L’Italia delle migrazioni — Lombardi nel Mondo

L’Italia delle migrazioni

Un intervento di Valeria Davini che partendo dal resoconto del Convegno Unaie svoltosi a Roma il 26 settembre mette a fuoco alcuni snodi legati alle migrazioni nel nostro paese

A Milano un genitore di colore è stato buttato a terra e ammanettato mentre portava il proprio figlio a scuola; a Roma Thong Hong-shen, cinese, è stato picchiato da un gruppo di minorenni alla fermata dell’autobus; a Parma Emmanuel, Ghanese, è stato picchiato e insultato da agenti in divisa perché sospettato di vendere droga.

Questi sono solo alcuni degli ultimi avvenimenti legati al clima di intolleranza che si sta venendo a creare nel nostro Paese, una situazione generata dalla paura nei confronti di coloro che sono diversi: sono di un altro colore, hanno un’altra religione e cultura di appartenenza.

 

Le migrazioni sono fenomeni naturali che da sempre caratterizzano le società umane: come non ricordare quelle che a scuola vengono definite invasioni barbariche?  O i movimenti che hanno portato alla colonizzazione di terre lontane come l’America e l’Australia?

Oggi abbiamo l’illusione che questi movimenti abbiano ripreso vigore perché per la prima volta coinvolgono l’Italia e il resto d’Europa non più come luogo di partenza per tutti i disperati con la valigia di cartone, tipici dell’immaginario comune, ma come meta, punto di arrivo. La condizione di paese luogo di immigrazione viene rifiutata da molti, ma fortunatamente non da tutti: Germania e Gran Bretagna, ad esempio, da mesi lavorano a una politica nazionale per l’integrazione e la gestione delle migrazioni.

Questo è stato l’argomento di discussione del convegno tenutosi a Roma il 26 settembre (cittadinanza, integrazione e politiche migratorie), presso la sala conferenze della camera dei deputati, e organizzato dall’UNAIE, l’unione nazionale delle associazioni che si interessano ai fenomeni migratori.

Per tutto il giorno si sono succeduti relatori per lo più migranti (italiani emigrati all’estero e immigrati giunti in Italia molti anni fa), che attraverso il racconto delle loro esperienze personali hanno cercato di fare il punto della situazione sulle politiche migratorie presenti all’interno della Comunità Europea.

L’Italia, purtroppo, è risultata essere in una posizione molto difficile e arretrata, in particolare se considerata a confronto con Germania e Gran Bretagna, paesi che presa coscienza della propria realtà di meta per un gran numero di migranti, stanno cercando di orientare le proprie politiche verso l’integrazione e la tolleranza.

E’ stato estremamente interessante e stimolante per me, in quanto ricercatrice, ma immagino anche per coloro che si occupano di questi temi ad altri livelli, sentire delle voci ottimistiche, ma realistiche, raccontare ed evidenziare tutto ciò che di positivo i fenomeni migratori possono offrire, e che normalmente viene dimenticato o volontariamente taciuto: nuove forze per l’economia, uomini e donne diplomati e spesso laureati, persone che hanno voglia di rifarsi una vita e aiutare gli altri a costruire un Paese in cui poterlo fare.

Nessuno ha dimenticato che esistono episodi di violenza e di criminalità sviluppatisi nelle comunità di migranti, ma ci si è anche chiesto perché questo succede, quali sono le cause  scatenanti. La risposta è sempre la stessa: finché le politiche esistenti rendono estremamente difficile ottenere il permesso di soggiorno e rinnovarlo, finché permettono ai datori di lavoro di assumere in nero e vogliono impedire ai figli di “immigrati irregolari e clandestini” di godere del proprio diritto all’istruzione (questa non è ancora legge, ma è solo una proposta), finché si cerca di nascondere le motivazioni che scatenano episodi di razzismo violento, allora coloro che hanno la forza e la voglia di costruirsi un futuro probabilmente cominceranno a farlo qui, ma per trasferirsi poi in un altro paese. Numerosissimi sono, infatti, coloro che pur avendo quasi terminato il proprio percorso migratorio hanno deciso di non fermarsi nel Bel Paese, ma di proseguire verso altre mete che possono offrire loro diverse opportunità e soprattutto sicurezza: sono tanti, oramai, i racconti di coloro che non si sentono tranquilli girando per strada o servendosi dei mezzi pubblici, semplicemente perché hanno la pelle di un colore diverso o gli occhi a mandorla.

