I lombardi di Walhalla — Lombardi nel Mondo

I lombardi di Walhalla

In questo articolo si ripercorre la storia degli emigranti valtellinesi e poschiavini nel Gippsland, in Australia; un racconto che si svolge tra 1850 e l’inizio del ventesimo secolo e che è tratto dai “Quaderni Valtellinesi”

Quaderni Valtellinesi è entrata in contatto con l’Italian historical society di Carlton, in Australia. Qui vivono molti discendenti di emigrati valtellinesi, soprattutto dell’area di Tirano. E’ nostra intenzione mantenere vivi i rapporti di collaborazione con l’Istituto, sia per dare la possibilità ai discendenti dei nostri emigrati di avere informazioni sulle loro origini, sia per ricostruire la storia delle nostre comunità in quelle lontane regioni. L’emigrazione ebbe momenti di particolare intensità intorno al 1850, in coincidenza con la grave crisi economica della vitivinicoltura (la crittogama) che ridusse la produzione nelle nostre valli del 90%. Su questo tema (in particolare basandosi sulla corrispondenza degli emigranti valtellinesi dal 1859 al 1920) stava svolgendo una approfondita ricerca la professoressa Jacqueline Templeton della Melbourne University, che aveva anche avuto modo di trascorrere alcune settimane in Valtellina alcuni anni orsono. Purtroppo abbiamo saputo che la prof. Templeton è recentemente deceduta.

 

L’Italian historical society ci ha anche inviato questo importante contributo di Winifred Guatta (erede di emigrati tiranesi) su alcuni episodi della vita dell’insediamento di Walhalla, formato prevalentemente dai nostri emigrati. Le immagini, gentilmente concesse, sono copyright della Società Storica Italiana-Coasit di Melbourne.

 

Nell’anno 1900, in due terribili incidenti, persero la vita nove residenti a Walhalla. Entrambi questi episodi ebbero come protagonista la comunità italiana ed entrambi occorsero nell’area conosciuta come Poverty point. Gli incidenti colpirono i residenti di questa isolata città di cercatori d’oro nella regione montagnosa di La Trobe Valley nel Gippsland, nello stato di Victoria.

 

Sei annegati nel fiume Thomson

 

Il primo incidente si verificò domenica 27 gennaio, tra le 5 e le 6 del pomeriggio alla fine di un giorno di pesca e di svago sugli argini del fiume Thomson. Quattro uomini avevano portato una barca dal fondo piatto nelle acque del fiume: Giovanni Ferrari, Pietro Novalia, Giorgio De Moroni e Giuseppe Pelosi. Essi avevano raggiunto un’ampia distesa di acqua profonda, circa 400 metri sopra il ponte sul Thomson. Lì essi remarono lentamente verso l’argine e presero sulla barca due ragazzini, Luisa e Luigi Bonazzi. Scesi nella direzione della corrente per circa 18 metri sotto il luogo dove Stefano Armanasco stava pescando, ad un certo punto girarono la barca e remarono controcorrente per circa novanta metri. Nella sua deposizione all’indagine, Stefano Armanasco disse di aver visto delle piccole onde, provocate dai remi, nascondere i lati dell’imbarcazione dal fondo piatto. In poco tempo l’acqua entrò nell’imbarcazione finché non diventò instabile e come confermò un altro testimone, Chas Pelosi, “essa andò a picco”. Quelli del gruppo che sapevano nuotare cercarono di salvare se stessi e i loro amici. Pietro Novalia, con Luisa Bonazzi, tentò di aggrapparsi alla barca capovolta “ma essa scivolò via da loro ad ogni tentativo e si disse che a causa di questi tentativi inutili e delle energie sprecate a Novalia vennero meno le forze per raggiungere l’argine”.Carlo Pelosi si tuffò immediatamente nel fiume e raggiunse suo fratello Giuseppe, “un secondo troppo tardi”.

