Emigrazione: Note storiche per non dimenticare, 1. — Lombardi nel Mondo

Emigrazione: Note storiche per non dimenticare, 1.

L’emigrazione italiana non è stata una realtà né isolata, né remota nel tempo. Anche i ricchi paesi del Nord e del Centro Europa hanno conosciuto un grande esodo. Nel periodo 1845-1915 i flussi diretti oltreoceano erano composti per il 40% da britannici, il 16% da italiani (allora in buona parte originari del Nord)

Quanti sono gli italiani all’estero?

L’emigrazione italiana non è stata una realtà né isolata, né remota nel tempo. Anche i ricchi paesi del Nord e del Centro Europa hanno conosciuto un grande esodo.

 

 

 

Nel periodo 1845-1915 i flussi diretti oltreoceano erano composti per il 40% da britannici, il 16% da italiani (allora in buona parte originari del Nord), il 13% da tedeschi e, in misura minore, da persone di altri paesi, quali l’Austria-Ungheria, la Spagna, la Russia e i paesi scandinavi. Tra il 1900 e il 1920 furono circa 20 milioni gli europei che partirono alla volta del continente americano e anche di più furono i migranti europei del secolo precedente, al finire del quale l’Italia andò assumendo un protagonismo sempre maggiore.

Questi flussi sono continuati anche nella seconda metà del secolo scorso e hanno rappresentato un fattore di primaria importanza per l’evoluzione del nostro paese. Nel ventennio 1950-1970 l’Europa diventa lo sbocco principale e assorbe quasi il 70% degli espatri.

 

Negli anni ’60, tra i flussi in uscita (in media 264.000 l’anno) e quelli di ritorno, si arriva al coinvolgimento annuo di circa mezzo milione di persone. Il 1961 è l’anno del maggior numero di espatri (387.000), mentre nel 1962 si tocca l’apice per quanto riguarda i rimpatri (229.000). In

quegli anni, come nel decennio precedente, sono intense anche le migrazioni interne, che portano i cittadini del Meridione e del Nord-Est a spostarsi verso le regioni del Nord-Ovest per sostenerne lo sviluppo. Al censimento del 1961, circa 6 milioni di persone (ovvero 1 italiano su 10) risiedono in una regione diversa da quella di origine.

 

Nel decennio successivo (1961-1970) gli italiani inviano in Italia dall’estero ben 8 miliardi di dollari, di cui il 55% al Meridione: la Sicilia, nel 1970, si colloca al primo posto con una quota del 16%. Ma anche in precedenza l’impatto delle rimesse è notevole e nel 1924, queste somme

arrivano a costituire il 30% delle entrate della bilancia commerciale. Questo fiume di denaro è servito per finanziare l’acquisto delle materie prime e assicurare una disponibilità di credito agli Enti locali, come anche a migliorare la vita nel Meridione, affrancare le famiglie degli emigrati dai debiti contratti con gli usurai, coinvolgere le donne rimaste a casa nella gestione dei conti correnti, mentre non è stato funzionale al pieno decollo del Meridione, anche a causa del frazionamento dei terreni in piccole proprietà, di una coltivazione scarsamente innovativa e delle ridotte dimensioni del commercio.

 

 Infine, cambiati i tempi, nel 1998 le rimesse degli stranieri in Italia (292.153 euro) hanno superato quelle degli emigrati (276.312 euro). Nel periodo tra il 1970 e il 1999 l’Italia, comunque, ha ricevuto 28,5 miliardi di dollari dai suoi emigrati, mentre oggi i flussi sono di 233.000 euro in entrata e di 2.093 milioni di euro in uscita.

Il 1975 è l’anno simbolo dell’“inversione di tendenza”, con i rimpatri che superano complessivamente gli espatri di oltre 30.000 unità (123.000 i primi, 93.000 i secondi). Negli anni ’80 la media delle partenze è pari a 80.000 unità e altrettanti sono, in media, i ritorni; negli anni

’90 si registra un ulteriore calo, con una media annuale che scende a circa 50.000 unità per le partenze e a circa 42.000 per i ritorni. Nel 2001 e nel 2002 le partenze sono, rispettivamente, quasi 47.000 e 34.000, i rientri 35.000 e 44.000, e anche attualmente non ci si discosta da questi

numeri.

