Pulizia etnica in Cisgiordania: l’Europa smetta di parlare e agisca per fermare Israele. Di Paolo Bergamaschi
La costruzione dell’insediamento E1 spacca in due la Cisgiordania rendendo impossibile ciò che era di fatto già impraticabile: ovvero la costituzione di uno stato palestinese. L’Ue ha gli strumenti per fermare almeno la pulizia etnica in corso: dalla sospensione dell’accordo di associazione con Israele all’interruzione dei programmi di cooperazione scientifica; dal divieto all’export di armi al blocco dell’importazione dei prodotti delle colonie. Non usarli è solo una questione di volontà
di Paolo Bergamaschi
La pubblicazione da parte del governo israeliano, la scorsa settimana, dei bandi per la costruzione dell’insediamento E1 con 1.200 nuove unità abitative in Cisgiordania non fa che confermare ciò che è stranoto da tempo ma che la comunità internazionale colpevolmente e cinicamente continua a fingere di non vedere.
Parole di condanna come quelle del comunicato congiunto di Francia, Germania, Italia e Regno Unito prima e dell’Ue poi contano un fico secco se non sono seguite da fatti e provvedimenti concreti. Cartina alla mano il nuovo insediamento spezza in due la Cisgiordania, territorio occupato secondo il diritto internazionale, rendendo impossibile ciò che era di fatto già impraticabile ovvero la costituzione di uno stato palestinese. Rappresenta una pietra tombale sulla soluzione dei due stati sbandierata ripetutamente a vuoto da Nazioni Unite, Lega Araba, Unione europea e persino Stati Uniti.
Sperare che sia il nuovo governo israeliano che uscirà dalle elezioni del prossimo 27 ottobre a cancellare la decisione di quello attuale è un’imperdonabile e irresponsabile illusione. Fino a qualche anno fa c’era ancora una buona fetta dell’opinione pubblica dello stato ebraico che credeva al principio “terra in cambio di pace” che avrebbe dovuto condurre alla creazione di uno stato palestinese; oggi ogni ipotesi di stato palestinese viene vista come una minaccia esistenziale dalla stragrande maggioranza della popolazione israeliana. Per esperienza diretta mi corre l’obbligo di ricordare gli incontri che si svolgevano più di vent’anni fa a Gerusalemme ogniqualvolta una delegazione del Parlamento Europeo vi si recava in visita. Fra i tanti interlocutori venivano invitati anche i rappresentanti delle organizzazioni dei coloni che tra lo sconcerto e l’ironia degli europei mostravano la cartina dello stato di Israele allargato ai territori occupati rivendicando su questi un diritto “biblico”. “Dio ce l’ha promessa, guai a chi ce la tocca!” ripetevano come un mantra riferendosi a quella terra che gli israeliani chiamano Giudea e Samaria. Sembravano degli squinternati fuori dal tempo, degli esaltati che rifiutavano di riconoscere la realtà della storia. Ora non più; quelle posizioni ultra-minoritarie sono divenute “mainstream”, come si dice in gergo, ovvero l’opinione prevalente nella società israeliana.
Chi, come il sottoscritto, cercava comunque di dialogare con loro ribattendo che su quella terra vive da secoli un altro popolo veniva subito redarguito affermando che non esiste un popolo palestinese perché i palestinesi hanno già il loro stato che è la Giordania. Compito dell’analisi geopolitica è fornire a chi governa gli elementi per capire e prefigurare gli scenari possibili di una crisi per predisporne le contromisure. Vent’anni fa il disegno dei coloni era lo stesso di oggi ma allora veniva liquidato come fantapolitica mentre adesso la “mentalità colonica” ha contagiato tutta la politica israeliana.
I drammatici fatti di Qusra di questi giorni, dove due famiglie palestinesi si trovano assediate nelle loro abitazioni dai “ragazzi delle colline”, appellativo usato con simpatia da membri del governo di Tel Aviv per i gruppi di giovani coloni violenti, testimoniano che ormai si è arrivati alla seconda e conclusiva fase di quel disegno cioè l’espulsione dei palestinesi dalle loro proprietà e dai luoghi in cui vivono. Qusra non è un caso isolato; come denuncia anche Amnesty International gli attacchi violenti dei coloni alla popolazione palestinese, tollerati e a volte incoraggiati dallo stesso esercito israeliano, sono ormai un fatto quotidiano con gli avamposti illegali che proliferano in tutta la Cisgiordania, Area B inclusa. Il principio “terra in cambio di pace” è stato sostituito da “terra e basta“, dove “basta” significa “pulizia etnica“.
La domanda che i governi europei devono porsi con urgenza è se credono davvero che si possa arrivare ancora a uno stato palestinese sostenibile attraverso negoziati o, nel caso quasi scontato che Israele resista, la comunità internazionale sia in grado di imporlo con la forza. Io non ci credo. Ritengo, però, sia ancora possibile fermare almeno la pulizia etnica in corso ed è su questo che la diplomazia europea deve concentrarsi con immediata e risoluta determinazione. Gli strumenti esistono (sospensione dell’accordo di associazione con Israele, interruzione dei programmi di cooperazione scientifica, divieto all’export di armi, blocco dell’importazione dei prodotti delle colonie, sanzioni individuali); è solo una questione di volontà. Non ripetiamo l’errore di sottovalutazione di inizio secolo. Sulle colline della Cisgiordania rischia di infrangersi anche il sogno europeo.