 

The Walhalla Miner and Golfields Advocate, uno dei due giornali allora in edicola e popolarmente conosciuto come The Walhalla Miner, riportò che Pelosi fece il possibile per ritrovare i corpi e lo stesso fecero i signori Bruni, Collins, Seear, Edwards, Duffy, Amor e Milner. Gli agenti Graham e Walsh, come confermò un testimone, Giacomo Menghini, usarono una draga con degli uncini prestata da Richard Dawson, direttore della miniera Long Tunnel, e si attivò anche il corpo dei vigili del fuoco di Walhalla, ma i poveretti non furono ritrovati fino alla mattina seguente proprio nel punto in cui erano andati giù.Il giornale poi evidenziava l’intenso cordoglio da parte dei compagni italiani, che erano arrivati da tutte le direzioni venendo a conoscenza della notizia. Domenico Moratti, famoso per la sua sollecitudine nei confronti dei paesani, ne fu profondamente angustiato. Egli si assunse le spese dei funerali e aiutò nella traduzione delle dichiarazioni dei testimoni all’inchiesta.

 

Una prima indagine sulla fatalità fu condotta il lunedì pomeriggio dopo il riconoscimento dei corpi che erano stati portati al Barry’s Exchange Hotel. La stessa era presieduta dal magistrato J.H. Pearson. L’agente capo Kissane condusse l’indagine e ascoltò i testimoni Stefano Armanasco, Bernardo Ferrari, Giacomo Menghini, Carlo Pelosi, Giacomo Bonazzi e l’agente Walsh. Il sig. Pearson concluse l’inchiesta dichiarando che le sei persone morirono annegate a seguito del rovesciamento incidentale dello loro imbarcazione. Pietro Novalia aveva 36 anni, Giovanni Ferrari 34, Giorgio De Moroni 30, Giuseppe Pelosi 27, Luisa Bonazzi 13 e Luigi 11. La cronaca del funerale fu riportata il giorno 1 febbraio 1900: “Non c’è, nella memoria dei più anziani residenti, il ricordo di un funerale a Walhalla che abbia visto una partecipazione analoga a quella che ha accompagnato, martedì scorso, le vittime della triste fatalità sul fiume Thomson. Una folla di signore fiancheggiava la linea tramviaria di fronte alla strada, che era occupata dal triste corteo, e lo spazio restante nella strada di fronte all’Exchange Hotel era anch’esso affollato di gente, che mostrava quanta simpatia era provata dagli amici e dai parenti dei deceduti…il dolore dello sfortunato padre era sconfinato. Al cimitero, quando i corpi furono calati nelle loro tombe, Mr. M.T. Cullinan lesse le commoventi preghiere per i defunti, con il De profundis. Mr. D. Moratti pronunciò l’orazione funebre in italiano, cosa che impressionò profondamente i suoi connazionali, a tal punto che i profondi sentimenti provocati dalle sue parole portarono molti alle lacrime. La pubblica manifestazione non era solo un tributo ai morti, ma un riconoscimento della popolarità degli italiani residenti a Walhalla e nei dintorni, che sono senza dubbio i più rispettosi delle leggi e tolleranti tra i nostri cittadini. Il loro comportamento pacifico in tutte le occasioni, la loro sollecitudine a dare aiuto in caso di necessità per meritevoli motivi e il loro desiderio di guadagnarsi il rispetto dovuto agli stranieri in una terra straniera, fanno sì che essi siano rispettati da tutte le categorie sociali della comunità.”

 

Tre morti durante un violento temporale

 

Nel secondo incidente persero la vita tre membri della famiglia Della Torre – De Luis e ne fu gravemente ferito un quarto. Domenico Della Torre e sua moglie Domenica (Maggie), i loro due bambini Maria (di 7 anni) e Domenico (di 20 mesi) vivevano a Poverty Point, a circa 5 chilometri da Walhalla. In quel periodo risiedeva da loro Guglielmo De Luis (di 9 anni), fratello minore di Maggie.

 

Alle 2,30 di sabato mattina, 27 ottobre 1900 una bufera rumoreggiò attraverso le montagne e un albero, lungo 9 metri e di 1 metro di diametro si schiantò e iniziò a scivolare con spaventosa velocità da un’altezza di molte decine di metri, esso travolse tutto ciò che incontrò sulla sua strada e si schiantò nell’abitazione dove i membri della famiglia stavano dormendo causando la morte di Maggie, del piccolo Domenico e di Guglielmo.