Tra chi rientra vi sono anche i “vecchi” emigrati giunti all’età della pensione, che preferiscono vivere in Italia, o fanno la spola con il paese d’emigrazione dove vivono figli e nipoti. Tra chi emigra vi è il personale al seguito delle aziende (la cosiddetta emigrazione tecnologica), diretto principalmente verso i continenti africano e asiatico. Intanto si ingrossano i

flussi degli stranieri che arrivano in Italia e si aggiungono a quelli già insediatisi,

tendenzialmente al ritmo di 300.000 unità l’anno, tanti quanti erano gli italiani diretti all’estero negli anni più intensi del Dopoguerra.

 

Molti sono gli italiani che si trasferiscono all’estero senza effettuare la cancellazione anagrafica, perché intenzionati a spostarsi inizialmente per brevi periodi, mancando la certezza di poter trovare al di fuori dei confini nazionali, migliori possibilità di inserimento. Si stima, ad esempio, che 23.000 giovani italiani si rechino annualmente in Germania in cerca di lavoro, perlopiù senza cancellarsi subito dal comune di residenza. Numerosi sono anche i lavoratori e i tecnici, solitamente tra i 30 e i 40 anni, che restano all’estero solo il tempo necessario per finire i

lavori presi in appalto dalla propria azienda o per ultimare la missione presso le strutture produttive delocalizzate, specialmente nell’Est Europa, con incarichi solitamente inferiori ai 6 mesi.

Per un curioso ritorno della storia e seppure con numeri più contenuti, il Nord, come all’inizio della nostra emigrazione, è nuovamente il principale protagonista dei flussi da e per l’estero, specialmente per l’alto coinvolgimento delle regioni del Nord-Est (32,9% delle partenze

e 44,8% dei rientri), mentre a livello regionale è la Lombardia a guidare la classifica relativa al volume dei rientri (13,8%), mentre la Sicilia prevale per le partenze (17%).

Anche le migrazioni interne, pur essendosi ridotte, non si sono estinte. Un’indagine condotta su 50.000 laureati del Meridione ha evidenziato che di questi, a tre anni dal conseguimento del titolo, 20.000 sono disoccupati. Dei 30.000 occupati, un terzo lo è al Nord.

 

Vi è poi lo spostamento temporaneo degli studenti universitari, una migrazione sui generis e dal rilevante impatto culturale. Il programma Socrates-Erasmus, dal 1987 al 2000, ha visto spostarsi 750.000 studenti universitari europei per trascorrere un periodo di studio all’estero.

Nell’anno accademico 2004-2005 dall’Italia sono partiti 16.000 studenti innanzitutto dall’Università di Bologna (1.253) e poi dalla Sapienza di Roma (937) e da Firenze (690); le loro principali destinazioni sono state Spagna (6.000), Francia (2.600) e Germania (1.700).

 

L’attuale presenza italiana nel mondo

Sono 3.106.251 i cittadini italiani residenti all’estero secondo i dati dell’Anagrafe degli Italiani residenti all’estero (AIRE), aggiornati al 9 maggio 2006. La ripulitura degli archivi ha portato in un anno alla cancellazione di circa 450.000 iscritti, ma, tenuto conto anche delle risultanze degli Schedari Consolari, il numero effettivo dei cittadini italiani nel mondo è più realisticamente vicino ai circa 3,5 milioni, per cui i numeri qui riportati dovrebbero essere maggiorati del 13%.

L’Europa si conferma come il continente di maggiore insediamento con quasi 2 milioni di persone (1.864.579) e circa il 60% delle presenze totali, di cui il 43,9% nell’Unione Europea a 15.

