L’orgoglio del Kosovo indipendente (seconda parte) — Lombardi nel Mondo

L’orgoglio del Kosovo indipendente (seconda parte)

La ruggine tra i corpi di polizia dell’ex Jugoslavia favorisce trafficanti e criminali. All’Europa la missione di sicurezza costerà 340 milioni in tre anni

Il reportage di PAOLO BERGAMASCHI

 

Il 15 novembre i cittadini del Kosovo saranno chiamati alle urne per rinnovare le amministrazioni locali.

L’enclave serba di Gracaniza, alle porte di Pristina, è una delle nuove municipalità che saranno create entro la fine dell’anno.

 Rada Trajkovic è la leader storica di questa comunità, anche se, ci spiega, non sarà candidata alle prossime elezioni. Ci accoglie nel suo angusto gabinetto dove esercita la professione di medico.

 «In Kosovo ci sono troppi genitori per bambini che non sono mai soddisfatti» esordisce riferendosi alle continue lamentele dei kosovari nei confronti degli internazionali. «Dopo dieci anni la situazione non si può ancora definire stabile e gli albanesi non sono ancora pronti ad accettare il decentramento», afferma, «a Pristina e dintorni non c’è più violenza, ma continua la discriminazione nei confronti dei serbi; mai, nella sua storia recente, il Kosovo aveva toccato un livello così basso di multietnicità e multiculturalità».

 La dottoressa Trajkovic sta facendo campagna perché i serbi partecipino alle prossime elezioni.

 Da Belgrado, questa volta, giungono segnali discordanti. Dopo un primo silenzio solo adesso partono appelli, non troppo convinti, al boicottaggio. Rada confida in un’inversione di tendenza.

 A trecento metri di distanza il monastero ortodosso, uno dei più bei monumenti della regione, è ancora presidiato dai soldati del contingente internazionale.

 Tutto è tranquillo, ma non si sa mai. Dopo anni di indugi la Commissione Europea si è espressa finalmente a favore della proposta di togliere l’obbligo del visto di ingresso per tre paesi dell’Europa sud-orientale.

 Dal prossimo anno i cittadini di Macedonia, Montenegro e Serbia potranno circolare liberamente nell’Unione senza doversi sottoporre alle umilianti e costose procedure ai consolati per la richiesta del lasciapassare.

 «Perché la Serbia sì e il Kosovo no?» è la domanda che i kosovari rivolgono con insistenza a Bruxelles convinti di avere subito l’ennesimo torto a favore dei tradizionali nemici.

 La decisione della Commissione, in realtà, si basa sul soddisfacimento di alcune condizioni che riguardano, in particolare, la distribuzione dei passaporti biometrici, il controllo dei confini e la gestione integrata delle frontiere. Le autorità kosovare non sono in grado di adempiere ad alcuna delle misure richieste, ma per l’opinione pubblica poco importa quando si tratta di prendersela con Belgrado e Bruxelles.

 Zenun Pajaziti, il giovane ministro degli interni, non ci prova nemmeno a chiedere quello che non può essere ottenuto. Sottolinea soltanto che, facendo tesoro dell’esperienza della vicina Macedonia, il governo di Pristina ha adottato unilateralmente una tabella di marcia per la liberalizzazione dei visti basata sui criteri europei.

 «I nostri passaporti», confessa, «non sono ancora in linea con gli standard biometrici richiesti; contiamo di avere i nuovi modelli dal prossimo anno».

 Intanto il Kosovo ha negoziato accordi di riammissione con Belgio, Germania, Svizzera ed altri paesi che faciliteranno la richiesta di abolizione del visto. Resta da vedere come si comporteranno Cipro, Grecia, Romania, Slovacchia e Spagna, i cinque stati dell’Unione che ancora non riconoscono il Kosovo. La diplomazia è già al lavoro per individuare qualche soluzione creativa. Stima ufficiose, però, calcolano che almeno un terzo dei cittadini kosovari detiene due passaporti (serbo, macedone, albanese o di paesi dell’Unione). Per loro non cambierà nulla. Per gli altri, invece, l’Europa continuerà ad essere un miraggio visto che nei corridoi di Bruxelles si valuta che il Kosovo non sarà pronto a sbarazzarsi dell’ingombrante timbro burocratico prima del 2014.

 Pietr Feith si trova nel delicato ruolo di dover rappresentare da un lato, come Rappresentante Civile Internazionale, i paesi che riconoscono il Kosovo come stato sovrano (oltre a 22 paesi dell’Unione anche Stati Uniti, Canada, Svizzera ed altri) e dall’altro, come Rappresentante Speciale dell’Unione Europea, anche stati che non hanno ancora fatto e non hanno intenzione di fare questo passo. Il doppio cappello, come viene chiamato nel gergo internazionale questa posizione, non calza a pennello il capo dell’esperto diplomatico olandese. Dotato di poteri esecutivi mantiene un atteggiamento pragmatico.

 «La riflessione su una exit strategy è già iniziata; con le elezioni generali del 2011 dopo un’attenta valutazione della qualità della democrazia e del funzionamento delle istituzioni democratiche le mie prerogative dovranno cessare e l’ufficio del Rappresentante Civile chiudere agli inizi del 2012», spiega con garbo, «i malintesi suscitati dalla firma dell’accordo con la polizia serba, inoltre, porteranno inevitabilmente ad un ridimensionamento dei miei poteri già nei prossimi mesi». «Non abbiamo più bisogno di baby-sitter», è questo il messaggio che la società kosovara vuol fare pervenire a Bruxelles. Crescono insoddisfazione ed insofferenza nei confronti della presenza europea così come resiste la consapevolezza che, senza l’aiuto dell’Unione, il Kosovo sarebbe allo sbando. Il bambino è cresciuto, vuole liberarsi del guinzaglio internazionale e acquisire la piena indipendenza, ma non ha mezzi e risorse per sopravvivere da grande. Nel centro di Pristina, ai lati di un palazzo, è stato affisso un enorme poster di Ibrahim Rugova, il padre fondatore del paese da poco scomparso, in cammino. Sembra presagire un percorso ancora lungo. Non è ancora chiaro verso dove.

 

 Gazzetta di Mantova del 09/11/2009

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