Lo scrittore italo americano Salvatore Scibona racconta la trasformazione degli italiani d’America. — Lombardi nel Mondo

Lo scrittore italo americano Salvatore Scibona racconta la trasformazione degli italiani d’America.

Salvatore Scibona, lo scrittore italo americano che rifiuta il computer e ha scelto di lavorare a Provincetown nel Massachusetts, come aveva fatto a suo tempo Norman Mailer, ha avuto finalmente successo anche in Italia.

L’intervista di Giuseppe Rizzo che segue è tratta da l’Unità del 3 luglio 2011.

 

Trantacinquenne, italo-americano, autore di un romanzo, La Fine (edito in Italia da 66thand2nd ), che gli è costato 10 anni di lavoro e lo ha fatto entrare nella prestigiosa lista dei 20 migliori scrittori statunitensi secondo il New Yorker, Salvatore Scibona, in tempi in cui in Italia si grida alla morte della letteratura e si celebrano i funerali della figura dell’intellettuale un giorno sì e l’altro pure, ha le idee chiare su cosa possa o non possa fare l’arte – e anche un po’ su cosa “debba” essere. Fedele alla linea di W.B.. Yates, che scriveva: “Solo ciò che non vuole insegnare, far piangere, persuadere, accondiscendere, spiegare, è irresistibile”.

 

Scibona, non c’è spazio per eroi ed eroismi, nel suo libro. Cosa voleva raccontare attraverso le vicende quotidiane delle sue vedove, dei suoi panettieri, dei suoi gioiellieri?

 

Io tratto il lettore come un mio pari. Se creassi intenzionalmente un eroe, un modello di comportamento morale, in realtà starei predicando al lettore o agendo in qualità di una sua morale superiore. Non ho mai voluto farlo. Un personaggio può diventare un eroe quando un lettore lo ammira liberamente. Il mio ruolo è solo quello di farli entrare in contatto nel modo più chiaro possibile. Mi è capitato di inquadrare molti dei miei personaggi sotto alcuni punti di vista, e ho imparato da loro. Tutti loro sanno come fare cose che io non riesco a fare. Ma un romanzo non è un catechismo. Penso che il ruolo del romanziere sia invece quello di rendere possibile al lettore di avere una esaustiva e consapevole esperienza del mondo reale. .

 

Non c’è neanche spazio neanche per la mafia – un soggetto che spesso, come un tic, fa capolino nei racconti dell’immigrazione italiana…

 

 Ok, lo so. Ma Possiamo per favore parlare di cose reali? Secondo un censimento degli Stati Uniti nel 2006 vi erano 17,8 milioni di italo-americani, cioè il 6% dell’intera popolazione. Conosco molti di loro, e non ho mai neppur incontrato un mafioso per quanto ne so. Ne tanto meno alcuno dei miei amici ne conosce. La stragrande maggioranza degli italiani in America non ha alcuna esperienza di sorta sulla mafia. Non sto cercando di correggere alcun pregiudizio, voglio solo essere una parte di quel mondo che è davvero lì. La scrittrice americana Grace Paley chiedeva sempre un pezzo di narrativa, “Ma è vero?” Peraltro, per quanti decenni ancora dobbiamo sentire la stessa storia stereotipata riguardo la stupida mafia? Il problema principale di uno stereotipo è che è noioso. Quindi io non avevo bisogno di prendere una decisione morale – cioè, non avevo bisogno di educare nessuno attraverso la raffigurazione di un mondo di immigrati italiani in cui la mafia non svolge alcun ruolo- è stato sufficiente consultare il mio senso per ciò che è tedioso. E c’è già abbastanza roba tediosa! Ci sono cose molto più profonde di cui discutere.

 

Il tema delle “origini”, delle “radici”, che è naturale che sia presente in un libro come “La fine”, non sembra essere però quello centrale . I personaggi sono proiettati verso la ricerca di qualcos’altro, qualcosa che assomiglia al senso delle proprie vite. Perché le interessava tanto questa ricerca?

