Voto degli italiani all’estero: i nodi irrisolti del centro-sinistra — Lombardi nel Mondo

Voto degli italiani all’estero: i nodi irrisolti del centro-sinistra

Intervista a Marco Pezzoni, ex parlamentare, uno degli autori della Legge sul voto all’estero n. 459 del 2001 e consulente presso il Ministero Affari Esteri per l’attuazione di tale legge.

Marco Pezzoni, come parlamentare del centro-sinistra, ha fatto parte della Commissione Esteri della Camera dei Deputati dal 1994 al 2001 e successivamente è stato consulente presso il Ministero Affari Esteri per l’attuazione della Legge sul voto all’estero. In questa intervista affronta vari aspetti legati alle candidature proposte per il 2008, i meccanismi di voto e gli scenari che si prospettano allo spoglio dei voti del 13-14 aprile.

 

On. Pezzoni, lei si dice molto preoccupato per come le forze del centro-sinistra hanno affrontato questa volta la formazione delle liste  per il voto per corrispondenza degli italiani all’estero e parla di ricadute negative sull’esito stesso del voto, come mai?

 

“I risultati del voto politico all’estero dell’aprile 2008 non potranno essere simili a quelli del 2006 se non altro perché le forze principali del centro-destra  questa volta non ripetono l’errore di presentarsi divise . La straordinaria vittoria dell’Unione all’estero nel 2006 fu dovuta a due fattori congiunti: il centro-sinistra si  presentò unito in una sola lista; il centro-destra invece si  presentò  diviso in  4 diverse liste. Analizzando i dati elettorali di allora emerge con evidenza che il fattore decisivo fu il “regalo” della propria divisione fatto dal centro-destra che, sommando i propri voti, avrebbe vinto  sull’Unione in 3 Ripartizioni su 4 della Circoscrizione Estero: in Centro e Nord America; in Australia, Asia, Africa; in America Latina..

Stavolta le parti sembrano rovesciarsi: Forza Italia e Alleanza Nazionale come Popolo della Libertà, congiuntamente con la Lega Nord,  se confermassero  gli stessi voti di 2 anni fa , conquisterebbero  più seggi rispetto al 2006 sia alla Camera che al Senato solo in virtù dell’unica lista in cui oggi si presentano all’estero.

E’ vero che l’Unione di Centro di Casini corre ancora da sola, ma con la sua  probabile percentuale assai inferiore al 10% può aspirare ad un seggio soltanto  nella ripartizione Europa e solo alla Camera dei Deputati. Se però continuerà a raccogliere voti in modo significativo nel bacino elettorale del centro-destra  potrebbe impedire al Popolo della Libertà di superare in consensi e seggi  il Partito Democratico.

Il paradosso di queste elezioni è che forze come l’Unione di Centro di Casini da un lato e la Sinistra Arcobaleno di Bertinotti dall’altro verranno innanzitutto misurate come “fattori di indebolimento” delle due forze maggiori.

Ma l’incognita più grande è nel campo dell’ex centro-sinistra: il Partito Democratico quale percentuale di voto dell’intera Unione eredita? Più dell’80% o meno? La Sinistra Arcobaleno, che non ha alcuna possibilità di conquistare seggi fuori dall’Europa, perché si presenta nella Ripartizione del Sud America e addirittura nella Ripartizione Asia,Africa,Oceania dove in palio

c’è un solo Deputato e un solo Senatore? Stesso interrogativo vale per il Partito Socialista.

In questo quadro così incerto e mutato rispetto a due anni fa, la cosa più azzardata di tutte è che l’Italia dei Valori si presenti ancora in Europa con una propria lista con la conseguenza che il Partito Democratico rischia di non raggiungere il terzo deputato o che la lista che si richiama a Di Pietro questa volta possa disperdere i suoi voti.”

 

Dunque questa volta il rischio all’estero è che sia il centro-sinistra a fare il regalo delle proprie  divisioni  al centro-destra: ma non è questo un grave errore politico ?

