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Salgari Emilio: il compañero della nostra adolescenza (1) — Lombardi nel Mondo

Salgari Emilio: il compañero della nostra adolescenza (1)

Nel 2012 il 150° anniversario della sua nascita, nel 2011 il centenario della sua tragica morte. Due anniversari «ravvicinati» per ricordare il grande scrittore di «fiction», tra gli autori italiani più conosciuti all’estero
Salgari Emilio: il compañero della nostra adolescenza (1)

Emilio Salgari

Avrò avuto nove anni quando mi capitò di stringere tra le mani il primo libro di Emilio Salgari, avuto in prestito dalla bibliotechina delle scuole elementari. Successe in uno di quei lunghi inverni della mia infanzia. Senza televisione e senza radio. Un film di tanto in tanto nella sala parrocchiale. E neve e ghiaccio che ti costringevano a stare in cucina dove mia madre lavava, cuciva, impastava il pane e preparava il desinare. E mio padre, muratore costretto alla disoccupazione dal freddo inverno, leggeva e rileggeva un vecchio giornale, fumando una nazionale senza filtro. Dopo quel primo titolo ne seguirono altri. A decine. Li cercavo dappertutto. Tra gli amici e i loro genitori, per esempio. Da loro scopersi che esistevano anche degli album a fumetti e ne feci incetta, nonostante mia madre fosse contraria a quelle letture (non molto edificanti, signora, e che «montano la testa ai giovani», come predicava il parroco che preferiva vederci con libretti preferibilmente scritti da monsignor Ugo Mioni, spesso «male stampati» e dove «i refusi e gli errori formicolano» come annotò Antonio Gramsci). A Salgari seguiranno i racconti, quasi sempre a puntate, di Mino Milani, altro autore che, settimana dopo settimana, grazie al Corriere dei Piccoli, mi aiutò a crescere.

 

Emilio Salgari nacque a Verona il 21 agosto del 1862 e morì il 25 aprile 1911 lasciando un biglietto che stigmatizzava per i secoli a venire la categoria degli editori. Questo il contenuto: «Ai miei editori: A voi che vi siete arricchiti con la mia pelle mantenendo me e la mia famiglia in una continua semi-miseria o anche più, chiedo solo che per compenso dei guadagni che io vi ho dato pensiate ai miei funerali. Vi saluto spezzando la penna. – Emilio Salgari».

Non desidero dilungarmi sulla rapacità e avidità degli editori in quel particolare periodo storico (e non solo). Non mancano gli esempi di chi si è comportato da «negriero» nei confronti di autori / autrici in difficoltà, oppure, puntando sulle disgrazie e disavventure di un artista «sfortunato», si incontra chi ha fatto una onorevole carriera partorendo teorie sulla creatività e/o poetica di questo o quell’individuo.

L’intervento che segue non ha neppure come fine il riporto biografico dello scrittore veronese, anche se scriverne e parlarne potrebbe essere utilissimo per comprenderne le scelte e percorrere alcuni dei meandri editoriali italiani. Senza dimenticare quella sua famiglia decimata da un destino infame, cui va la pietà di ognuno di noi.

Mi limiterò a gettare uno sguardo sulla fortuna delle sue opere in Italia e all’estero, come sull’amore che i lettori nutrivano per i personaggi creati da questo maestro dell’avventura. Personaggi e opere che, nonostante gli interventi di chi ha scelto per mestiere di fare il critico letterario o di offrire nelle scuole dell’obbligo una letteratura che non prevede «incontri» con il padre di Sandokan, sono stati il primo e più duraturo confronto con la letteratura per migliaia di lettori di generazioni diverse provenienti da un eterogeneo status sociale.

 

Il 2012 è il 150° anniversario della sua nascita, mentre nel 2011 ricorreva il centenario della sua tragica morte. Due date «ravvicinate» che qualcuno non ha dimenticato, ma che potevano essere l’avvio di una serie di manifestazioni ufficiali tese ad onorare colui che avvicinò alla lettura e letteratura più di una generazione, riuscendo a farsi amare attraverso i suoi personaggi, le trame e le vicende narrate, come la descrizione di situazioni e paesaggi.

Sin dal 2010 ho atteso un comunicato che potesse suonare così: «La Società Dante Alighieri celebra Emilio Salgari nel centenario della morte». O «La Società Dante Alighieri celebra Emilio Salgari nel 150° anniversario della nascita» Non tutela e diffonde, la Dante Alighieri, la lingua e la cultura italiana nel mondo? Non ravviva i legami spirituali dei connazionali all’estero con la madre patria? Non alimenta, tra gli stranieri, l’amore e il culto per la civiltà italiana, i suoi scrittori e poeti, scultori e pittori, architetti e critici?

La Società Dante Alighieri, fondata nel 1889 da alcuni intellettuali guidati da Giosuè Carducci, – del quale non si ristampa da decenni una delle «ispirate odi» e che di Emilio Salgari scrisse: «Salgari? Uno scribacchino fanfarone di poca letteratura e di troppi aggettivi» – eretta in Ente Morale nel 1893, si propone, tra l’altro, di «ricongiungere idealmente gli emigrati alla madre patria, […] intensificando e mantenendo vivo il loro legame culturale, umano e linguistico con l’Italia anche se lontani». Una istituzione «impegnata ad assicurare la presenza del libro italiano in tutto il mondo attraverso la costituzione e l’aggiornamento di oltre 300 biblioteche disseminate in ogni parte del pianeta e dotate di oltre 500.000 volumi di vario genere». Una istituzione che conta all’estero 423 sedi «diffuse in più di 60 Stati» e «l’attività di circa 5.900 corsi di lingua e cultura italiana a cui sono iscritti più di 200.000 soci studenti».

