Il Cile che cresce chiama l’Italia — Lombardi nel Mondo

Il Cile che cresce chiama l’Italia

Un paese che ha puntato su un mercato senza vincoli per attrarre capitali esteri e che sta sviluppando un settore tecnologico di tutto rispetto. “Chi è bravo vince, chi non ce la fa muore”

SANTIAGO DEL CILE – Una rivoluzione può iniziare da una scatoletta di latta. O da un vaccino per salmoni o da una crema ricavata dalla bava di lumaca. C’è un Cile tecnologico che cerca la svolta e si vede. Non solo industria pesante, miniere o vino da export ma tecnologia. Basta entrare in un’impresa tra Santiago e Valparaiso, la capitale e il grande porto sul Pacifico, o nella città industriale di Concepcion per rendersi conto che qualcosa sta cambiando. “Non ci sono vincoli spiega Patricio Caniulao Munoz, responsabile del Dipartimento economico del ministero degli Esteri il nostro è un mercato aperto”. Chi è bravo vince, chi non ce la fa muore. Una legge spietata ma che piace agli investitori, attrae capitali esteri e muove il volano delle sviluppo. Così è partita la “caccia” alle imprese straniere, a potenziali importatori o partner industriali. “E l’Italia ci interessa dicono al ministero i vostri imprenditori sono i benvenuti”.

Chi ha puntato sul Cile è orgoglioso di raccontarlo. Jorge Pena Guzman, direttore operativo dell’Auxiliar Conservera non si fa pregare. La società di cui è responsabile ha soci spagnoli che hanno deciso di sbarcare in America Latina costruendo un grande stabilimento a Concepcion dove producono scatolette di latta per la conservazione di cibo. “Ma noi abbiamo introdotto un’assoluta novità per il Sud America: le lattina easy open, a facile apertura – spiega – un europeo può sorridere, ma qui non esiste. Ci vogliono macchine molto sofisticate per incidere la latta di qualche millesimo di millimetro per consentire uno strappo calibrato del coperchio. E’ un cambiamento epocale”.

Più sofisticato l’investimento dei belgi della Sudzucker che in Cile con la Beneo hanno il più importante stabilimento del mondo per la produzione di inulina, una fibra ricavata dalla cicoria usata come addensante nei prodotti alimentari. “Nostri clienti sono nomi come Danone, Kellog, Unilever, Kraft – spiega Holger Janssen, direttore dell’impianto cileno – l’inulina, ad esempio, si usa negli yogurt e con il bifidus, pubblicizzato ormai ovunque, è una manna per l’intestino”.

L’arrivo di capitali stranieri sta facendo bene anche alle imprese locali che a loro volta superano la barriera delle Ande per cercare nuovi mercati. Franco Demaria, un nome che tradisce origini italiane, va fiero della sua Virginia, marchio leader nella produzione di detersivi in Sud America: “Esportiamo anche negli Usa, abbiamo un accordo commerciale con Wal Mart e competiamo con colossi come Unilever, Procter e Gamble, Sc Johnson”. Demaria, però, non sta fermo e guarda ai passi avanti fatti dai concorrenti sul fronte ambientale: “Stiamo studiando una linea ecologica che venga incontro alle esigenze di una clientela più attenta a questi temi. Quindi presto avremo un packaging diverso e prodotti concentrati”.

Un’attenzione particolare all’ambiente è sentita anche alla Centrovet di Santiago, la principale azienda di farmaci veterinari del Paese. “Il Cile è il secondo produttore mondiale di salmone dopo la Norvegia – spiega in un ottimo italiano Luis Velasquez, responsabile della qualità – e così noi abbiamo lanciato per primi al mondo un vaccino per bocca, molto comodo da usare negli allevamenti ed estremamente efficace”. “Esportiamo in 40 Paesi e abbiamo rapporti anche l’Italia – spiega Alberto Farcas, presidente e principale azionista – la nostra forza è la flessibilità: lavoriamo giorno e notte per essere puntuali nelle consegne. Il nostro è un Paese lontano da tutto e dobbiamo recuperare questo handicap”.

Le distanze non sono un limite invalicabile anche se New York è a 11 ore d’aereo, l’Europa a 13, le “vicine” Rio e Buenos Aires a 6 e 2 ore. “Siamo fuori dal mondo, ma non ci fermiamo – racconta Rodrigo Izzo, regional manager di Drillo Tools, azienda leader nella produzioni di martelli per perforazioni (ha uffici anche in Italia) – quando vado in Asia viaggio anche per più di 40 ore”.

La lontananza dai grandi mercati non spaventa i manager cileni: i produttori di cosmetici ad aprile hanno partecipato al Cosmoprof di Bologna e sono tornati in Italia a metà settembre per una missione commerciale. Sembrano combattere a mani nude contro le multinazionali delle profumerie e cercano di compensare il gap con l’inventiva: la HeliDerm ricava i suoi prodotti dal latte d’asina, la Beauteè usa lo jojoba che coltiva direttamente, la Petit Gris ricava un potente antiossidante dalla bava di lumaca. “Lavoriamo su prodotti di nicchia – spiega Maria Josè Moreno di Skinfill – puntando sulla qualità”.

La qualità è il punto di forza di imprese più tradizionali, ma con una forte voglia di espansione: la Hela produce pennelli e spazzole con tecnologia italiana, la Bo Packaging vende contenitori per alimenti, la Ramek progetta e commercializza pannelli elettrici.

“Le nostre aziende hanno voglia di fare. Abbiamo dovuto superare due crisi, quella globale e la crisi dovuta al terremoto di febbraio – spiega Cristobal Irarrazaval, segretario generale di Sofofa, la confindustria cilena – ma il Paese va avanti con una trasformazione poderosa che parte dal rilancio della scuola e sin dentro le industrie”. E l’università si è adeguata: l’ateneo di Concepcion è stato tra i primi ad allinearsi alle esigenze delle imprese diventando punto di riferimento per l’innovazione.

Gli effetti si vedono: la banca centrale del Cile ha appena rivisto al rialzo la crescita per quest’anno tra il 5% e il 5,5%. Le stime precedenti valutavano la crescita del Pil tra il 4% e il 5%.

La ripresa è trainata dall’aumento dei prezzi del rame, di cui il paese è maggior produttore mondiale, e dalla spesa pubblica per la ricostruzione del dopo sisma. Ma per non rimanere dipendenti dai settori tradizionali l’obiettivo del governo è quello di imprimere una spinta alla crescita delle imprese medio grandi in modo da creare una base forte e diversificata. Insomma, un pilastro industriale che consolidi lo sviluppo e consenta al Cile di affiancarsi al Brasile e diventare la seconda locomotiva dell’America Latina.

 

www.repubblica.it

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