Viaggio in Palestina: Qalqilya. La Valle del Giordano — Lombardi nel Mondo

Viaggio in Palestina: Qalqilya. La Valle del Giordano

Il muro che circonda Qalqilya rende la città un giardino segreto con un’unica entrata ed un un’unica uscita. Questa zona rappresenta un esempio lampante dello strangolamento sociale ed economico che subiscono quotidianamente alcune comunità locali

Omar è un ragazzo di ventisei anni che vive e lavora a Ramallah. E’ nato ad Habla, un villaggio della periferia sud di Qalqilya, dove tuttora abita la sua numerosa famiglia: gli anziani genitori, quattro fratelli e due sorelle con rispettive mogli e mariti e almeno due figli piccoli per coppia. Quasi ogni fine settimana, soprattutto durante il Ramadan, Omar prende la macchina e percorre un centinaio di chilometri per far visita alla famiglia.

Vivono nella grande casa che ha costruito il padre con le proprie mani. Una graziosa costruzione di tre piani con una scalinata all’esterno e un giardino rigoglioso di alberi di guava che dà sulla strada. La loro casa, come l’intero sobborgo di Habla e le 32 comunità nei dintorni di Qalqilya, sorge in Area C ed è circondata e divisa dalle proprie terre dal muro israeliano.

Qalqilya è una città completamente circondata dal muro. Barriera di sicurezza indispensabile all’esistenza stessa dello Stato di Israele, per alcuni. Muro dell’apartheid illegale secondo Diritto internazionale e risoluzioni dell’Onu, per altri. Semplicemente al-Jidar, “il muro” in arabo, per chi ci vive all’ombra. Soprattutto rifugiati. Più dell’80% dei abitanti della zona è registrata nelle liste dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati.

Nella cartina della Cisgiordania ridisegnata ad Oslo da Arafat e Shimon Peres -un arcipelago di isolotti cittadini, ristrette zone di crescita naturale e mare aperto sotto controllo israeliano- questa zona nordoccidentale rappresenta un esempio lampante dello strangolamento sociale ed economico che subiscono quotidianamente alcune comunità locali. Nelle mappe Qalqilya sembra un atollo. Terra emersa circolare di diverso colore in cerchi concentrici: il nucleo cittadino vero e proprio (Area A), una sottile cintura di spiaggette in bassa marea (Area B), un ampio anello di mare tutt’attorno (Area C). E il muro a limitarne confini e crescita.

Seguendo il caratteristico schema di sviluppo “a fiore” dei villaggi e delle città della Cisgiordania, Qalqilya ha da sempre rivestito il ruolo di villaggio-madre per le più piccole comunità sparse come petali tutt’attorno. Dal 2003 con la costruzione del muro, che in questa zona per raggiungere e collegare ad Israele le colonie si addentra nel territorio palestinese anche di 15 chilometri dalla Linea Verde (confine deciso dall’armistizio del 1949), molte comunità periurbane si sono trovate scollegate dalla città e dal mondo esterno.

Habla è una di queste enclave. Zona semi industriale e contadina, quasi un quartiere periferico, è separata da Qalqilya da due file parallele di recinzioni. Si tratta di barriere insormontabili che delimitano un corridoio di terra espropriata per costruire una by-pass road (ad uso esclusivo degli israeliani) che collega le colonie a Israele. “Dopo anni di proteste e manifestazioni della popolazione locale e degli attivisti internazionali, qui l’Amministrazione Civile israeliana è stata costretta a spostare un tratto di muro e costruire un tunnel che passa sotto le colonie e collega Habla e gli altri villaggi del sud di Qalqilya all’ospedale, all’università e ai vari servizi della città”. Omar descrive a parole quello che vede, mentre guida veloce verso casa. La strada sotterranea nasconde la testa sotto due alti cavalcavia di cemento.

Essendo la città palestinese geograficamente più vicina ad Israele (a parte Gerusalemme), a Qalqilya prima della Seconda Intifada (2000 – 2004) fiorivano 42 imprese miste, con capitali e forza lavoro israelo-palestinesi. Migliaia di persone ogni giorno attraversavano liberamente il confine per andare ad ingrassare le fila dei lavoratori edilizi e degli operai nei cantieri e nelle fabbriche israeliane. “Poi la porta ha cominciato a chiudersi sempre di più. Molte persone sono state costrette a reinventarsi contadini. Come mio padre”. Omar si mette a tavola vicino al padre e ai fratelli, nel giardino di casa. “Ha lavorato una vita come muratore in Israele e da qualche anno si è rimesso a coltivare le terre di famiglia”. E’ Ramadan e ogni giorno, al calar del sole, le famiglie musulmane si ritrovano per l’iftar, il pasto che segna la rottura del digiuno rituale.