 

 Bene, mi rende estremamente felice leggere questa domanda. Mi interessa come può interessare a chiunque altro della mia famiglia il nostro passato. Ma è un interesse privato, che non mi aspetto che il lettore condivida. I miei personaggi sono invenzioni. Voglio che siano vicini ai lettori così come lo sono per me, e questo sarebbe impossibile se fossero veramente basati sulle mie radici. Tutti noi sappiamo cos’è un arte troppo privata. Chi vorrebbe guardare l’album di famiglia di un estraneo. Idealmente, i miei personaggi sono liberi da me. Le loro scelte sono reali, non li ho costretti a fare quello che la trama gli richiedeva. Sono loro che la determinano; il mio ruolo è quello di organizzare una narrazione che contenga ciò che i personaggi vivono liberamente. Niente di tutto ciò potrebbe essere possibile se il mio interesse per loro fosse semplicemente l’interesse per il mio passato.

 

Non c’è nessuna concessione alla linearità della trama e alla semplicità del linguaggio. Non si è mai preoccupato che questo potesse allontanarla dai lettori?

 

 Non mi sembra che il tempo si muova in modo lineare. Incontriamo un odore per la prima volta in tanti anni, e abbiamo la vertiginosa sensazione di essere momentaneamente trasportati in un altro tempo. Oppure vediamo da lontano un volto per strada, e per un attimo vediamo qualcuno che sappiamo essere morto da tanto tempo. Evidentemente, la nostra reale percezione del tempo è un ciclo che si ripete con cambiamenti decisivi. Detto questo, ho un profondo rispetto per la linearità. Appena possibile, racconto gli eventi nell’ordine in cui comunemente avvengono perché voglio essere il più chiaro possibile, pur rimanendo fedele alla vita così come realmente la viviamo. Se il mondo è rotondo ma io dico che è piatto, o se nascondo i paradossi e le stranezze, le contraddizioni e le oscurità della bellezza della quotidianità con un linguaggio banale perché penso che il lettore non accetterà ciò che vedo, allora lo sto insultando terribilmente. Il lettore è infinitamente più intelligente di me. Lo guardo dal basso verso l’alto, e non al contrario. Il lettore è capace di vedere – lo scrittore non deve avere paura che sia cieco.

 

“La politica, o la vita degli altri vissuta individualmente, è il soggetto naturale della mente”, scrive a p. 109 dell’edizione italiana. La figura degli amministratori, di uomini di potere, di politici tout court è però assente nel libro. Cos’è per lei la politica?

 

Probabilmente è solo ciò che il personaggio della Signora Marini definisce tale: “La vita degli altri vissuta individualmente”. Anche il Governo – e cioè l’amministrazione, gli uomini di potere, il lavoro dei senatori – è politica. Ma io sto parlando, come sempre, delle cose che ognuno vive individualmente e quotidianamente. La politica ufficiale – come la politica elettorale – per me è una dipendenza. Ho sprecato mesi della mia vita, ossessionato dalle prospettive elettorali di un singolo candidato al Congresso in un oscuro e periferico distretto. Ma i miei personaggi chiaramente non la vivono così come faccio io. E va bene così. Ai miei personaggi non può mai piacere tutto ciò che piace a me, nel modo in cui mi piace; non dovrebbero.

 

Ha scritto: “In America, quelli della mia generazione si aspettano il peggio dalle sorprese”. Trentenni nevrotici e impauriti. Cosa ha portato a tutto questo? E come se ne esce?

 

 Chiaramente mi stavo riferendo all’Undici Settembre. È stato il più grave lutto della vita americana, concentrato in un singolo episodio, dopo la battaglia di Antietam, durante la guerra civile. La mia generazione non ha memoria del Vietnam o della Seconda Guerra Mondiale. Eravamo del tutto innocenti. Non eravamo abituati alla morte, tutto qui. È veramente semplice. Non siamo cresciuti con un memoria vivida di minacce domestiche per le nostre vite. Così siamo tutti un po’ impreparati. La via d’uscita è difficile da capire. Come dice il Gioielliere ne La Fine, “La Paura è una freccia puntata verso il nulla”. Tutti noi abbiamo una buona ragione per essere preparati alle minacce, e per difendercene. Ma la paura è qualcos’altro. La paura è una battaglia continua con un fantasma che vive nella mente, ma non esiste all’esterno. Penso che la politica di questa Amministrazione sia immensamente migliore rispetto a quella precedente, in quanto il Presidente ha messo in evidenza il mondo come è realmente, piuttosto che quello che ci presentano le nostre paure. I cosiddetti oggetti della paura non appartengono, per definizione (visto che la paura è uno stato cognitivo), al mondo materiale. Pensiamo alle armi di distruzione di massa in Iraq, qualcosa che in realtà ci aspettavamo di trovare proprio perché la paura che ne avevamo nelle nostre menti era veramente intensa.

