Medioriente. La persecuzione dei cristiani in Iraq — Lombardi nel Mondo

Medioriente. La persecuzione dei cristiani in Iraq

La condizione dei cristiani del Medioriente è molto diversa da paese a paese. Purtroppo, il termine persecuzione è divenuto obbligato per descrivere quella dei cristiani d’Iraq. Ma è un grave errore pensare che tutto il Medioriente sia come l’Iraq. La maggioranza dei musulmani istruiti riconosce il contributo delle comunità cristiane nelle loro società

La condizione dei cristiani del Medioriente è molto diversa da paese a paese. Purtroppo, il termine persecuzione è divenuto obbligato per descrivere quella dei cristiani d’Iraq. Ma è un grave errore pensare, o peggio diffondere l’idea, che tutto il Medioriente sia come l’Iraq. Specialmente in Siria, ma anche in Giordania e in Libano, la convivenza fra cristiani e musulmani si è mantenuta buona nonostante le difficoltà politiche dell’ultimo decennio. La maggioranza dei musulmani istruiti riconosce il contributo delle comunità cristiane nelle loro società e il ruolo storico-culturale che rivestono.

 

Paura del diverso

 

Quanto avvenuto dal 2004 ad oggi ai cristiani in Iraq rappresenta un caso limite, ma il timore che le persecuzioni si potessero diffondere anche ad altre regioni del Medioriente è stato forte. In particolare, la strage di 58 cristiani avvenuta il 31 ottobre 2010 nella Chiesa dei Siri Cattolici di ns. Signora della Salvezza a Baghdad, non rappresenta soltanto un picco di orrore criminale, ma una vera e propria sfida alla comunità internazionale e ai media, che non hanno prestato la dovuta attenzione a una minoranza sconvolta da violenze gravissime e prolungate.

L’eccidio è avvenuto durante la lunga fase di stallo nel processo di formazione del nuovo governo iracheno, in concomitanza con la dichiarazione di condanna a morte dell’ex vice primo ministro dell’Iraq sotto Saddam Hussein, il cattolico caldeo Tareq Aziz, subito dopo la fine del Sinodo dei Vescovi del Medioriente tenutosi a Roma.

Può essere difficile per un occidentale comprendere la mentalità musulmana e il delicato equilibrio dei rapporti millenari fra musulmani e cristiani in queste aree. I cristiani sono consapevoli che il mondo islamico li associa all’Occidente, presupponendo che questo sia ancora tutto cristiano. I costumi occidentali dei cristiani vengono strumentalizzati dai fondamentalisti che in questo decennio hanno imperversato e influenzato le masse musulmane, facendo riemergere tabù, divieti, intolleranza. I cristiani sono sotto accusa per il modo di vestire, le abitudini alimentari, i rapporti matrimoniali monogamici, la non violenza. Su tutto incombe il pregiudizio religioso per la loro non appartenenza alla umma, la comunità islamica. Prevalgono l’ostracismo e la violenza contro il diverso. Va sottolineato che il cristiano mediorientale è, in termini generali, un cittadino estremamente attento al rispetto delle regole locali. Una vera e propria sindrome della perfezione come antico strumento di difesa caratterizza le comunità cristiane della regione.

I rinnovati pregiudizi a livello culturale, religioso, sociale, nei confronti dei cristiani sono sintomo della difficoltà del mondo islamico a misurarsi con la modernità, vissuta come una minaccia perché mette in pericolo la tradizione. Il mondo islamico ha paura di questa modernità e la rigetta come se fosse un aspetto della cultura cristiana contrario alla religione musulmana. Questo rigetto della modernità è uno dei sintomi più evidenti della crisi che attraversa una parte del mondo e della cultura islamici, che per altri aspetti si riflette anche nell’approccio verso l’economia o la giustizia civile. Ma è chiaro che il mondo islamico non può rimanere fuori del mondo globale e della relatà dei mercati internazionali. E non può non fare i conti con temi, come i diritti umani , in particolare, quelli delle donne.