 

Al magistrato inquirente Samule Rothwell J.P., intervenuto al più presto sul luogo dell’incidente, presso il fiume Thomson il 27 ottobre, Domenico Della Torre descrisse come egli si fosse svegliato per il gran frastuono provocato dalla caduta della pianta, si fosse alzato nel buio per cercare i bambini e fosse stato colpito dalla pianta che cadeva dalla montagna. Così restò inerme, senza conoscenza, ma quando riacquistò le proprie capacità, fu in grado di recarsi dal suo vicino, Domenico Moratti, per chiedere aiuto.

 

Moratti, che viveva nell’edificio contiguo, disse di aver udito Domenico chiamare. Egli corse immediatamente verso la casa e, sebbene fosse buio, intravvide che le camere da letto erano state completamente distrutte. Maggie Della Torre era parzialmente coperta dal telaio del letto in pezzi. Egli ricercò i bambini procedendo a tastoni nel buio, visto che i forti venti ostacolavano la possibilità di mantenere accese le lanterne. I bambini erano entrambi vivi quando egli li trovò e riuscì a portarli a casa sua, ma essi morirono poco dopo. Maggie aveva subito gravi lesioni alla spina dorsale e morì domenica notte. Questo il resoconto della tragedia che fece The Walhalla Chronicle, il 2 novembre 1900:

 

“Mr. Della Torre era ferito anche alla schiena e alle gambe e stava soffrendo molto per lo shock e si pensò prudentemente di non informarlo dell’ulteriore perdita che aveva sostenuto, con la morte della moglie. La piccola figlia Maria, di 7 anni, si era miracolosamente salvata; probabilmente ella ha avuto la possibilità di sentire il rumore della caduta dell’albero riuscendo a lasciare la stanza, altrimenti era impossibile per lei evitare serie ferite e, forse, la morte. …Il funerale delle due giovani vittime ebbe luogo infine domenica pomeriggio, con un corteo davvero lunghissimo. Mr. Cullinan lesse l’orazione funebre in modo molto commovente. Il funerale della signora Della Torre si svolse lo scorso martedì pomeriggio, e la funzione al cimitero fu officiata dal Rev. Padre Hoyne.”

 

Maggie (Domenica Margerita) Della Torre era la figlia di Giovanni e di Domenica (nata Omodei) De Luis, che, con i loro figli Angelina, Giovanni (Jack) e Margherita Domenica (Lena) emigrarono in Australia da Tirano nel decennio 1880-1890. Essi si insediarono a Walhalla dove Guglielmo era nato, nel 1891. Un altro bambino Pietro, morì, ancora infante, nel 1892. Angelina sposò Giovanni Guatta di Viano ed essi vissero a Walhalla fino alla loro morte, avvenuta rispettivamente nel 1940 e nel 1948. Lena sposò Bortolo (Bob) Ferrari da Tirano e dopo che le miniere di Walhalla furono chiuse, si spostarono a Moe come coltivatori con una fattoria. Essi chiamarono la loro casa Valtellina. Jack morì a Bairnsdale nel 1964 a 89 anni. I genitori, Giovanni e Domenica De Luis, morirono entrambi nel 1918.

 

Poverty Point

 

