La Lombardia ritorna ad essere una terra di emigranti — Lombardi nel Mondo

La Lombardia ritorna ad essere una terra di emigranti

Ogni anno 10.000 partenze. La meta preferita è sicuramente Londra. Gli emigranti lombardi non sono disoccupati in fuga, ma lavoratori qualificati, per lo più neolaureati che vanno all’estero per arricchire il loro curriculum.

Ogni dieci immigrati iscritti all’anagrafe c’è un cittadino lombardo che fa le valigie per l’estero. È il lato oscuro dell’andamento demografico in Lombardia: nel corso del 2004 — dichiara l’Istat nel bilancio regionale — sono arrivate 112.493 persone, mentre ne sono partite 10.166. L’incremento degli arrivi — precisa l’Istituto nazionale di statistica — «è garantito, in misura consistente, dalle immigrazioni dall’estero. Si tratta in larga parte degli effetti della “sanatoria” dovuta alle leggi 189 e 222 del 2002, che si sono prolungati nel 2004 a causa della durata dei procedimenti amministrativi».

UNO SU QUATTRO — «In Lombardia — conferma Alberto Brugnoli, direttore generale dell’IReR — la popolazione immigrata ha una presenza sempre più radicata». Attualmente — precisa la Fondazione Ismu nella quarta indagine regionale sull’immigrazione straniera in Lombardia, curata da Gian Carlo Blangiardo — la Lombardia concentra il 25 per cento del totale delle presenze di immigrati a livello nazionale. Su una popolazione residente che al 31 dicembre 2004 era pari a 9.393.092 persone (un anno prima ammontava a 9.246.796) le stime parlano di 700mila stranieri provenienti da Paesi in via di sviluppo o in fase di transizione socio-economica (Europa dell’Est), «gran parte dei quali in condizioni di regolarità rispetto al soggiorno e per lo più inseriti nel sistema produttivo o attivi nei servizi alle famiglie e alla persona».

Parallelamente a questa crescita demografica si registra un aumento delle fughe all’estero: nel 1994 i «fuggitivi» erano 1.569, l’anno scorso sono stati più di 10mila, con un incremento in un decennio pari all’84,5 per cento. Parliamo di un record assoluto, dal momento che nessuna altra regione d’Italia ha fatto registrare nel 2004 tante cancellazioni all’ anagrafe: dopo la Lombardia troviamo, ai primi posti, la Sicilia con 9.198 partenze e la Calabria con 5.612.

DOPO LA LAUREA — L’occhio degli studiosi è puntato sull’andamento del mercato lavorativo estero: «Molto spesso — dice Blangiardo — i lombardi lasciano l’Italia per rispondere a offerte di lavoro provenienti da altre nazioni». Niente a che vedere, dunque, con la valigia di cartone dei bisnonni sbarcati in America, disposti a tutto pur di mettere insieme il pranzo con la cena: «Non ci troviamo di fronte — continua Blangiardo — a disoccupati “in fuga”, ma a lavoratori qualificati per lo più neolaureati».

A richiederli è soprattutto l’Inghilterra, assetata di ingegneri, medici e dottori in statistica: «Le posizioni più ricercate sono quelle di tipo tecnico-economico, facilmente spendibili fuori dei nostri confini». La Lombardia, tira le somme Blangiardo, «non “caccia” i propri cervelli: sono gli altri Paesi a richiederli con sempre più insistenza. Da noi l’offerta di lavoro non manca e, per molte discipline, il problema dell’occupazione non esiste».

Parte del merito di questi travasi sarebbe delle università lombarde, capaci di sfornare «laureati che conoscono le lingue straniere e che sono in grado di fare il proprio mestiere in un contesto lavorativo diverso da quello lombardo».

ESPERIENZE SPENDIBILI — Leva non secondaria è — oltre al miraggio di compensi economici gratificanti — «il desiderio di fare esperienze all’estero. Nella maggior parte dei casi sono giovani che già hanno fatto esperienze di mobilità durante l’università». A spingerli non sarebbe, tuttavia, il rigetto nei confronti del sistema lombardo, quanto l’obiettivo di maturare la propria professionalità in un contesto altrettanto dinamico, per “spenderla” un domani al momento del rientro in Lombardia.

 

 

Filippo Poletti – Corriere della Sera

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