 

“Prima di parlare di errore politico, parlerei di scarsa conoscenza e poca considerazione dei meccanismi di funzionamento della legge elettorale per il voto all’estero, almeno per quanto riguarda le modalità di assegnazione  dei seggi  parlamentari .

Ho l’impressione che troppi partiti abbiano deciso di presentare comunque proprie liste pensando che la legge del voto all’estero per corrispondenza possa essere utilizzata come viene utilizzato in Italia il “Porcellum”, cioè liste bloccate senza preferenza, conquista di Deputati se si supera il 4% dei voti alla Camera, conquista di Senatori se si supera la soglia dell’8% su base regionale al Senato, possibilità di apparentamento di una forza “minore” con una forza “maggiore” per abbassare la soglia che serve per trasformare i voti in seggi: 2% alla Camera, 4% al Senato.

La legge per il voto all’estero non funziona per nulla così ! Non c’è l’ordine di lista bloccato, ma il  voto di preferenza.  Non è previsto né consentito il meccanismo dell’apparentamento.

In Italia la lista di Di Pietro si è potuta apparentare con il Partito Democratico e i voti delle 2 liste potranno essere sommati per tentare di  conquistare insieme  il “premio di maggioranza”: sono veri alleati !! Al contrario in Europa se si presentano 2 liste, queste non possono che essere concorrenti, con l’alta probabilità di un danno reciproco.”

 

Può spiegare meglio questo punto? La sua opinione è che la lista Di Pietro presentata in Europa sia  più un errore tecnico o un errore politico?  Quale altra soluzione si sarebbe dovuto adottare e chi avrebbe dovuto assumerne la responsabilità?

 

“Nella ripartizione Europa i seggi in palio sono 6 deputati e 2 senatori, assegnati come prevede la Legge 459 del 2001 con il metodo proporzionale del quoziente elettorale di Ripartizione.

Come si calcola questo quoziente elettorale?  Si prende la somma dei voti validi espressi per tutte le liste presentate nella ripartizione geografica e la si divide per il numero di seggi da assegnare:  dunque nella ripartizione Europa la somma complessiva dei voti espressi per la Camera viene divisa per 6 mentre per il Senato viene divisa per 2.

Nella ripartizione Sud America i deputati da assegnare sono 3 e dunque la somma dei voti validi va divisa per 3. Più il numero di parlamentari da eleggere si abbassa, più si alza la percentuale  di voti indispensabile per ottenerli.

Molti non hanno ancora capito che nella Circoscrizione Estero il numero di parlamentari è fissato e predeterminato per ogni Ripartizione geografica in proporzione alla popolazione residente avente cittadinanza italiana. Nel Centro e Nord America i deputati da eleggere sono 2 e  1 solo il senatore. Nella ripartizione Asia,Africa, Oceania si elegge 1 solo deputato e 1 solo senatore: in questo caso è evidente che se lo aggiudica quella lista che ottiene un voto in più della seconda, la quale non ottiene nulla.

Torniamo al caso dei 6 deputati da eleggere nella ripartizione Europa.  Il calcolo del quoziente elettorale è molto semplice: fatto 100 la totalità dei voti validi espressi, la percentuale di voti utile per avere 1 deputato in Europa è  100: 6 cioè 16,66%.

Supponiamo che il Partito Democratico nella ripartizione Europa conquisti il 41% di voti, il Partito del popolo della libertà il 35%,  la Sinistra Arcobaleno il 9%, la lista di Casini l’8%, l’Italia dei Valori di Di Pietro  il 7%.

Ebbene 2 deputati pieni andrebbero al PD ( 16,6 % più 16,6%  = 33,3%)  con un resto di 7,7% ;

2 deputati pieni al  PDL di Berlusconi (con un resto di 1,7% ) e poi 1 per i maggiori resti alla Sinistra Arcobaleno di Bertinotti  e  sempre 1 per i secondi maggiori resti a  Casini..

Morale: l’Italia dei Valori per prendere 1 seggio alla Camera deve assolutamente superare in voti o l’Unione di Centro di Casini o la Sinistra Arcobaleno. Oppure il Partito Democratico deve avere un resto più alto, superando il 43% dei voti .