Durante la Seconda Intifada la resistenza palestinese ha sfruttato a proprio favore la vicinanza geografica di Qalqilya facendone la base operativa di numerose operazioni militari e degli attentati suicidi nei luoghi pubblici di Tel Aviv. Da allora la porta verso Israele si è trasformata in un pertugio difficilissimo da attraversare. Stando ai dati della Federazione Generale dei Sindacati Palestinesi, da più di 50.000 lavoratori provenienti da tutta la Cisgiordania che giornalmente transitavano a Qalqilya per attraversare il confine israeliano, si è scesi oggi a circa 8000.

L’alto tasso di disoccupazione, che si aggira intorno al 75%, ha spinto molta gente ad abbandonare la regione e cercare fortuna altrove. Come Omar. “Per anni ho provato a richiedere il permesso per lavorare in Israele, come fa uno dei miei fratelli. Volevo rimanere a vivere qua. Ma per ottenerlo non devi aver preso parte a nessuna azione, anche non violenta, contro l’occupazione. All’università ho partecipato a delle manifestazioni contro il muro. Non sono un violento! Ma tanto è bastato per vedermi sempre rifiutare la richiesta di permesso di lavoro. Non avevo scelta. Me ne sono dovuto andare”. Come lui sono emigrati anche due dei suoi fratelli. Uno in America, l’altro in Italia. Un altro invece è diventato shaykh di una moschea di Habla.

In linea d’aria Tel Aviv dista solo una decina di chilometri. Si vedono i grattaceli e, in giornate limpide, anche il luccichio del Mar Mediterraneo. Per l’umidità il clima d’estate è torrido, ma regala alla città qualche albero ed arbusto in più rispetto al resto della Cisgiordania. Non a caso Qalqilya viene chiamata dai palestinesi “medina al-khadra”, la città verde. Una specie di giardino segreto con un’unica entrata ed un’unica uscita, fino all’anno scorso un checkpoint dell’esercito israeliano. Poi un accordo di cooperazione poliziesca fra Israele e Autorità Palestinese nell’estate 2009: in cambio della cattura e uccisione di cinque ricercati di Hamas rifugiati in città è stato rimosso il grande cancello giallo che, limitando l’accesso alla città a piacimento dei soldati di turno, soffocava l’economia e la vita dei residenti.

“E’ il prezzo della libertà condizionata che viviamo oggi”. Su’ad è una signora distinta, che vive a Qalqilya da sempre. Attivista per i diritti delle comunità della zona, è un’esponente di Mubadara (“Iniziativa”), partito nato nel 2002 che si presenta equidistante da Hamas e Fatah e, a suo dire, unico vero fautore della democrazia in Palestina. “Nelle elezioni del 2005 Hamas ha preso più del 70% nel distretto di Qalqilya. Unica città in tutta la Cisgiordania con sindaco e amministrazione di Hamas! Poi l’estate scorsa è cambiato tutto. Sono arrivate in massa le forze dell’Autorità Palestinese. Hanno arrestato e ucciso i cinque ricercati e hanno deposto il sindaco e l’amministrazione, dicendo che erano dei sovversivi, un pericolo per l’ordine nazionale”. Su’ad scuote la testa. I capelli neri le coprono il viso. “Ricordo bene quei giorni. Hanno messo a ferro e fuoco la città. Erano peggio degli israeliani. Sembrava che fosse tornata la guerra”.

La gente di Qalqilya ha capito con questo episodio che la democrazia in Palestina non paga. Il grande cancello giallo che faceva da rubinetto della città è stato aperto e la circolazione umana e di beni ha ripreso il suo flusso. Fatah ha riottenuto il potere sul governatorato ribelle. Anche se il malcontento serpeggia ancora fra la gente, la città rimane concentrata sul suo problema maggiore. Visibile da ogni casa del centro il muro cinge tutto il lato occidentale della città. E’ costituito da blocchi di cemento alti otto metri, con telecamere, filo spinato e torrette di controllo ad intervalli regolari. Pezzi di un domino grigio, che si stagliano imponenti, a poca distanza dai palazzi e dalle strade.