A seguire l’America con 1.069.282 residenti (34,4%), di cui il 24,3% nell’America centromeridionale, e l’Oceania con 110.305 presenze (3,6%); sono invece molto distanziate l’Africa

(41.040 presenze, 1,3%) e l’Asia (21.045 presenze, 0,7%).

 

I primi 20 paesi di insediamento sono sparsi in ben 4 continenti: Europa, America (settentrionale e centro-meridionale), Oceania e Africa. Per quanto concerne il continente asiatico il primo paese di destinazione, Israele, si ritrova in 27a posizione, con 5.815 residenti di cittadinanza italiana, seguito da Cina, Giappone e Thailandia.

Guidano la classifica le due nazioni europee maggiormente coinvolte nei flussi dal Dopoguerra: la Germania, con 533.237 presenze (1 ogni 6 italiani all’estero risiede in quel paese, senza che peraltro sia stato assicurato un insediamento del tutto soddisfacente) e la Svizzera, con 459.479 residenti e 68.000 frontalieri.

 

L’Argentina, con 404.330 presenze, è il paese extraeuropeo che ospita il maggior numero di cittadini italiani e anche quello in cui l’incidenza degli italiani è più alta: si stima che la

popolazione locale sia per il 50% di origine italiana. Lo ricordano attualmente 31 deputati e 8 senatori e, nel passato, 10 presidenti della Repubblica, quasi un simbolo dell’acquisita convinzione che l’italianità costituisca un elemento caratterizzante il tessuto socio-culturale del paese.

 

Una considerazione in parte analoga può valere anche per il Brasile, secondo tra i paesi latinoamericani quanto al volume della presenza italiana (148.746 residenti), composta in misura rilevante da persone di origine trentina e veneta, tanto che in diversi centri le rispettive varianti dialettali rappresentano la lingua veicolare più diffusa.

 

Il Brasile è preceduto da Francia (325.364) e Belgio (215.580) ed è quasi alla pari con la Gran Bretagna (145.241 presenze, 4,7%). In questi e altri paesi dell’Unione Europea, grazie alla normativa sulla libera circolazione e all’affermarsi del concetto di cittadinanza comunitaria, gli italiani hanno conosciuto nel tempo un inserimento meglio tutelato che ha ridimensionato l’equazione “essere straniero uguale essere estraneo”.

 

La seconda collettività extraeuropea per numero di cittadini italiani, dopo quella argentina, si trova negli Stati Uniti (187.621, 6%). Meno numerosa quella, pur consistente, residente in Canada (125.554, 4%), che presenta la più alta incidenza di ultrasessantacinquenni (36,4%) e, a differenza degli USA, è rafforzata da poche centinaia di ingressi l’anno.

In Australia (108.472 persone), la collettività italiana è la più numerosa tra quelle d’origine straniera di lingua non inglese, mentre i nuovi arrivi, ridotti sul piano quantitativo, hanno per giunta uno spiccato carattere temporaneo.

 

Al di sotto delle 100 mila presenze troviamo quindi il Venezuela (73.128), la Spagna (56.137) e l’Uruguay (49.612), seguiti nell’ordine da Cile (27.602), Paesi Bassi (26.102), Sudafrica (primo tra i paesi africani, con 23.497 presenze), Lussemburgo (20.401) e Austria (13.004).

 

A partire dal Perù è poi possibile individuare un ulteriore gruppo nella graduatoria dei principali paesi di insediamento che raccoglie tutti quegli Stati in cui risiede un numero di cittadini italiani inferiore alle 10 mila unità, tra i quali Grecia, Colombia, Ecuador, Messico, Israele, Croazia, Svezia, Monaco, Irlanda, Danimarca, Paraguay e Repubblica Dominicana.

 

Chi sono, da dove vengono,

come vivono gli italiani all’estero

È difficile tracciare una sorta di identikit dell’italiano all’estero, perché le diversità sono notevoli da paese a paese e all’interno di ciascuno di essi.