L’oro fu scoperto a Walhalla nel 1863 e tra il 1880 e il 1890 la città fu al massimo della sua prosperità. La popolazione raggiunse i 4.000 abitanti nel 1900. Molti pionieri di lingua italiana, la maggior parte proveniente dalla Valtellina, una regione alpina in Lombardia e dalla Val Poschiavo in Svizzera, si insediarono a Walhalla e nei dintorni, alcuni per cercare l’oro, la maggior parte trovando occupazione nei lavori richiesti per il ciclo di produzione. Il legname per alimentare le fameliche fornaci divenne la seconda più grande industria a Walhalla. Gli italiani furono i principali fornitori di questa risorsa per le miniere. C’erano chilometri echilometri di strada ferrata intorno alle montagne che conducevano alle miniere, a Walhalla e nei dintorni. Queste linee ferroviarie erano percorse da vagoncini da miniera trainati da cavalli e caricati con il legname per alimentare le fornaci delle miniere. L’intera miniera d’oro Long Tunnel aveva solo due leggere locomotive a vapore. Alcuni italiani furono assunti per il rifornimento delle miniere ed essi, a turno, potevano subappaltare i lavori ai taglialegna per fare i tagli e i trasporti. La linea sud numero uno (1885-1910) era di proprietà dalla compagnia mineraria Long Tunnel ed era gestita da G.V. Morgan. Lungo questa linea, a circa cinque chilometri dalla città di Walhalla, una comunità di italiani costruì le proprie abitazioni. Questo villaggio prese il nome di Poverty Point. Nel suo libro La mia Walhalla, Lou de Prada, la cui famiglia viveva a Poverty Point, descrisse con calore e con felici ricordi le dimore e lo stile di vita di questi pionieri: essi costruirono case utilizzando la corteccia poiché quest’ultima era facile da procurare e molto efficace, garantendo il caldo in inverno e il fresco in estate. Essi costruirono le pareti contro i lati delle colline, scavando in queste per trovarvi rifugio e per realizzare un pavimento livellato. Ogni casa aveva una cantina nella quale latte e formaggio erano mantenuti freschi nella calda estate. I boscaioli usavano i resti dei termitai come malta per mantenere duro il pavimento e per cementare le pietre nei focolari e nei camini. La maggior parte delle famiglie era autosufficiente: pascolavano del bestiame che li rendeva in grado di produrre il proprio formaggio e coltivavano ortaggi nelle terre più alte; avevano così necessità di comprare, nei negozi di Walhalla, solo farina, carne e kerosene.

 

Essi non erano così indigenti come il nome Poverty Point poteva suggerire; il luogo era stato così chiamato perché, a dispetto del grande lavoro, là non era stato trovato l’oro. A seguito dell’esplorazione infruttuosa, i minatori lasciarono l’area che, per quanto li riguardava, fu chiamata in modo opportuno. La vita doveva essere comunque estremamente difficile per le famiglie a Poverty Point. Noi sappiamo che vivevano e lavoravano in una zona molto isolata, a cinque chilometri dalla scuola e dalla città. Il lavoro era fisicamente pesante e pericoloso, spesso portando a gravi infortuni come è documentato nei registri dell’ospedale e sul Walhalla Chronicle. Qualche volta i lavoratori dovevano aspettare sei o nove mesi prima di vedersi pagato il loro salario settimanale. Il clima era severo: freddo in inverno e molto caldo in estate. Quando le colline intorno a Walhalla furono spogliate dalla vegetazione, la compagnia mineraria Long Tunnel costruì un ponte attraverso il fiume Thomson provvedendo così al collegamento con le foreste sul versante di Moondara. Il 22 giugno venne inaugurato il ponte di acciaio Poverty point rendendo possibile il prolungamento della linea ferroviaria. Nel 1944 un incendio distrusse la copertura in legno, ma le strutture in acciaio si salvarono. Esso fu ricostruito nel 1976 e resta come una memoria dei fornitori di legname e delle loro famiglie, molte delle quali sono ora tristemente dimenticate.

 

Una visita all’area oggi sembrerebbe smentire il fatto che la gente un tempo vi potesse vivere. Che la gente potesse mantenere bestiame e fosse in grado di coltivare ortaggi e alberi da frutta è notevole dato che il terreno è estremamente ripido. In molti casi, comunque, le condizioni non erano dissimili da quelle del loro posto di origine nelle parti montagnose d’Italia e della Svizzera.

 

Nella città

 

E’ consuetudine identificare gli italiani di Walhalla con Poverty Point, probabilmente per l’alto numero di famiglie che vi abitavano. L’incidente, con l’annegamento di sei persone, incise il luogo nella memoria di coloro che conoscevano Walhalla. I seguenti esempi, comunque, documentano il fatto che gli italiani vivessero negli anni ’70 dell’Ottocento e prima, nella città stessa e in altre aree intorno a Walhalla. Michelangelo Stub Monteagresti, da Livorno, intorno al 1870 era il dirigente e l’azionista di molte miniere d’oro di Walhalla, incluse la Welcome Golden Dream e la Evening Star, la Longfellow e la Empress, nelle quali avevano azioni anche Lucio, Pietro e Angelo Monigatti di Brusio. La casa di Michelangelo occupava il quarto isolato a nord della scuola di Stato. L’attuale edificio scolastico è costruito sul sito originario di quella scuola. Sul lato opposto della strada, c’era l’ufficio della Compagnia mineraria Longfellow Gold, della quale era dirigente. Antonio Simonini fu il proprietario dell’Hotel Alpine almeno dal 1882 fino al 1884, quando la licenza fu trasferita a Victor Campagnola. Nel 1898, Giovanni Guatta da Viano, ottenne una licenza coloniale per la vendita di vino e sua moglie Angelia (nata De Luis) tenne aperta una rivendita di fronte alla scuola di Stato fino al 1913. Pietro e Luigi Pianta, da Tirano, tennero la licenza dal 1893 al 1898, con eccezione degli anni 1895 e 1896. Anche Bernardo Plozza e Giacomo Rinaldi vivevano nel centro della città.

