale che è oggi concentrato in Padania e, in modo particolare, in Lombardia e nel Veneto.

D.: Conclusione?

R.: Il governo affronti, come sta facendo, con grande determinazione  questi problemi. Il clima è favorevole. Il mio amico e collega universitario Michele Salvati ha scritto, al momento della nascita del Partito Democratico, che i veri liberisti sono a sinistra. Ne dubito molto, ma ora hanno la possibilità davvero unica ed ultima di dimostrarlo. Soprattutto l’esempio che viene da un altro collega e amico come Pietro Ichino è apprezzabile molto di più di tante dichiarazioni “spot” e apodittiche di parlamentari in “servizio permanente ed effettivo”. Non è pensabile e tollerabile che il Nord – unico produttore di ricchezza – continui a pompare miliardi per mantenere apparati centrali irresponsabili e improduttivi; per sorreggere le pessime e distruttive gestioni delle varie Alitalia, Rai-Tv e disastri crescenti. Tutto ciò non è più sopportabile quando è certamente in atto una grande crisi costituzionale, politica e dell’intero apparato pubblico e statale. Si attui perciò subito quanto è già pronto e va definito e deciso dallo Stato nella consapevolezza che la Regione Lombardia ha già fatto tutto quanto doveva ma ora attende un segnale chiaro, forte e sincero.

 

D.: In questo scenario la Lega…?

R.: La particolarità di questo momento è proprio il peso crescente e qualificato della Lega. La Lega ha avuto il merito di avviare le riforma federalista, in un Paese statalista e centralista fino al midollo, introducendo questa concezione davvero europea e modernizzatrice della politica e delle istituzioni, visto che la Germania, come l’Austria, la Spagna, il Belgio sono Stati federali, il Regno Unito ha realizzato le “devoluzioni” scozzese e gallese,  per non parlare della Svizzera o degli Stati Uniti. La Lega andrà, quindi, avanti su queste linee strategiche, dando così un contributo forte e determinante per il cambiamento proprio grazie all’impegno di tutti i suoi uomini di governo ed in particolare grazie all’azione specifica nel campo del federalismo e della riforma della Repubblica di Bossi e Calderoli. La filosofia leghista è semplice e fondata su intelligenza e buonsenso: le cose che si dicono devono essere fatte; punto. La dottrina c’è, i numeri ci sono, la politica oggi c’è nel senso alto e concreto del termine. Abbiamo anche un Partito Democratico, all’opposizione, che su alcuni di questi problemi di fondo, costituzionali, appare disponibile a discutere, a trattare e, probabilmente, anche a concludere senza i soliti bizantinismi e complessi “di superiorità” (che pena sentire un sindaco apprezzabile come Chiamparino biascicare giaculatorie anti-leghiste ed anti-padaniste invece di dare proposte e soluzioni per le autonomie e il federalismo!). Il “Modello lombardo” può fare da apripista per mettere a punto, migliorare e semplificare le varie procedure costituzionali. Su alcune proposte bisogna muoversi subito, maggioranza e opposizione, senza le solite sceneggiate romane ed archiviando luoghi comuni e fanatismi ideologici. La vita quotidiana torna ad essere un problema troppo serio per troppe famiglie, per i pensionati, i lavoratori e, soprattutto, i giovani,  per perderci in rituali inaccettabili ed ormai improponibili anche nelle arcaiche ed obsolete sedi sindacali. Altre riforme si impongono certamente: in primo luogo il superamento del Bicameralismo “perfetto” (ossia: perfettamente inutile). Auspico che il Senato delle Regioni, qualificato nella composizione e ridotto nel numero dei componenti, e la drastica riduzione del numero dei Deputati possano concludere a livello della rappresentanza nazionale un processo riformatore che, comunque, approderà a risultati se risponderà subito e senza dilazioni ai problemi che la Lombardia ha posto e pone. Non parlo per amore “di campanile” ma perché il vuoto di idee e di proposte esistente anche nell’ambito del “sistema delle autonomie regionali e locali” è davvero preoccupante ed è stato, almeno per ora, colmato solo dalla iniziativa lombarda. Sono, però, consapevole che non basta e che, quindi, tutte le autonomie si sveglino e si emancipino dalla cappa del centralismo e della partitocrazia e che, contemporaneamente, è necessario che il Governo ed il Parlamento ne tengano ben conto e rispondano con efficacia e precisione per quanto di loro stretta ed esclusiva competenza. Ad ogni buon conto ho fatto pervenire a nome del nostro Consiglio Regionale una completa documentazione a stampa riguardante l’intero “pacchetto federalista”  – che compendia la “sfida lombarda” all’accidia, al menefreghismo ed alla rassegnazione culturale, costituzionale e politica – ad ogni componente del nuovo Parlamento eletto ad aprile In molti hanno risposto ringraziando. Non basta fare, è sempre più necessario, infatti, fare sapere e poi a ognuno la sua parte. 

 

D.: E se non succede nulla? Se anche stavolta prevarrà la melina e il rinvio?

R.: Do una risposta politica nuda e cruda. Voglio, infatti, ricordare che il “Partito Il Popolo della Libertà” ha vinto le elezioni unicamente grazie ad un’alleanza strategica con due forze autonomiste; una, molto grande, al Nord, la Lega di Umberto Bossi, e una, più piccola, in Sicilia e al Sud: il Movimento per l’autonomia di Raffaele Lombardo. Ma se consideriamo i risultati elettorali del  “Popolo della Libertà” senza la Lega e gli autonomisti siciliani e meridionali e li confrontiamo con l’alleanza organica del Partito Democratico, con l’Italia dei Valori ed i Radicali, al Senato il “Popolo della Libertà” vince solo per circa 53 mila voti. Nella realtà stravince, fortunatamente, perché si aggiungono i circa 3 milioni di voti federalisti, per la maggior parte della Lega Nord. Alla Camera è ancora più chiaro: il Partito Democratico ed i suoi alleati organici prevale su il “Popolo della Libertà”  per circa 57 mila voti. Stravince ancora l’alleanza di centrodestra perché con la Lega Nord e con gli autonomisti siciliani e meridionali arrivano oltre 3 milioni e 400 mila voti in gran parte leghisti. La conclusione è che solo il voto autonomista e federalista fa la differenza ed è determinante perché vincano le scelte coraggiose per il cambiamento concreto ed urgente della situazione generale e di quelle locali. Questo è il segnale chiaro e duro che il popolo ha mandato a tutti attraverso le urne. Le forze politiche, di centrodestra e di centrosinistra, non possono in alcun modo disattenderlo. D’ora in poi dovranno parlare solo con  i fatti concreti, seri e convincenti. Tutto il resto è ciarpame inutile e molto dannoso.

 

Da www.affaritaliani.it

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lunedì 27 Gennaio, 2020