Il livello di istruzione è, in media, più basso rispetto ai cittadini rimasti in Italia, anche perché l’istruzione universitaria “di massa” nel nostro paese è un fenomeno relativamente recente. Un terzo degli emigrati in Australia ha solo la licenza elementare, mentre in Argentina e specialmente in Brasile il livello è molto più elevato (rispettivamente, il 36,7% e il 44% tra laureati e diplomati), soprattutto tra gli originari delle regioni del Nord.

Gli emigrati italiani non si caratterizzano per la giovane età. A volte gli ultrasessantacinquenni sono un quarto della collettività, come in Francia, o anche un terzo, come in Argentina e in Canada. In Australia (22,4%), poi, gli anziani prevalgono di gran lunga

sugli occupati.

 

Il fatto che il 50% degli iscritti all’AIRE si è registrato da meno di 5 anni è solo un apparente paradosso e si spiega per l’elevato numero di figli di italiani nati all’estero e registrati come tali (28% del totale degli iscritti all’AIRE) e, in misura inferiore, per quelli che si sono iscritti a seguito di acquisizione di cittadinanza (2,6%). In alcuni paesi hanno influito in modo significativo anche i nuovi arrivi: il 27% degli italiani residenti in Gran Bretagna risulta iscritto all’AIRE da meno di 5 anni e ciò è da ricondurre al considerevole spostamento di giovani e di professionisti che si recano in quel paese attratti dalle più soddisfacenti opportunità formative e occupazionali offerte.

 

Il Sud è stato, dalla ripresa dei flussi dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’area maggiormente coinvolta nel movimento migratorio, come viene confermato dal fatto che il 58,5% degli iscritti all’AIRE sia di origine meridionale. La prima regione per numero di emigrati

è la Sicilia (555.000). Non bisogna però dimenticare che i lombardi fuori dai confini nazionali sono 250.000 e che, secondo stime, è di origine lombarda un terzo degli imprenditori italiani all’estero.

 

Le uniche province che hanno più di 100.000 emigrati sono Agrigento e Cosenza, che precedono Bari e Palermo (ciascuna con 90.000) e, quindi, Milano e Treviso (con circa 70.000).

Tra i comuni Milano (38.000) supera Roma (33.000), che però precede Torino (29.000), Napoli (28.000) e Genova (22.000). I numeri non sono molto elevati ma comunque significativi. Se poi si

scende al livello di piccoli comuni, non mancano casi eclatanti. Se sul piano nazionale ogni 100 italiani rimasti in patria ve ne sono 5 all’estero, nel piccolo comune di Briga Alta (Cuneo) gli emigrati (55) uguagliano i residenti e ad Acquaviva Platani (Agrigento) gli emigrati (2.335) sono più del doppio dei residenti (1.102). In termini assoluti, il comune non capoluogo che conta il maggior numero di emigrati è Palma di Montechiaro, in provincia di Agrigento (8.786 persone).

 

È senz’altro fondato parlare di una collettività italiana allargata di 60 milioni e più di persone. Come si rileva da alcune precisazioni acquisite localmente, le persone di origine italiana sarebbero:

• 800.000 in Australia a fronte di 108.472 cittadini iscritti all’AIRE

• 1,3 milioni in Uruguay a fronte di 49.612 cittadini iscritti all’AIRE

• 15 milioni in Argentina a fronte di 404.330 cittadini iscritti all’AIRE

• 31 milioni in Brasile a fronte di 148.746 cittadini iscritti all’AIRE e, in particolare, a San Paolo la metà dei circa 15 milioni di abitanti avrebbe sangue italiano nelle vene

• 15,7 milioni negli Stati Uniti (187.621 cittadini residenti secondo l’AIRE), ma questa non è più una stima, bensì la risultanza del censimento del 2000.

 

Fonte: www.italiaestera.net

 

Inviato da Antonella De Bonis

Portale dei Lombardi nel Mondo

Document Actions

Share |


Condividi

Lascia un commento