Probabilmente la soluzione migliore sarebbe stata presentare una sola lista del Partito Democratico con dentro alcune candidature proposte da Di Pietro, giocando poi con le preferenze la partita di chi eleggere: in questo caso il terzo deputato sarebbe stato certo.

Anch’io mi chiedo perché non si è scelta questa soluzione più sicura sul piano tecnico e più coerente sul piano politico vista l’alleanza preferenziale che il Partito Democratico ha stretto in Italia con Di Pietro.  Spero che l’azzardo che PD e Italia dei Valori tentano in Europa abbia qualche buon fondamento in sondaggi effettuati sul terreno e non dipenda da logiche di difesa corporativa da parte dei deputati uscenti. 

Insomma le cose stanno in questi termini: perché questo azzardo abbia successo i gruppi dirigenti del Partito Democratico e dell’Italia dei Valori debbono concentrare i loro sforzi per sottrarre voti sia a Casini che alla Sinistra Arcobaleno. Il PD per conquistare 3 deputati deve avere almeno il 43% dei voti e l’Italia dei Valori arrivare più vicina possibile al 10%. Per quanto riguarda il Senato non ci sono storie: i  2 senatori andranno uno al PD e uno al PDL.”

 

 

Il viceministro Danieli  in una dichiarazione a caldo ha detto di non condividere le liste del PD, poi ha fatto retromarcia nella loro presentazione pubblica. Vedo che lei preferisce parlare di azzardo piuttosto che di errori, ipotizza una non approfondita conoscenza della legge sul voto all’estero sia sul piano tecnico che politico. Prevede per il centro-sinistra risultati meno brillanti rispetto al 2006 ma non si sente di mettere sotto accusa  chi ha perseguito la linea delle divisioni e comunque della presentazione di liste separate. Come mai tanta prudenza?                                           

 

“ Perché siamo in campagna elettorale. In realtà il viceministro  Danieli si è limitato a criticare la composizione delle liste per alcune esclusioni. Ma queste sono solo la conseguenza di una inadeguata visione politica a monte. La logica che presiede alla composizione delle liste del PD è la stessa di 2 anni fa: si ripresentano gli eletti all’estero del 2006, ed è naturale che sia così. Addirittura si ripescano quei candidati bravi e apprezzati che  due anni fa furono costretti a fare un passo indietro per la ristrettezza dei numeri che impone una lista unitaria: Michele Schiavone in Svizzera, Porta in Brasile, la Arona in Argentina.

Il limite di oggi come di allora è che non si va oltre il mondo dei “professionisti dell’emigrazione” come se gli italiani nel mondo non fossero anche ricerca, scienza, cultura, economia globalizzata, cooperazione multilaterale con le Istituzioni europee e internazionali.

Il fatto è che manca un nuovo pensiero politico sul senso del voto dei cittadini italiani all’estero collegato ai mutamenti che si stanno introducendo nel sistema politico italiano. Naturalmente io ho delle opinioni personali, ma quello che conta è che non esiste un confronto e un dibattito pubblico che innovi quello che abbiamo costruito finora su cittadinanza, nuovi diritti, rappresentanza, nuovi assetti istituzionali.

Basti pensare che negli ultimi anni si sono proposti o tentati solo aggiustamenti: riorganizzare il CGIE, razionalizzare i Consolati; eliminare i senatori eletti all’estero per dar vita a un Senato delle regioni, compensare questa amputazione con l’aumento del numero di deputati eletti all’estero; rivedere  alcuni criteri  per il riacquisto della cittadinanza allargando le maglie, oppure no, stringendole;  resuscitare false contrapposizioni tra immigrati ed emigrati.

Con la nascita del Partito Democratico e con la scelta di Veltroni di mettere in discussione la vecchia idea di alleanza dell’intero centro-sinistra l’accelerazione impressa ai mutamenti del nostro sistema politico è stata impressionante.

