S’allarga il fossato fra l’Europa e l’Australia — Lombardi nel Mondo

S’allarga il fossato fra l’Europa e l’Australia

La gara di solidarietà “lanciata” dalle più grandi nazioni mondiali in favore delle popolazioni colpite pone decisamente l’Australia, (poco più di 20 milioni di abitanti) al primo posto, in assoluto e “pro capite” della popolazione, fra i Paesi offerenti. L’Italia deve “accontentarsi” dell’ottavo posto.

Il paradossale effetto dello tsunami. L’Australia al primo posto tra i Paesi donatori

Sulla scia del cataclismico tsunami nell’Oceano Indiano e dell’immediata gara di solidarietà internazionale per le popolazioni colpite si è inserita una danza di cifre senza precedenti. Cifre di vittime (da 150 mila in su), di feriti (da mezzo milione in su), di dispersi (numero incalcolabile), di senzatetto (oltre 5 milioni), di esposti al rischio di epidemie (si parla di almeno 10 milioni).

Senza contare gli ingenti, e forse mai quantificabili con esattezza, danni materiali, nel pubblico e nel privato, soprattutto di Indonesia, Sri Lanka, Thailandia, India, Maldive.

Danza anche di cifre, modalità e interpretazioni nella contabilità globale della generosa valanga di aiuti offerti da governi e privati.

Si indica, almeno ufficialmente, un totale che sfiora i 6 miliardi di dollari (per intenderci meglio, in questi articolo sempre in termini valutari di dollaro australiano) in offerte da parte di 39 governi e della Banca Mondiale, e qualcosa come un miliardo di dollari in offerte private attraverso i numerosi appelli tuttora in corso di organizzazioni di volontariato assistenziale. Resta, però, ancora da decifrare in un ginepraio di arcana ragioneria le differenze tra i valori di aiuti in natura e personale di servizio sui teatri del disastro, i fondi già materialmente erogati e quelli differiti in varie annualità, la concessione di prestiti a lunga scadenza esenti da interessi e l’eventuale cancellazione di debiti esistenti, gli impegni d’assistenza economica veramente nuovi e quelli che – come lamenta il segretario dell’ONU Annan – non verranno in parte mantenuti, sulla falsariga di quanto sperimentato in passate occasioni di crisi umanitarie.

Comunque, nel “day after” dell’immane tragedia c’è poco da andare per il sottile. Gli aiuti, inclusi quelli dai “ricchi più tirchi” (l’elemosina di 39 milioni di dollari dal governo dell’Arabia Saudita che annega in un mare d’olio nero), arrivano dove sono richiesti. Sono ancora insufficienti, ma arrivano. E il mondo sembra avere riscoperto la fondamentale unità della sua natura, delle sue origini e del suo destino. E’ questa l’unica importante nota positiva ad emergere da un inferno d’acqua, buio e morte, mentre le reazioni registrate nei Paesi immuni dal disastro ci rendono un po’ tutti (per quanto tempo ancora?) orgogliosi di appartenere al genere umano.

Il miliardo di dollari in cinque anni offerto all’Indonesia dal governo di Canberra, più 140 milioni di dollari delle donazioni private all’appello generale, pone decisamente l’Australia, (poco più di 20 milioni di abitanti) al primo posto, in assoluto e “pro capite” della popolazione, fra i Paesi offerenti. Tolti i 782 milioni di dollari dell’Unione Europea, l’Italia, con 125 milioni di dollari, risulta all’ottavo posto nella scala della solidarietà internazionale, dopo la Germania (890 milioni), il Giappone (654 milioni), gli Stati Uniti (458 milioni), la Banca Mondiale (327 milioni), la Norvegia (238 milioni), la Gran Bretagna (126 milioni).