La Società Dante Alighieri nel corso degli anni ha diffuso e sostenuto i pilastri della lingua e letteratura italiana, come le maggiori espressioni della cultura nata e sviluppatasi nella Penisola. Pilastri ed espressioni che, grazie alle opere e alle caratteristiche proprie di un’opera d’arte, già si erano sparsi nelle diverse aree culturali del Pianeta innestandosi nelle attività e produzioni di autori e artisti locali.

 

Nel centenario della morte e nell’anniversario della nascita di Emilio Salgari mi attendevo che la città natale, Verona, o la città in cui il grande autore visse e decise di porre fine ai propri giorni, Torino (che si avviava a divenire la capitale italiana dell’automobile e della neonata cinematografia nazionale, dove la fantasia salgariana creò Kammamuri e Tremal Naik, immaginando templi e solcando oceani, cavalcando praterie e assalendo covi di filibustieri), dedicassero allo scrittore un evento – degno della fama e dell’opera dell’autore veronese – che ne ricordasse la vita e le «invenzioni letterarie», come il secolare successo, non solo in patria, ma anche all’estero. Un evento magari supportato da tutte quelle case editrici che hanno avuto e hanno suoi titoli in catalogo, un «atto dovuto» al creatore di Sandokan e delle decine di altri personaggi, maschili e femminili, che furono (e sono) elementi insostituibili nella crescita culturale di generazioni di persone appartenenti alle più diverse aree linguistiche, culturali e sociali. Un autore che, grazie ai diversi «cicli narrativi» (ciclo dei pirati della Malesia, dei corsari delle Antille, dei corsari delle Bermude, ciclo del Far West, di Capitan Tempesta e altri minori) ha creato un monumento alla «fiction» letteraria ravvivando i nostri giorni e notti d’avventure e sogni, svelandoci un mondo di ideali e valori.

A parte qualche articolo su questa ricorrenza, alcuni molto autorevoli e carichi di quel pathos e amore che significano rispetto e amicizia per il romanziere veronese, poco è stato organizzato. Tra le iniziative salgariane merita un encomio quella sugli illustratori «storici» delle sue opere: Della Valle e D’Amato, Gamba, Bruno e Chiostri e Tanghetti. Se penso a come viene omaggiato, ancora oggi e ogni anno, Karl May (1842-1912), il Salgari tedesco, mi vengono i brividi. Due sue creature, Winnetou e Old Shatterhand, sono le stelle di festival annuali e appartengono (meritatamente) alla letteratura di lingua e cultura tedesca, come all’infanzia e giovinezza di milioni di lettori tedeschi.

I due anniversari salgariani sono stati salvati dai numerosi interventi che si rintracciano in Internet e che riaccendono la memoria di chi riuscì a creare un mondo immaginario, con i relativi interpreti e paesaggi e l’immancabile lotta tra «il bene e il male», che si estendeva dalle Indie alle Montagne Rocciose, dall’Africa alla Siberia, dal Paraguay al Piemonte.

 

Nel 2011 i non pochi amanti di Emilio Salgari furono colti di sorpresa dalla notizia che, proprio in occasione delle celebrazioni salgariane, Marco Tropea Editore avrebbe pubblicato il romanzo «Ritornano le Tigri della Malesia (più antimperialiste che mai)» di Paco Ignacio Taibo II. L’autore cubano onora il padre di Sandokan e Yanez, del Pirata Rosso e degli altri figli e figlie della fantasia salgariana, dimostrandone i duraturi valori e popolarità. Emilio Salgari è uno degli autori italiani più tradotti, più letti e conosciuti nel mondo (con Carlo Collodi). Emilio Salgari è uno degli autori (non solo italiani) che hanno contribuito a formare ed educare (non solo alla lettura) persone appartenenti alle più diverse aree culturali e linguistiche del mondo. Incredibile ma vero.

Giovanni Arpino e Roberto Antonetto gli hanno dedicato, «vero atto d’amore», una biografia.

Cesare Pavese, bambino a Santo Stefano Belbo, ricreava nei suoi giochi le avventure dei corsari e altri personaggi salgariani. Non era l’unico, a dire il vero: chi non ha giocato per pomeriggi urlando Sandokan! Morgan! Tremal Naik! Yanez! maledicendo James Brooke, desiderando un sorriso della Perla di Labuan… credendosi una «tigre di Mompracem», sperduto in una «jungla nera» disseminata di trappole,  impugnando un rudimentale arco, soffiando in una cerbottana o menando fendenti con una lama immaginaria, infilando nemici con un kriss dalla punta avvelenata? Oppure non galoppò tra spazi infiniti inseguito dagli indiani?

 

Fine prima parte

 

Luigi Rossi (Bochum)

www.luigi-rossi.com

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