La scommessa di passare dal bipolarismo al bipartitismo ha trovato impreparata l’area del PD che segue e rappresenta i democratici italiani all’estero, concepiti ancora come propaggine eterodiretta e non come realtà autonoma capace di propria progettualità.

Così la scelta più semplice e comoda è stata quella di trasferire meccanicamente il nuovo orientamento politico dal piano nazionale a quello della Circoscrizione Estero, senza troppo interrogarsi sulla specificità del voto all’estero e sulle dinamiche politiche presenti nelle diverse comunità dei cittadini italiani sparsi per il mondo.

Probabilmente in tempi così stretti non c’erano alternative al correre da soli come PD anche all’estero. Ma quello che impressiona è che in questi due anni la costruzione del PD all’estero è stata pensata come un “modello discendente”, dipendente dal Governo italiano e dall’istituzione parlamentare e non innanzitutto come costruzione sociale e culturale, come organizzazione multiculturale e cosmopolita, come processo verso un Partito transnazionale.

Sono mancate risorse economiche, certo! Ma anche una elaborazione politica, e se non la fa il PD  la verità è che non c’è nessun altro in grado di farla.

Emblematico il  caso dell’America Latina dove si sono affermate e oggi si ripropongono liste civiche assai forti e rappresentative, estranee al sistema dei partiti italiani. Alla lista indipendente del sen. Pallaro “Associazioni italiane Sud America” che si piazzò prima nella sua Ripartizione geografica nel 2006, si affianca una nuova lista indipendente promossa dall’on, Ricardo Merlo e denominata “Movimento Associativo Italiani all’estero”.

Vedremo alle imminenti elezioni se queste 2 liste, presenti sia per la Camera che per il  Senato, entreranno in competizione tra loro o amplieranno il loro bacino elettorale. Ma politicamente il nodo che in America Latina non si è affrontato seriamente è quello del rapporto associazioni – partiti e, ancora una volta, quello che definisco specificità del voto all’estero. Per fare una battuta: altro che Beppe Grillo! In modo diverso sia Pallaro che Merlo teorizzano la non esportabilità  dei partiti italiani presso le comunità italiane all’estero e sostengono che la rappresentanza di quelle comunità sia meglio garantita da forme associative pre-politiche, anti-politiche, post-politiche che persino nel Parlamento italiano si dichiarino e si comportino da indipendenti.

Si profila insomma l’idea che le comunità italiane all’estero, almeno alcune di esse, possano essere  identificate come “minoranze geopolitiche” da tutelare anche in Parlamento con una propria rappresentanza senza però essere coinvolte nella responsabilità di indicare chi debba governare

il Paese.

Questa impostazione desta ovviamente in me grandi perplessità, è assai poco “costituzionale” e tuttavia non la si può liquidare come strumentale e funzionale alle ambizioni di nuovi caudillos.  Posso sperare che il Partito Democratico, come “partito nuovo”, sappia all’estero essere sempre più radicalmente federalista e, dunque, capace di accogliere e rappresentare le diverse esperienze socio-politiche e socio-culturali che formano le identità complesse, le identità contaminate dei cittadini italiani residenti all’estero? Cominciamo questo cammino”

 

Queste considerazioni sono davvero interessanti, ma le elezioni politiche sono alle porte e vorrei che lei  affrontasse meglio il problema delle divisioni nel centro-sinistra in Italia e all’estero. Quanto pesano e quanto potranno pesare?

 

“Al termine divisione, preferisco usare il termine di “separazione consensuale” tra il PD e la nuova aggregazione della Sinistra Arcobaleno. Polemicamente potrei dire che le divisioni ci sono sempre state anche quando le abbiamo coperte con il mantello dell’Ulivo prima, dell’Unione poi. In questi ultimi mesi sono venute sempre più allo scoperto e hanno determinato la crisi mortale del Governo Prodi.

Il centro-sinistra di questi 2 ultimi anni ha mancato l’appuntamento storico di dimostrarsi una coalizione affidabile, capace di governare, matura e responsabile. Dunque è giusto ed opportuno

che le strade dei diversi attori si siano separate: adesso ciascuno è più libero di riorganizzarsi e di cercare la sua vera vocazione.

