Connubio d’Occidente ed Oriente nell’opera di Monti — Lombardi nel Mondo

Connubio d’Occidente ed Oriente nell’opera di Monti

“La sua arte è difficilmente classificabile in uno schema, ne rifugge istintiva e ieratica ad un tempo, classica e modernamente funzionale allo stesso modo”: parliamo dello scultore Francesco Riccardo Monti, di cui il Portale torna a interessarsi, grazie al contributo di Anna Filippicci Bonetti.

Monti è uno dei tanti artisti dimenticati in Italia del Novecento, ma l’ennesimo artista che ha lasciato un ricordo molto significativo lontano dalla sua patria.

Artista coraggioso, sportivo, caricaturista, uomo di mondo intollerante e paziente al tempo stesso, fu il classico cremonese della sua età che seppe farsi un nome nelle Filippine dove aveva trovato una dimensione di espressione nuova e più completa che forse in patria non avrebbe trovato perchè gli sarebbe mancata per le note strettoie dei tempi.

Cremonese ed asiatico: questi sono gli aggettivi che condensano la parabola esistenziale dell’artista nato a Cremona il 6 settembre 1888 e morto il 12 agosto 1958 nell’ospedale di San Juan Rizal (Filippine), in seguito ad un incidente di macchina che gli fu fatale. Riposa nel cimitero di San Felipe Neri Parish Roman Catholic di Mandaluyong. I suoi allievi dell’Università di Santo Tomas di Manila hanno scolpito la lapide sepolcrale e su di essa compare un medaglione che lo raffigura.

E’ discendente da una grande famiglia di scultori provenienti da Viggiù che si erano stabiliti a Cremona negli anni 1870-1872.

Il padre era lo scultore Alessandro Monti, fratello di Silvio Monti, e autori con il cugino Annibale Monti del monumento all’imprenditore mantovano Pietro Valentini realizzato nel 1896 a Borgo Angeli (Mantova).

La madre era Angela Clementi originaria di Mantova anch’ella proveniente da una famiglia di scalpellini marmisti operanti nel mantovano: i Vitali.

Iniziò la sua attività come collaboratore del padre che ormai aveva raggiunto una certa notorietà nell’ambito dell’Italia settentrionale e nelle zone di Mantova e Piacenza. Dopo un apprendistato artigianale presso l’atelier del padre e gli studi presso l’Istituto Ala Ponzone di Cremona che gli danno le basi per una attività scultorea alla quale non poteva sottrarsi vista la lunga tradizione familiare, si forma a Brera e muove i primi passi tra i simbolismi recepiti dal suo maestro Bistolfi e le sculture liberty del cimitero di Cremona. Scolpisce nel 1912 la scultura a tutto tondo “Donna Addolorata” per la sepoltura Bertolazzi Scalvini nel cimitero di Mantova e circa un centinaio di opere funebri per il cimitero monumentale di Cremona e i Gruppi Statuari di ornamento del V e del VI Androne del Civico Cimitero, altre opere nelle province vicine, oltre ad altre che non vanno ricercate nei silenzi dei cimiteri, ma nelle piazze di città e nei paesi della pianura Padana ricordanti i Caduti della Prima Guerra Mondiale come il rilievo marmoreo di Casalbuttano (Cremona), la lapide con busto a Ettore Sacchi a Cremona sotto i Portici del Palazzo Comunale e il monumento al Fante per i Caduti del 65°Reggimento Fanteria nella Caserma Militare De Sonnaz di Piacenza. Scolpisce pure busti di un realismo pieno di dignità in ricordo di statisti, come Leonida Bissolati ed il senatore Manfredi o artisti come Giuseppe Verdi. Nel 1928, per una forte delusione professionale si trasferisce a New York. Non trova un lavoro interessante, quindi si sposta in terra filippina. Abbandona i soliti canoni tradizionali e si avvicina al Déco internazionale. Realizza poderose opere, dandone una interpretazione monumentale originale in cui confluiscono stilemi occidentali ed asiatici “del tutto inusitate per uno scultore abituato a misurarsi con le relativamente esigue, necessità del vecchio mondo. Il nuovo mondo offre al maestro cremonese un banco di prova vastissimo e stimolante entro il quale la coscienza delle proprie capacità e la sicurezza del mestiere possono giostrare interventi innovativi e di grande respiro”, così scrive Tiziana Cordani nel suo saggio: L’umanità dell’Arte e l’Arte per l’Umanità. Fra i tanti monumenti del periodo filippino è giusto ricordare l’interno e l’esterno del Teatro Metropolitan di Manila, le colossali figure in pietra simboleggianti le aspirazioni spirituali e intellettuali, che si trovano sui piani alti dell’Università cattolica di Santo Tomas a Manila, di cui fu professore di Belle Arti e Rettore, i bassorilievi per l’Università Far Eastern pure di Manila, i gruppi monumentali delle Quattro Libertà accompagnati da altri sei monumenti scolpiti per la Fiera internazionale delle Filippine del 1953, grandi bassorilievi di carattere religioso, la decorazione della chiesa di San Domenico e il complesso dell’Università The Iloilo College nel Visayas.

Questo lungo soggiorno filippino, è intervallato da un periodo cinese (dal 1934 al 1939), dove

Riccardo Monti è presente come imprenditore della East Bank Company in Hong Kong ed in contemporanea vengono commissionati allo scultore busti di personaggi cinesi di alto rango, di notevole introspezione psicologica (Sir Shouson Chaw e Mr. H. Sinng…), da porre all’interno dell’edificio stesso arricchito con marmi italiani provenienti dalle cave di Brescia, di Carrara e di Vicenza, materiali che gli sono cari per il ricordo con la sua patria lontana.

Di questo periodo sono pure una piccola rassegna di opere di minor formato, produzione da salotto, così definite dall’autore, che tornano in Italia dopo la sua morte. Il bronzetto: La Giovane donna cinese è una delle opere plastiche più interessanti di tutta la produzione del Monti in cui l’autore “fonde la bellezza della donna orientale con la ricerca della fedeltà naturalistica. L’eleganza dei lineamenti incontra il modellato morbido dei piani restituendo l’effetto di una severa compostezza che risente di vibrazioni e di echi remoti, dalle Korai della Grecia arcaica ed orientalizzante alle teste africane di Ifé”, così scrive Franco Ragazzi nel suo testo: Francesco Riccardo Monti. Uno scultore italiano fra Occidente e Oriente.

 “L’arte di Monti è difficilmente classificabile in uno schema, ne rifugge istintiva e ieratica ad un tempo, classica e modernamente funzionale allo stesso modo; i contatti con l’arte orientale e le esigenze stesse di quei lavori che a Manila e a Hong Kong condusse, hanno prodotto nella sua scultura una svolta decisiva, volgendola ad un linearismo di timbro del tutto orientale impiantato su schemi di robusta tradizione europea […]. Monti è uno scultore che si vedrebbe volentieri in Italia anche se da noi nessuno ne parla”, così il critico d’arte Giorgio Mascherpa ne parla nel Quotidiano “Il Giorno” del 1955.

 

Anna Filippicci Bonetti

 

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martedì 28 Gennaio, 2020