1939 – 1945: La resistenza di Giuseppe Barbero prete – quarta parte — Lombardi nel Mondo

1939 – 1945: La resistenza di Giuseppe Barbero prete – quarta parte

In questi primi giorni di marzo si è avviato presso il Tribunale di Mantova un procedimento per un processo intentato da 44 IMI, ex schiavi di Hitler, che chiedono un risarcimento per i due anni da schiavizzati trascorsi nelle fabbriche e miniere naziste. Diamo il via a una breve serie documentaria su questa ancora oscura pagina di storia e Resistenza (foto: la tomba comune dove riposano più di 50 IMI a Hagen).

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Il cappellano militare Giuseppe Barbero ci ha lasciato un toccante memoriale sulla prigionia degli IMI nel Bacino della Ruhr. Ne offriamo alcuni estratti.

 

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Molti saranno curiosi di sapere quale era l‘atteggiamento delle donne tedesche nei confronti degli stranieri.

Come ai prigionieri, così a loro era severissimamente proibito rivolgerci la parola, e darci aiuti. Ma si trovavano brave donne e ragazze tedesche che aiutarono molto gli stranieri; anche alcune finirono in prigione. Parecchi Italiani non morirono di fame per il pane e le patate date loro di nascosto da brave donne tedesche. Ci furono Italiani che, dopo la liberazione, sposarono donne tedesche per avere loro salvato la vita in brutti momenti. Mi parlavano i soldati del campo di lavoro di Annen – Witten di alcune donne tedesche, che, seguendo le colonne dei prigionieri per chilometri, aspettavano il momento opportuno per gettare loro pezzi di pane.

Erano però eccezioni.

Erano a migliaia le ragazze tedesche, che in una pazza frenesia di mascolinizzarsi, vestite con pantaloni e giubba, impiegate in lavori e uffici non adatti al loro sesso, e con il loro modo di fare altero e spudorato, destavano ribrezzo e ripugnanza in quanti guardavano ancora alla ragazza come a un ideale di bontà, di amore e di purezza. Povere disgraziate quelle ragazze addette alla contraerea o ai vari servizi ausiliari delle forze armate. Mi dissero che non diverse erano le loro sorelle repubblichine italiane.

Misi piede nello Stammlager di Dortmund con un senso di terrore addosso. Conteneva circa 3000 prigionieri di ogni nazionalità. 40 sentinelle montavano continuamente di guardia. Tutto cintato di filo spinato era suddiviso in tre Lager: Lager A per i Francesi; Lager B per i Serbi; Lager C per Russi e Italiani. Vi erano inoltre le infermerie, se pure si potevano chiamare così…

Spettacolo desolante e raccapricciante queste infermerie di Dortmund. Erano vecchie baracche di legno, tutte sconquassate dal tempo e dai bombardamenti, dove l‘aria filtrava da ogni parte. Erano circa 700 i ricoverati italiani; dormivano su tavolacci, su castelli di legno, molte volte due per cuccetta e avevano due leggere coperte da campo a testa per ripararsi dal freddo. Il vitto era quello dei campi di lavoro, cioè rape, cavoli, rare volte patate, ma con questa differenza, che qua non lavoravano e perciò non spettava loro che un solo rancio al giorno. Sempre logici i Tedeschi: „in Germania chi non lavora non mangia“, mi diceva un medico tedesco.

Sei medici italiani facevano servizio alla infermeria. Con grande spirito di abnegazione, con alto senso di carità cristiana, si prodigavano per questi fratelli ammalati. Il vitto era cattivo e insufficiente, i medicinali mancavano, le ferite e i flemmoni erano fasciati con bende di carta, quando c‘erano.

In quel medesimo giorno, 20 marzo, amministrai i SS. Sacramenti a tre Italiani che morivano. Erano solo i primi di una serie interminabile.

Mi sanguinava il cuore ogni volta che entravo in quella infermeria; eppure vi passavo quasi tutta la giornata. Vedevo questi poveri Italiani sfiniti, magri a tal punto da poter dire letteralmente che non possedevano più che pelle e ossa. Li vedevo tremanti di freddo, in mezzo alla più squallida miseria, carichi di pidocchi. Consolavo un moribondo e già mi venivano a chiamare per un altro; qua il gemito di un febbricitante, là il rantolo di un moribondo o il pianto di un ammalato che forse pensava alla mamma, e poi era coro di voci rotto dai singhiozzi: „Padre, abbiamo fame, tanta fame; non vogliamo che un po‘ di pane.“

Leggo nel mio diario:

22 – 23 marzo: 8 morti in questi due giorni

25 marzo: vado al cimitero per le sepolture. 20 sepolture in questa settimana. Oggi 4 morti.

29 marzo: oggi 5 sepolture.

3 aprile: oggi al cimitero 11 sepolture.

5 aprile: oggi tre moribondi contemporaneamente; corro dall‘uno all‘altro.

Vado incontro a un quarto che arriva da un campo di lavoro. Gli amministro l‘Estrema Unzione davanti all‘infermeria francese e muore prima di arrivare alla nostra infermeria.

7 aprile: arrivano continuamente i poveri prigionieri dai campi di lavoro con la schiena piena di lividure per le percosse. Oggi ne arriva uno con la clavicola rotta dalle bastonate. Muore dopo pochi giorni: era molto deperito.

10 aprile: muore un Italiano a causa di un pugno brutalmente ricevuto sul naso. Anche lui era già molto deperito.

17 aprile: tutti i giorni muoiono: giovani pieni di speranze, ragazzi di venti anni, padri di famiglia, studenti, tutti muoiono: e sono Piemontesi, sono Veneti, sono Romagnoli, sono Siciliani.

9 maggio: di nuovo aumentano i morti: 13 in due giorni…

12 maggio: in questa settimana feci 32 sepolture. Triste spettacolo quotidiano di Italiani che giacciono su le loro feci, che più non sanno contenere, e così muoiono.

quinta puntata (Luigi Rossi, Bochum)

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