Se un ciclo finisce, inutile tenerlo artificialmente in vita: io almeno la vedo così. Meglio cominciare a costruire il nuovo. E il nuovo è che per la prima volta  due partiti come i DS e la Margherita si uniscono e si fondono nel Partito Democratico, accogliendo energie nuove provenienti dalla società civile.  E che nella frammentata sinistra italiana si avvia un processo di convergenza che si chiama Sinistra Arcobaleno.

Questa profonda ristrutturazione del centro-sinistra non ha indebolito le alleanze strette nei Comuni, nelle Province, nelle Regioni. E’ un buon segnale!  Forse anche all’estero si poteva  pensare di riproporre liste unitarie di centro-sinistra nelle 4 Ripartizioni geografiche, in forza di una specificità del voto all’estero. Lo si sarebbe potuto giustificare con la filosofia della Legge 459 del 2001.

Come in ogni  Regione italiana è legittimo presentarsi tuttora come centro-sinistra, così  nelle quattro Ripartizioni all’estero si sarebbe potuto fare altrettanto.

Penso che presentarci da soli all’estero come PD non sia stata una dimostrazione di forza. Piuttosto una scelta obbligata dalla necessità di legittimare la nuova identità in una situazione fluida come quella degli italiani fuori d’Italia.

Fosse stata più solida questa identità, più radicata socialmente e più strutturata organizzativamente, avremmo potuto sperimentare una nuova formula unitaria del centro-sinistra all’estero. Così non è stato. Altrettanto identitaria è stata la risposta della Sinistra Arcobaleno che si è presentata in Ripartizioni  geografiche dove non ha alcuna possibilità di conquistare neanche l’ombra di un seggio, ma può far male…proprio al PD. “ 

 

E’ possibile individuare con una certa precisione le situazioni elettorali più a rischio per le liste del Partito Democratico?

 

“Certamente. Non sono un sondaggista, però gli scenari del maggior rischio si possono delineare anche prendendo come riferimento le tendenze elettorali che si sono manifestate all’estero nel 2006, aggiornandole ovviamente in forza delle novità intervenute. Dello scenario europeo e sudamericano ho già parlato. Direi che il nodo del Senato nelle 3 Ripartizioni non europee è il più incerto e delicato. Di sicuro per il PD  darei solo un Senatore in Europa. In Centro e Nord America  esiste il divario più forte a sfavore del PD.  In America Latina lo potrebbe far perdere la concorrenza della Sinistra Arcobaleno a vantaggio delle liste indipendenti e del Popolo della Libertà che però, a sua volta, subendo  la concorrenza dell’UDC, ha meno chances del PD.

Alto il rischio  in Asia, Oceania, Australia dove potremmo perdere l’unico senatore se la Sinistra Arcobaleno, funzionando meglio dell’UDC come “ fattore di indebolimento”, facesse arrivare secondo il Partito Democratico rispetto al Popolo delle Libertà.

Un recentissimo studio dei tecnici del loft di Veltroni, partendo dai sondaggi Demos, prevede  3 senatori assegnati  all’estero al Popolo della Libertà di Berlusconi. Nel 2006  il centro-destra diviso ne aveva conquistato uno solo sui 6 assegnati alla Circoscrizione Estero.”

 

A suo giudizio allora è opportuno parlare apertamente  di voto “utile” ?  Ma questo non contraddice il diritto dei  partiti cosiddetti “minori” di presentare proprie liste  alle elezioni anche solo come “testimonianza”?

 

“Come ogni scelta umana importante che produce conseguenze, il voto è insieme esercizio di libertà e assunzione di responsabilità, sia per i Partiti che si propongono sia per i cittadini che sono chiamati a scegliere. Per questo il criterio del voto “utile” è legittimo e opportuno in ogni circostanza, purché venga spiegato in modo trasparente dai diversi punti di vista.