 

Da qualche tempo, in Italia, scrittori e intellettuali trenta-quarantenni riflettono sugli strumenti più adatti per ritornare a incidere sulla realtà, provando a cambiarla in meglio. In America gli intellettuali vengono ascoltati, riescono ancora a influenzare la politica e l’opinione pubblica?

 

 In un romanzo di Denis Johnson, un personaggio osserva: “Ho realizzato che ciò che pretendo da un’opera d’arte è che il suo proposito – è questo il mondo che voglio? – non includa me”. Gli scrittori americani sono stati apertamente cauti nel prendere posizioni politiche. Molti esclusivamente per timidezza, credendo che gli scrittori non siano qualificati a commentare questioni politiche. Con tutto il rispetto, credo che si sbaglino. Tutto sommato, gli scrittori sono qualificati come chiunque altro, in una democrazia. Ma non dovremmo parlare di qualifiche. Dovremmo invece parlare del valore di quello che hanno da dire. Se uno scrittore riesce a esaminare e spiegare e illuminare un problema politico, questo è inestimabile. Come ha detto Don De Lillo, che ha sempre parlato in maniera diretta e pubblica di questioni politiche, “scrivere è una forma intensa del pensiero”. Uno scrittore di fiction esercita un pensiero profondo. Se riesce a far sì che esso incida sui problemi politici della sua comunità, penso che faccia un gran lavoro, che pochi altri riescono a fare nella nostra cultura – che sembra valorizzare molto di più il pensiero comune e sciatto. Ma tutti questi impegni politici prescindono il romanzo stesso. La mia responsabilità come scrittore di fiction è di rispettare le posizioni politiche dei miei personaggi molto più fedelmente di quanto non faccia con le mie. Il romanzo è poco adatto a creare cambiamenti politici. Perché è costretto a trattare in maniera sacra il volere del lettore. Se cerca di convincere il lettore di qualcosa, ha rotto il patto. Il patto che dice: tu, scrittore, mi inviterai a entrare, ma rispetterai la mia volontà mentre sono a casa tua. Come ha scritto W.B.. Yates, “solo ciò che non vuole insegnare, far piangere, persuadere, accondiscendere, spiegare, è irresistibile”.

 

Lei crede che la letteratura sia in grado di cambiare la realtà?

 

No. Mi oppongo a questa idea. Penso che gli esseri umani siano in grado di cambiare la realtà. Non dobbiamo costringere le arti a mettersi a servizio della politica. Nell’arte ci troviamo su un terreno comune con i nostri avversari politici. E questo terreno comune è sacro. Non sto dicendo che i romanzieri debbano tacere sulle questioni politiche. Sto dicendo che l’invenzione di un mondo in un romanzo è qualcosa di speciale. Lo scrittore, i personaggi e il lettore, vi sono ugualmente dentro, obbligati a dare i propri giudizi. Se uno scrittore sceglie, fuori dal suo lavoro artistico, di cambiare il mondo in cui vive, lo ammiro. Ma se cerca di farlo usando l’arte per persuadere le persone su una questione politica, la mia esperienza mi dice non che stia sacrificando la sua autorità, ma la fiducia e la libertà del lettore. L’intera macchina del romanzo dipende strenuamente dal rispetto del romanziere per la totale libertà del lettore di fare le sue scelte. Quando uno scrittore esorta, sta solo manipolando. Sta diventando falso. Credo nella politica. Mi impegno in politica. Sto sotto la pioggia per sostenere i candidati in cui credo. E i miei personaggi sono liberi di fare lo stesso.

 

Giuseppe Rizzo, L’Unità, 3 luglio 2011

 

Ernesto.R Milani

Ernesto.milani@gmail.com

22 luglio 2011

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