Ad una cinquantina di metri dalla barriera sono dislocati i cubi di cemento bianco con croci gialle o verdi che contrassegnano l’Area C. “Prima qui sorgevano case, negozi, antichi ulivi e campi coltivati. Erano i sobborghi della città. Per costruire il muro le autorità israeliane hanno imposto una settimana di coprifuoco e hanno demolito tutto facendone terra di nessuno”. Su’ad mi mostra i graffiti di alcuni writer messicani. Disegni artistici di difficile comprensione e qualche schizzo di verde-nero-bianco-rosso, i colori della Palestina. “L’Area C nel governatorato di Qalqilya è una giungla. Ogni zona ha leggi e regole diverse. Non si riesce neanche a definire la sua esatta estensione. In alcune zone è indicata. Altrove una strada o semplicemente un campo ne segnano i confini. Nessuno lo sa con precisione”.

Seguendo il perimetro del muro verso sud poco lontano si scorge un cancelletto giallo. In questo tratto la barriera diventa una recinzione alta circa tre metri con sensori, matasse di filo spinato e telecamere. Diverso impatto visivo, ma stessa funzione dissuasiva. La vista, occlusa fino a questo momento dal cemento, si apre su campi verdeggianti. Frutteti di proprietà di contadini palestinesi, che per raggiungerli devono aspettare che il cancello apra ed esibire ai soldati di guardia i permessi di transito. Secondo i dati forniti da Machsom Watch, un’associazione pacifista di donne israeliane contro l’occupazione che dal 2001 si occupa di monitorare i checkpoint, questi cancelletti gialli sparsi lungo la barriera, così come il cancello per il transito dei lavoratori palestinesi diretti in Israele a nord di Qalqilya, aprono tre volte al giorno per un’ora alla volta.

Su’ad si avvicina alla recinzione. Il suo pensiero si perde fra le foglie del campo paterno. “Quella laggiù è la terra della mia famiglia. Mio padre ha voluto a tutti costi visitarla prima di morire. E ora sta morendo anche il campo. Nessuno dei suoi figli può accedervi. In famiglia siamo tutti attivisti e per ottenere il permesso bisogna essere a posto con la legge israeliana”. Rimane qualche secondo in silenzio, a fissare il vuoto e annusare l’aria.

Al di là della recinzione, oltre una stradina sterrata per i pattugliamenti dei mezzi militari, su una collina si stagliano le prime case di una colonia. Nella zona di Qalqilya le colonie somigliano a cittadine svizzere. Viali alberati, casette ordinate tutte uguali, famiglie che passeggiano. Per la maggior parte sono grandi insediamenti nati negli anni ’80. Qui il rapporto con i palestinesi non è conflittuale come in altre zone della Cisgiordania. Anzi. Prima della Seconda Intifada fra le due comunità fiorivano scambi di merci e lavoratori.

Dalla strada 55, che da Nablus serve l’intera zona di Qalqilya tagliando da est a ovest la valle di Qana prima di entrare in Israele, a sinistra si scorgono numerose colonie protette da recinti. Qedumim, Immanuel, Karnei Shomron, Ginot Shomron, Ma’ale Shomron, Alfei Menashe. Alcuni tra i più estesi e popolosi insediamenti israeliani in Cisgiordania. Sul fianco destro della carreggiata, invece, nessuna barriera. Sparpagliati villaggi palestinesi spezzano la monotonia del paesaggio. Jinsafut, Kafr Laqif, ‘Azzun, ‘Izbat at-Tabib, An-Nabi Elyas.

Alcune di queste comunità sorgono proprio a ridosso della strada, cercando di trarre vantaggio dall’ampio passaggio di palestinesi e coloni israeliani che usano regolarmente la strada 55, una delle principali arterie della zona. Spuntano come funghi colorate insegne di meccanici e gommisti in ebraico, fruttivendoli ambulanti, bancarelle di pentole, pezzi di ricambio e cianfrusaglie varie. Negozi di mobili pubblicizzano, sempre in ebraico, le proprie offerte speciali. Gli israeliani si fermano volentieri, sulla strada di casa, a comprare dai palestinesi, soprattutto per via dei prezzi più vantaggiosi di quelli delle colonie. “Anche se”, ridacchia un vecchio fruttivendolo sdentato, “ai coloni facciamo sempre un prezzo un po’ più alto rispetto ai palestinesi!”.

Andrea de Georgio

http://temi.repubblica.it/limes/viaggio-in-palestina-qalqilya/14352

 

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