Bertinotti non può limitarsi a dirimere la questione sostenendo che in democrazia ogni voto è utile. Certo che è utile, ma i cittadini elettori hanno il diritto di sapere a cosa può essere utile il loro voto: a eleggere un parlamentare che li rappresenti o a testimoniare una appartenenza a ideali di minoranza? A favorire la nascita di un Governo progressista o a ribadire la propria preferenza per un ruolo di opposizione ?

Ogni cittadino elettore deve mettere in fila una serie di ragioni anche in contrasto tra loro. Decidere l’ordine di priorità tra le varie ragioni spetta a lui e solo a lui:  nel caso della  Ripartizione geografica dove c’è un solo senatore da eleggere, un elettore di sinistra è giusto che sappia che il suo voto alla Sinistra Arcobaleno o al Partito Socialista produce come conseguenza …una più alta possibilità  di vittoria per il candidato del centro-destra.

A chi  sente questo ragionamento come “costrizione” o addirittura come “ricatto”, rispondo che la nostra personale libertà si esercita sempre in ogni ambito della nostra vita dentro regole, vincoli, rapporti di forza di cui dobbiamo tener conto.

No! Questo non contraddice il diritto dei partiti piccoli, nuovi o minori  di presentarsi alle elezioni: devono però convincere gli elettori che, anche senza possibilità di conquistare parlamentari, il loro ruolo di testimonianza è più importante e prioritario rispetto ad altre ragioni; oppure che c’è una utilità futura nello scommettere su di loro.”

 

Ultima domanda: la Legge 459 sul voto dei cittadini italiani all’estero ha dato fin qui buona prova di sé? La darà anche questa volta, oppure gli scricchiolii avvertiti in polemiche che ciclicamente ritornano preannunciano il tempo di un suo ripensamento? 

 

“Il tempo del suo ripensamento è già iniziato ed è collegato non al suo funzionamento, che giudico positivo, ma alla nuova stagione di grandi riforme istituzionali ormai indispensabili.

C’è poi una questione di fondo che vorrei sottolineare con forza: l’evoluzione del sistema politico italiano verso il bipartitismo, se confermata, non trova un coerente riscontro nell’impianto della Legge 459 del 2001.

Infatti la  legge del voto all’estero l’abbiamo pensata  privilegiando la logica di coalizione e, nello stesso tempo, prevedendo un meccanismo proporzionale di assegnazione dei seggi che potesse permettere  un sostanziale pareggio tra centro-destra e centro-sinistra nel numero di parlamentari eletti all’estero.

Quando abbiamo cominciato a pensare alla filosofia di questa legge più di dodici anni fa, la preoccupazione principale era consolidare il bipolarismo nel sistema politico italiano, favorire larghe coalizioni anche all’estero, scoraggiare la frammentazione e fare in modo che gli eletti nella Circoscrizione Estero non stravolgessero gli equilibri parlamentari risultanti dal voto espresso sul territorio nazionale.

Oggi in Italia le vecchie coalizioni sono andate in crisi ed è in campo addirittura il tentativo di passare dal bipolarismo al bipartitismo. Tentativo legittimo e coraggioso.

Ma mentre il “ Porcellum”, la pessima legge che regola il voto in Italia, è almeno in  parte compatibile nei suoi meccanismi di funzionamento con il bipartitismo, lo è molto meno la legge

sul voto all’estero. Anche per questo  il PD che si presenta da solo all’estero rischia molto di più

e avrebbe bisogno di una campagna di sostegno molto più intensa che lo metta in sintonia con i processi mondiali più innovativi. 

Insomma questa legge avrebbe meritato non solo più conoscenza, ma più comprensione da parte di tutti gli attori politici dell’ ex centro-sinistra, soprattutto della sua filosofia di fondo che è opera nostra più che del centro-destra.  Se subiremo un  contraccolpo amaro nei risultati elettorali del 2008, per favore, non date la colpa solo alla Legge!!!”

 

Intervista di Daniele Marconcini, editore del Portale “Lombardi nel Mondo”

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