Tutto sommato, la risposta a questa straordinaria emergenza autorizza una relativa soddisfazione. Relativa se si considerano le più trascurate crisi umanitarie nel continente africano (con almeno 20 milioni di morti all’anno per fame, AIDS ed altre epidemie prevenibili e controllabili, senza calcolare i massacri di guerre civili e tribali), oppure se si considera che il previsto totale degli aiuti alle popolazioni del Sud-Est asiatico ammonta a meno di un decimo delle spese militari per il pozzo senza fondo della perdurante guerra in Iraq. Ma dai tormenti di devastazione e disperazione e dagli sprazzi di generosità e speranza di questi giorni comincia ad emergere anche il segnale di un nuovo assetto geopolitico in questa regione del mondo, che vede il governo di Canberra in un ruolo di comprimario, molto più incisivo e significativo di quello di sostanziale comparsa (senza perdere un solo uomo, infatti) avuto dall’Australia nella sconsiderata e disastrata “coalizione dei volenterosi” in Iraq. Non è stato solo l’asse terrestre a venire spostato dal possente terremoto sottomarino del 26 dicembre al largo della costa nord di Sumatra. L’assegno di un miliardo di dollari per la ricostruzione della provincia di Aceh (che da sola conta più di 100 mila morti), “presentato” l’altro giorno al summit internazionale post-tsunami di Giakarta con un gesto di elettrizzanti simbolismo e realismo dal primo ministro australiano John Howard al presidente indonesiano Susilo Bambang Yudhoyono, rappresenta, oltre a un ovvio spirito di umana partecipazione di governo e popolo, tre altre cose allo stesso tempo: il più importante investimento nella sicurezza del quinto continente, il più alto contributo mai dato dall’Australia alla politica di collaborazione e alleanza con la dirimpettaia Indonesia (il più popoloso Stato musulmano del mondo con un quarto di miliardo di anime), un’ulteriore spinta al progressivo scollamento di questa regione dalla sfera d’influenza – storica, psicologica, culturale, etnica, politica, militare, economica – europea.

Non a caso sono state respinte poco complimentosamente le strutture organizzative e coordinatrici dell’ONU e degli stessi USA ed il fondo d’assistenza è stato posto esplicitamente sotto l’esclusivo controllo bilaterale australiano-indonesiano. Non a caso Canberra ha inteso premiare l’afflato democratico che anima a Giakarta il nuovo governo di Yodhoyono, con un occhio ai ben noti focolai di terrorismo fondamentalista islamico sui territori indonesiani. Non a caso l’Australia, che aspira a un ruolo di leadership nel contesto dell’Asia-Pacifico, ha voluto quasi raddoppiare l’offerta di 654 milioni di dollari della maggiore potenza economica del Sud-Est asiatico, il Giappone. Non a caso al summit di 36 Paesi a Giakarta Yodhoyono nell’abbracciare Howard (ambedue sommersi dall’applauso dei partecipanti) ha esclamato: “Non dimenticheremo mai l’Australia, quello che ha fatto l’Australia: ha fatto per l’Indonesia più di qualsiasi altra nazione, la prima telefonata dopo il disastro l’ho ricevuta dal capo del governo australiano, i primi aerei che hanno portato soccorso alle nostre popolazioni sono stati quelli dell’aviazione australiana, le prime navi cariche di viveri e medicinali sono state australiane”.

Più che nella scontata partnership con gli Stati Uniti, l’Australia comincia ad entrare intimamente, com’era da sempre nell’ordine delle cose, in un viluppo asiatico, o se vogliamo in un asse asiatico, di interessi, mercati ed alleanze, in primo luogo appunto con l’Indonesia, che ne accentuano il disancoraggio dalla vecchia Europa in atto ormai da svariati decenni. Pur lasciando sempre la mano tesa all’altra sponda del Pacifico verso gli Stati Uniti, nella nuova prospettiva di Canberra l’ONU e l’Unione Europea, Gran Bretagna, classica matrice dell’Australia, inclusa, passano chiaramente in second’ordine nell’assestamento degli equilibri interni australasiatici. E c’è di più. Con la prevedibile intensificazione del nuovo rapporto privilegiato di Canberra con Giakarta è da mettere in conto anche l’apertura di un flusso migratorio indonesiano verso l’Australia – migrazione per collaborazione scientifica, scambi di tecnologie, commerci, joint-ventures, studi superiori e quant’altro – potenzialmente in grado di superare l’attuale immigrazione d’origine cinese e vietnamita, che a sua volta ha già superato su corrente base annua l’immigrazione europea.

La spaventosa onda anomala che da est ad ovest, dall’Indonesia all’Africa, ha spazzato tutto quanto ha incontrato nella zona superiore dell’Oceano Indiano ha percorso esattamente la stessa rotta che negli Anni ‘50 e ‘60 del secolo scorso, prima dell’avvento dell’odierno trasporto aereo di massa, percorrevano regolarmente nei due sensi le duecento navi passeggeri di linea tra l’Europa e l’Australia. La stessa rotta su cui passò la quasi totalità dell’emigrazione italiana verso l’Australia, virtualmente cessata nei primi anni ‘70. Lo tsunami del 26 dicembre, il muro d’acqua alto quanto un palazzo di quattro piani, che sta mobilitando mezzo mondo in aiuto alle popolazioni colpite, sta avendo anche il paradossale effetto collaterale di approfondire e allargare il fossato fra l’Europa e l’Australia.

 

(Nino Randazzo-Il Globo-La Fiamma/Inform)

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