Omaggio a Mario Luzi — Lombardi nel Mondo

Omaggio a Mario Luzi

Omaggio brasiliano al poeta fiorentino e senatore a vita Mario Luzi, morto a 90 anni la settimana scorsa. Il primo numero della collana, dal titolo “Leporelli” che non saranno in commercio ma verranno distribuiti gratuitamente, sia in Italia sia in Brasile, nelle scuole e nelle università

Omaggio brasiliano al poeta fiorentino e senatore a vita Mario Luzi, morto a 90 anni la settimana scorsa. Una delle sue opere più note, “Vola alta la parola”, in versione manoscritta, inaugurerà in aprile a Rio de Janeiro il primo numero di una collana di volumetti

bilingue (in italiano e portoghese) dedicati all’importanza della calligrafia e curati dal poeta e traduttore carioca, ma di origini toscane, Marco Lucchesi, già traduttore in Brasile di Pasolini e Umberto Eco.

Il primo numero della collana, dal titolo “Leporelli”, edito da Editora Comunità, conterrà anche recentissime foto a colori di Luzi, scattate dal fotoreporter Luciano Bonuccelli nel dicembre 2004, a Lucca, durante una conferenza sulla vecchiaia.In occasione dell’uscita dei “Leporelli” – che non saranno in commercio ma verranno distribuiti gratuitamente, sia in Italia sia in Brasile, nelle scuole e nelle università – l’Istituto Italiano di Cultura di Rio organizzerà una tavola rotonda sull’eredità artistica lasciata da Luzi, considerato il padre dell’Ermetismo ed uno dei protagonisti della letteratura italiana del ‘900, le cui opere non sono mai state pubblicate in Brasile.

Inoltre, ieri, 15 marzo, l’Istituto ha pubblicato una speciale edizione del suo mensile, “Mosaico Italiano”, che approfondisce le tematiche affrontate da Luzi, più volte candidato al Nobel.”Quello che più impressiona di Luzi è la profondità del suo pensiero”, dice Lucchesi, che con il maestro intratteneva una fitta corrispondenza poetica e che di lui conserva anche rari scatti in bianco e nero, frutto di un saggio fotografico effettuato nel 1998 dentro la casa fiorentina di Luzi, a Bellariva. “Luzi era dotato di una pietas che solo i grandissimi possiedono. Era un Dante moderno, ci mancherà moltissimo”.

Il critico letterario Enrico Grandesso, collaboratore del «Messaggero di sant’Antonio edizione per gli italiani all’estero» ha avuto l’occasione di intervistare il senatore a vita Mario Luzi poco prima della scomparsa, per chiedergli un commento sulla poesia religiosa di Clemente Rebora.Di seguito riportiamo l’intervista che apparirà sul numero di aprile del «Messaggero di sant’antonio edizione per gli italiani all’estero».

 

d.- Professor Luzi, avverte la poesia religiosa dell’ultimo Rebora più come un canto, una preghiera o un grido di dolore in versi?

r.- Direi piuttosto come una preghiera, però intessuta di dolore. Le due varianti che lei mi pone, le ultime due delle tre, le fonderei in una sola. C’è il senso della consolazione, che è sempre presente: la consolazione di un dolore che è stato forte, acuto, e che si identifica, si immerge in quello di Cristo. C’è questa cristologia dolorosa in cui si fondono la preghiera e la ricerca di consolazione dal dolore che è presupposto, implicito.

 

d.-Un verso famoso di Rebora è: «Ma santità soltanto compie il canto». Quanto può essere vero questo per un poeta che scrive e vive nella modernità?

r.- È veramente una sfida al tempo nostro, e non solo: ai suoi costumi e alle sue occorrenze. È anche una sfida alla mente moderna. Solo santità… è davvero un’eccezione rarissima, sublimante, dove il canto è visto come compimento, un segno di sommità alla vicenda del cuore umano. Solo santità, quindi solo un processo di purificazione e di elevazione tale da portare la santità a compiere il canto, che è dunque un privilegio altissimo, accordato però a queste condizioni.

 

d.- Eugenio Montale definì Rebora «una figura del Greco, un uomo torchiato da Dio». Condivide queste parole?

r.- Sì, in un certo senso. Non sono parole inappropriate. Forse c’è più compostezza nel tormento di Rebora di quanta non ne appaia nelle figure del Greco; però è un po’ della stessa natura la tensione interiore.

 

d.- Come collocare dunque la poesia religiosa di Rebora nell’ambito nazionale ed europeo?

r.- Io la avvicino, come temperie, alla poesia dei primi decenni del Novecento, sebbene poi abbia avuto sviluppi tutti suoi. Mentre tuttavia in poeti come Paul Claudel, e anche in Charles Péguy si trova una sorta di trionfalismo, una lode remota che risale attraverso le epoche, con movenze poetiche e attitudini spirituali abbastanza difformi da quelle reboriane, mi sembra che la poesia di Rebora sia più vicina ai poeti francesi attorno a Guillaume Apollinaire. Avendo poi sviluppi più personali, anche perché in Rebora non c’è solo la conversione, ma anche la vocazione sacerdotale.

 

d.- Lei considera prevalente nell’opera di Rebora un elemento di mistero o la luminosità della Grazia?

r.- Più quest’ultima. La faticosa luminosità della Grazia, che, però, poi arriva e abbaglia. Il mistero è «a monte» in Rebora, nell’esperienza, nell’ufficio sacerdotale che lui ha pensato anche come conoscenza poetica oltre che teologica. Prevale questo senso di incontro, doloroso come si diceva, con la luce e con la Grazia. E infatti c’è gratitudine in Rebora: a significare che l’incontro con la Grazia c’è stato. (aise)

 

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