È deludente sentir parlare dell’Italia in questi termini, ma purtroppo questa è la società plasmata dalle informazioni che i mezzi di comunicazione e i politici trasmettono. Informazioni errate o incomplete, ma che fanno molta presa sul grande pubblico italiano.

 

Credo che da questo convegno si possano trarre numerosi spunti per poter modificare e migliorare la politica migratoria attualmente vigente in Italia. È vero che in questo momento nessuno sa come costruire una società multiculturale, ma imparando dagli errori commessi in passato e collaborando con gli altri Paesi e con il mondo associazionistico coinvolto in questi fenomeni, si possa costruire un nuovo modo di vedere le migrazioni: non più come elemento di disturbo, di disagio e pericolo, ma come qualcosa che possa regalarci nuove opportunità.

 

Valeria Davini

 

Qualche riga sull’autrice

 

Presentazione

 

Sono una studentessa iscritta al corso di laurea specialistica in Scienze e Culture dell’ambiente e del paesaggio (geografia), percorso di studi poco conosciuto e spesso associato alla semplice conoscenza degli aspetti naturali del territorio.

In realtà questi anni di università mi hanno permesso di entrare in contatto con una molteplicità di discipline prima di tutto geografiche, ma anche sociali, giuridiche, urbanistiche e umanistiche. La geografia, infatti, studia i rapporti che esistono tra uomo e ambiente, come questi si condizionano vicendevolmente: esistono innumerevoli aspetti che si possono analizzare, infiniti punti di vista dai quali si possono studiare queste relazioni e quello da me scelto riguarda le migrazioni, come questi movimenti, da sempre esistiti, modificano le condizioni economiche, sociali e culturali di un luogo.

Per concludere i primi tre anni del corso di laurea ho scelto di scrivere una tesi sulle migrazioni nell’Alto Milanese: attraverso una ricerca bibliografica relativa alla storia locale e grazie all’analisi dei dati di movimento della popolazione negli anni di censimento dal 1861 a oggi, ho ripercorso le fasi del grande sviluppo economico e sociale di quest’area iniziato intorno al 1870 e terminato negli anni ’70 del Novecento, in concomitanza con la crisi del comparto tessile.

Analizzare da un punto di vista oggettivo questi movimenti, entrare in contatto diretto con i loro protagonisti attraverso delle interviste e grazie alla collaborazione di associazioni locali, mi ha permesso di rendermi conto di come, in realtà, nessuno di noi riesca a guardare a questi fenomeni senza alcun timore, senza nessun pregiudizio: purtroppo fa parte della natura umana diffidare e temere di ciò che consideriamo diverso, culturalmente ma anche fisicamente. In prima persona ammetto di essermi avvicinata cautamente alle aule in cui una moltitudine di visi con caratteri somatici estremamente differenti si affollavano per seguire corsi di italiano, ma osservare queste persone, per lo più ragazzi molto giovani, mi ha consentito di entrare in un mondo in cui la musicalità di tante lingue diverse, i racconti delle esperienze affrontate hanno fatto crollare le barriere invisibili che di solito mi dividono da loro. Non c’era più la paura, ma semplicemente la voglia di condividere un pezzo di sé, offrire quanto di bello appartiene alla mia cultura e prendere un pezzo della loro.

Guardando il telegiornale o sfogliando i quotidiani si viene spesso assaliti da immagini totalmente opposte che hanno portato, in questo ultimo mese, a reazioni violente, anche da parte dei più giovani. Sono convinta che se si riuscisse a far emergere quanto di positivo le migrazioni portano nei paesi di arrivo molti problemi sarebbero risolti. Certamente è molto difficile trovare una soluzione, sono anni che i governi vi si applicano, ma è proprio per questo che bisognerebbe affrontare queste tematiche non come qualche cosa di marginale e secondario, ma come una questione da risolvere al più presto investendo risorse economiche e umane.

Questo è uno dei motivi che mi hanno spinta a proseguire su questa strada con una tesi di laurea specialistica sui cambiamenti fisici che le migrazioni, dai primissimi anni del Novecento, hanno apportato alla città di Milano.

 

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