 

E intorno alla città

 

L’elenco dei contribuenti del 1908-1909 mostra come i luoghi in cui vivevano e coltivavano gli italiani coincidessero con quelli in cui le possibilità economiche erano più limitate. La parola “hut” (capanna) sugli elenchi indicava un giardino o una fattoria dove i contribuenti allevavano una mucca, coltivavano fieno o avena e piantavano ortaggi e alberi da frutta. Uno di questi fu mio nonno, Giovanni Guatta. La sua capanna in questo caso era una costruzione con tre stanze, con un focolare in pietra, dove egli passava il suo tempo libero a curare le sue coltivazioni. Dopo il pensionamento vi si recava giornalmente, ritornando a casa alla sera con un ciocco di legno sulle spalle da bruciare nel camino. L’elenco dei contribuenti mostra che lì vi erano quattro italiani che vivevano o coltivavano nella zona della gola Britannia. Essi erano Giovanni Cabassi, boscaiolo di Tovo, Pietro De Campo taglialegna, Giovanni Guatta, imprenditore, di Viano, e Giovanni De Luis, carbonaio di Tirano. Giovanni Guatta aveva anche una licenza per una rivendita di vino nella strada principale. Domenico Danesi, taglialegna di Livorno e Bortolo Ferrari, minatore di Tirano vivevano a nella gola Consuls. Giovanni Frantalini, Giacomo Franchetti e Antonio De Bondi, tutti taglialegna, erano annotati come contribuenti in un territorio lungo la linea ferroviaria di Mitchell.

 

Giovanni De Prada, Luigi Bertozzi, Stefano Armanasco, un De Bondi, Michele Magatelli, Andrea Ferrari e Giuseppe Omodei erano tutti taglialegna che avevano proprietà lungo la linea ferroviaria del sud. In aggiunta al lavoro di taglialegna o di imprenditore gli uomini spesso si impegnavano in altri impieghi nella loro ricerca di sopravvivenza. Per esempio Stefano Armanasco aveva almeno una miniera lungo la gola Britannia. A Ostler Creek, tra Walhalla e Toongabbi, Luigi Iseppi di Brusio aveva due proprietà, una con una casa e un fienile e l’altra con una casa e un terreno. A Ostler Creek vivevano anche Lydia Bertino, contadina e Antonio Merlo, imprenditore da Viano. Domenico Rinaldi, Roberto Battista e Beniamino Partoza, tutti taglialegna, avevano capanne sul territorio lungo la ferrovia n.° 7.

 

 

 