 

Crisi dei cristiani

 

D’altro canto, anche i cristiani sono in crisi. Da quando, molti secoli fa, la religione islamica è divenuta dominante nella regione, i cristiani sono stati relegati alla condizione di dhimmi, ovvero di cittadini di secondo ordine, da cui hanno sempre cercato di riscattarsi attraverso l’istruzione, il lavoro, le capacità spirituali e morali. Il loro isolamento e la necessità di dover continuamente cercare nuovi equilibri per farsi rispettare,devono inoltre aver sedimentato forme di alienazione e sfiducia. Organizzati in piccole comunità, i cristiani sono pochi e spesso in una condizione di assedio fisico e psicologico. In un tale contesto, continuano a testimoniare la loro fede con un coraggio impressionante.

Come sottolineato, la difficilissima condizione dei cristiani iracheni non deve essere automaticamente assimililata a quella di tutti i cristiani dell’area. Ma la storia si ripete, se è vero che le persecuzioni dei cristiani in Mesopotamia si acutizzavano durante le guerre e i conflitti causati dalla contrapposizione fra Oriente e Occidente. Tra le vicissitudini di queste popolazioni si annovera l’annientamento dei cristiani Assiri e Siri, parallelo al genocidio degli Armeni, all’inizio del XX sec., di cui rimane un’immagine straniante a Turabdin in Turchia.

Durante il regime di Saddam Hussein, i cristiani hanno vissuto in Iraq in una condizione di relativa tranquillità, fondamentalmente perché non alteravano l’equilibrio politico-sociale. Fra l’altro, la servitù e le guardie del corpo del dittatore iracheno erano in parte composte da cristiani, considerati estremamente affidabili. Nella storia della giovane nazione irachena i cristiani hanno ricoperto incarichi pubblici o professionali di rilievo.

Tutto questo è cambiato nel giro di pochi anni. Gli attentati, i rapimenti, gli omicidi, si sono intensificati dal 2004 in poi. Epurazioni sul lavoro, ricatti e minacce per impossessarsi delle loro case e dei loro beni, assassini e violenze contro individui, famiglie, villaggi, sono diventati ordinari e non sono stati perseguiti. La fuga di metà della popolazione cristiana irachena nel giro di pochi anni ha impoverito economicamente e socialmente le comunità. Quelli rimasti, tra le quattrocento e le cinquecentomila persone, vivono in una condizione di estremo pericolo, emarginazione e mancanza di diritti.

Il recente eccidio nella chiesa Siro Cattolica di Baghdad ha suscitato l’orrore del mondo. Ci sono voluti 58 martiri perché il mondo si interessasse a questa gente. Come mai? Forse esiste un pregiudizio anti-cristiano anche in Occidente. Oppure l’indifferenza generale di questi anni è dovuta al fatto che si tratta di cristiani Arabi. Oppure le cause della persecuzione sono semplicemente considerate insormontabili. Né si può escludere che ci sia un piano per cacciare i cristiani dal Medioriente.

Subito dopo la strage di Baghdad, un gruppo legato ad Al Qaeda ha indicato i cristiani come bersagli legittimi. Da agosto di quest’anno si segnala un rinnovato flusso di combattenti estremisti stranieri in entrata in Iraq. La tragica situazione del paese difficilmente potrà cambiare con un governo che è stato affidato nuovamente ad Al Maliki, che sembra poter contare sull’appoggio del leader radicale sciita Moqtada al Sadr e dopo il plateale, anche se temporaneo, abbandono del parlamento da parte di Ayad Allawi, vincitore delle elezioni. Sul futuro di tutti gli iracheni gravano incognite pesanti che suscitano forti preoccupazioni.

Oggi, cristiani e musulmani in diversi paesi si confrontano con problemi comuni: le guerre, il terrorismo, l’emigrazione dei giovani, la crisi economica globale. E non c’è altra strada che cercare di costruire il futuro insieme in Iraq come nel resto della regione, in Oriente come in Occidente.

 

Elisabetta Valgiusti

 

Elisabetta Valgiusti è produttrice e regista. Fondatrice dell’Associazione Salvaimonasteri (www.savethemonasteries.org), ha realizzato numerosi documentari nelle comunità cristiane in Iraq, Medio Oriente, Pakistan, India, Kosovo.

 

http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=1625

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