Lungo la linea ferroviaria Long Tunnel , la famiglia Bondi da Tirano aveva tre proprietà con capanne su due di loro e una casa con giardino sull’altra. Il contribuente era Lorenzo De Bondi. Due altri italiani avevano capanne lungo questa linea: Giacomo Plozza da Viano, e Pietro De Campo, entrambi taglialegna. Oltre a queste piccole comunità di italiani, nell’elenco dei contribuenti sono annotate altre singole entrate. Antonio Bruni, minatore da Centra, Svizzera, con una propria casa sul ramo orientale di Stringers Creek. Carlo Fermio, minatore, occupava una casa a Slaughterhouse Spur. Pietro Molinari minatore di Tirano, viveva sulla strada Tubal Cain. Antonio Plozza aveva una capanna a Coronation, area così chiamata dal nome della miniera principale. Due delle linee ferroviarie erano gestite da italiani. Entrambe erano trainate da cavalli ed erano di proprietà della compagnia delle miniere d’oro Long Tunnel. La linea di Borserini funzionava prima del 1900 ed era situata lungo la vecchia strada di Walhalla, mentre la linea di Campagnola funzionò tra il 1900 e il 1910 e correva dalla città di Maiden Ridge a Sud Eureka Creek. Gherardo Borserini era emigrato da Stazzona, Italia. Attualmente a Walhalla due persone stanno rivelando molte informazioni sulla storia della città e dei suoi residenti. Greg Hansford al Museo di Walhalla sta conducendo ricerche sulle vecchie cronache e sulle copie del Gippsland Times. Un altro residente a Walhalla, John Aldersea, sta raccogliendo una grande quantità di informazioni sulla gente e sui luoghi. Egli ha perlustrato le colline, cercando vecchie miniere e tracce delle originarie abitazioni. Grazie al suo lavoro è stato possibile individuare l’appezzamento di mio nonno Giovanni Guatta e i resti del suo focolare in pietra. Noi ora sappiamo dove in nostri antenati, i de Luis e le famiglie De Bondi vivevano e l’ubicazione della miniera di Stefano Armanasco.

 

La stima per gli italiani di Walhalla

 

L’articolo del The Walhalla Miner sul funerale delle sei persone annegate nel fiume Thomson rese un tributo agli italiani di Walhalla riferendo dellla “…loro comportamento pacifico, della loro sollecitudine a dare assistenza in caso di necessità per meritevoli motivi.”The Walhalla Chronicle confermò questo parere in molte occasioni. Tre esempi sono citati qui. Il giornale così riportò il giorno 15 settembre 1895:

 

“Gli italiani residenti nel distretto hanno trasmesso attraverso Mr. Carlo Della Torre al segretario del locale ospedale la somma di £. 12.45 raccolta da loro in aiuto alle istituzioni. Mr. Renshaw desidera esprimere i suoi ringraziamenti”Nel numero del 13 dicembre 1897, The Cronicle avvisò i suoi lettori che i residenti italiani stavano formando una società per assistere i loro compatrioti per i problemi di assistenza medica e infermieristica dovuta ad eventuali incidenti. L’iniziativa era promossa da Mr. Rinaldi che ricevette “buone promesse di aiuto”. Al secondo banchetto annuale della società italiana di soccorso medico il presidente Domenico Moratti condusse una discussione sulla protezione di coloro che ne avevano necessità. Mr. N. Ferrari cantò e la compagnia fu intrattenuta dai membri del coro che comprendeva E. Bassarollo, G. del Frate, G. Giudici, G.Armanasco, G. Pelosi, D. Cabassi, D. Della Torre, P. Fopoli e A. Rossi.Il coro italiano si esibì in seguito in molte altre occasioni, per esempio con la banda montanara il 4 novembre 1898 per raccogliere fondi per la rotonda. Il pubblico mostrò apprezzamento e si raccolsero £. 9.1.9 La settimana seguente una lettera al giornale ringraziò la banda e il coro e si notò che, prima della loro esibizione avevano avuto il triste compito di dare l’addio ad un loro compatriota, Stefano Pefferini, che era morto per una malattia contratta in miniera.Gli italiani parteciparono ai processi come giurati: dal 1874 fino al 1914 alla corte di Walhalla parteciparono, molti di loro più di una volta: Giuseppe Antoniolo, Antonio Lanfranchi, Luigi Bruni, Vittore Campagnola, Giovanni Guatta, Michele Magatelli e Antonio Merlo. Due inediti saggi aggiungono un’altra dimensione all’alta stima con cui gli italiani furono tenuti a Walhalla. Entrambi gli scritti esprimono il calore e l’apprezzamento esteso a tutti gli italiani per le loro qualità personali e culturali.James Hill, nato a Walhalla nel 1901 ricordò: “Gli italiani erano buone e oneste persone, essi parlavano in un inglese molto scorretto e si raccontarono molte storie divertenti su di loro… Un mio parente stava camminando con i bambini, uno in una carrozzina e l’altro, di due o tre anni, al suo fianco. L’anziano Mr. De Bondi si fermò, allora, sorridendo e indicando col dito a uno e poi all’altro osservò: “same farder the two” (“Tutti e due lo stesso padre”) Isabella Fances Cleugh nel suo Ricordi d’infanzia della Walhalla di un tempo, ricordò:

 

“Una volta ogni quindici giorni i boscaioli italiani venivano a Walhalla per i loro acquisti. Alcuni sapevano parlare un inglese molto buono, alcuni in modo semplice, altri niente del tutto. Coloro che non parlavano inglese avevano con sé un portavoce. Credo che fosse molto buffo ascoltarli nei negozi, ma prevaleva il buon umore e secondo i negozianti, erano ottimi clienti. Essi arrivavano intorno alle quattro del pomeriggio di sabato, quando finivano le compere conversavano con i loro compatrioti; tornavano indietro alle loro capanne intorno alle 8 di sera. Dopo che avevano lasciato la città cominciavano a cantare. Alcuni di loro avevano delle voci splendide e quando cantavano a quattro voci era un grande intrattenimento ascoltarli. Avevo sentito dire che alcuni di loro erano abili musicisti, sia dal punto di vista vocale che come strumentisti. Della gente si era messa in testa, e lo evidenziava come loro peccato, che essi si portassero via sempre una razione in più di vino con la spesa; ma non capivano che il vino era la loro bevanda nazionale e neppure una volta ho sentito di un boscaiolo italiano che avesse bevuto o fosse ubriaco.

 

Gli italiani nominati a Walhalla

 

Uno dei principali scopi della mia ricerca era individuare e registrare quanti più nomi italiani fosse possibile. La significativa presenza degli italiani a Walhalla, mentre era generalmente riconosciuta negli scritti degli storici, è stata in gran parte anonima. In alcuni casi ho avuto difficoltà a seguire le tracce delle persone e a far corrispondere i nomi di un documento con quelli di un altro. Per esempio, Ben De Luis appare solamente nei documenti di battesimo. Oltre ai de Luis già menzionati ho trovato un Matteo De Luis registrato nei documenti di naturalizzazione e nelle liste elettorali. Bisogna anche essere consapevoli dell’abitudine di anglicizzare il nome o di usare un altro nome nel caso in cui padre e figlio o madre e figlia abbiano lo stesso nome. Qualche volta una persona era conosciuta dal suo secondo o terzo nome. Il nome di Antonio Bruni, per esempio, era Giuseppe Antonio Luigi Bruni. Perfino il cognome poteva essere dubbio. Nei documenti italiani la famiglia De Bondi era conosciuta come D’Abbondi. La maggioranza dei pionieri di Walhalla aveva scarsa padronanza dell’inglese e non erano in grado di compitare il nome correttamente quando dovevano inserirsi nei documenti ufficiali. I nomi venivano così inseriti secondo l’interpretazione fonetica della persona che li redigeva.

 

Molti nomi italiani appaiono nei documenti della chiesa cattolica. La chiesa cattolica di Walhalla, S.Patrick, faceva parte della parrocchia di Cowwarr e un prete doveva percorrere lunghe distanze per celebrare la S.Messa, i battesimi e i funerali.

 

Gli italiani lasciano Walhalla

 

Dal momento in cui la miniera d’oro Long Tunnel chiuse, nel 1914, la maggior parte degli italiani ha lasciato Walhalla. Essi non furono gli unici ad andarsene. La città divenne deserta dopo che, una dopo l’altra, chiusero tutte le imprese. Per anni la città aspettò di essere collegata tramite la linea ferroviaria con Moe e il resto dello Stato di Victoria. Per ironia della sorte quando la linea fu realizzata, nel 1910, l’oro aveva cominciato ad esaurirsi completamente.

 

Comunque Walhalla non è mai completamente morta. I miei nonni rimasero a Walhalla e per la maggior parte dei loro discendenti è un luogo speciale. Per molti anni abbiamo assistito a tentativi di rivisitare qualcosa del suo apogeo, e oggi, sembra bella sempre, nella mia memoria; ed è piacevolissimo l’entusiasmo che viene messo nel portare alla luce la sua storia, una storia nella quale gli italiani di Walhalla hanno avuto un ruolo significativo.

 

di Winifred Guatta

 

www.quadernivaltellinesi.it

 

Per informazioni sul Gippsland www.gippsland.com

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