La nuova segregazione sociale e razziale in Brasile — Lombardi nel Mondo

La nuova segregazione sociale e razziale in Brasile

In questo articolo voglio chiamare l’attenzione dei lettori interessati alle problematiche sociali dell’America Latina su due questioni o pratiche politico-amministrative che, pur venendo spacciate come integranti, sono in realtà altamente razziste e ghettizzanti. Di Marco Stella

Mi riferisco alla politica delle quote razziali nelle università  ed alla propaganda insistente denominabile “favela è bello”, con la mera finalità di confinare parte della popolazione.

Ebbene, per quanto concerne il primo punto mi sembra che la cosa sia lampante: in un Paese che a livello di integrazione sociale si sta ancora formando è deleterea una politica, come quella delle quote razziali che divide la società classificandola per il colore della pelle. [che consiste nel riservae, all’interno delle università pubbliche a numero chiuso, dei posti per negri e indios] I difensori di questa tesi ritengono che in questo modo si garantiscano agli indigeni ed agli afrodiscendenti delle opportunità che diversamente non avrebbero. Analizzando la questione mi chiedo: perché si presuppone che chi non è eurodiscendente non abbia le stesse opportunità? È realmente così o anche un povero bianco di periferia o dell’area ruarale è nelle medesime condizioni e necessiterebbe di una politica di inserimento? Riflettete pure, ma io ho la mia opinione formata visto che sono figlio di un’idea politica che vede i cittadini di una nazione come un tuttuno: per me non ci sono i bianchi, i negri e gli indigeni, ma solamente I CITTADINI e nel caso del Brasile, dove vige lo ius soli, sono cittadini brasiliani tutti coloro che vi ci nascono o che si naturalizzano tali. L’unica forma di aiuto intelligente, non segregante e non razzista  sarebbe quello destinato all’inserimento dei meno abbienti nelle univrsità con borse di studio concesse a patto che si mantenga una media di voti alta (prerogativa meritocratica), e non per aver la pelle di un determinato colore o tonalità. In realtà conosco molto bene le ragioni per la quale l’attuale classe politica ha seguito questa linea di pensiero: ha voluto trovare il modo più sbrigativo di innalzare il livello scolastico di quella fetta di popolazione che si considera sfavorita a priori (atteggiamento di per sé altamente razzista). Oltre a ciò, la politica delle quote razziali è servita per mascherare un altro gravissimo problmema: quello del fallimento della scuola pubblica. Essendo la scuola pubblica incapace di formare degli individui in grado di superare le prove d’accesso alle università, lo Stato ha preferito trovare paliativi come quello delle quote razziali, anziché operare una seria riforma in seno alla scuola pubblica per renderla realmente funzionale.

Il secondo punto è più difficile da sviscerare, perché si tratta del fenomeno della ghettizzazione  ottenuto attraverso l’autoghettizzazione. Bene, analiziamo queste due parole. La ghettizzazione è una orribile pratica di segregazione di parte della società, si possono segregare persone di etnia diversa, gruppi razziali, stranieri o anche i poveri. La segregazione è operata dalla parte della società più forte nei confronti della più debole. L’autoghettizzazione avviene quando una parte della società per volontà o necessità si isola spontaneamente dal resto della società nella quale vive, passando a vivere in modo peculiare. Ebbene, è indubbio che le favelas brasiliane siano dei ghetti, ne hanno le caratteristiche e sfido chiunque a provarmi il contrario. Sono ghetti dove parte della popolazione è stata segregata o si è autosegregata (qui la divisione dei due fenomeni è difficile da tracciare per questioni storiche). Dunque di fronte a questo quadro, a questo dato di fatto, come ha agito il potere pubblico? Come sta agendo e come dovrebbe agire? In passato il comportamento è stato pessimo, per decenni il fenomeno della favelizzazione non è stato arginato, alla parte più ricca della società brasiliana faceva comodo che i poveri vivessero nelle favelas ed alcuni amministratori hanno addirittura favorito la migrazione interna, spesso per usarene la mano d’opera a basso costo e per tornaconti elettorali, sovraffollando le megalopoli e generando l’insostenibile situazione attuale. I politici di oggi hanno in parte cambiato modo d’agire senza di fatto cambiare linea di pensiero, stanno appoggiando (forse addirittura stimolando) con progetti di vario tipo la segregazione sociale, facendo leva sulla moda del “favela è bello”. Favela è bello? Mi chiedo io, e vorrei che vi chiedeste voi. No! Non lo è assolutamente, nonostante l’insistente propaganda di una certa sottocultura popolare appoggiata dallo Stato che ha fatto delle favelas brasiliane mete turistiche. Non lo è dal punto di vista architettonico, non lo è dal punto divista sanitario, non lo è dal punto di vista infrastrutturale. Lo è solamente dal punto di vista umano visto che la maggior parte delle persone che  ci abitano sono cordiali, altruiste e dedite al lavoro. Abbellire una favela, farci arrivare i servizi, stimolare la nascita di un commercio locale non è forse segregazione? Sì, lo è, anche se molti non lo percepiscono. Su questo punto non ho dubbi. La moda del “favela è bello” serve per generare, nella popolazione segregata, la sensazione che sta vivendo in un bel posto, in un posto dove ci sono i servizi di cui ha bisogno per sopravvivere ed un po’ alla volta per esser partecipe  del grande processo consumistico. il sistema politico in vigore vuole fare in modo che gli emarginati vivano meglio ma che non abbandonino la loro condizione di favelado [abitante della favela] Quanti favelados  dichiarano orgogliosamente di amare la loro comunità e di non volerla cambiare per qualunque altro quartiere della città? Questo è frutto del lavaggio del cervello operato durante decenni di segregazione, è ghettizzazione ottenuta con l’autoghettizzazione. Provate a dare uno stipendio di 6000 reais al mese (stipendio medio brasiliano che corrisponde a dieci volte in più di quello che guadagnano gli abitanti delle favelas) e far vivere, chi si dichiara felice in favela, in uno qualsiasi dei quartiere nobili di Rio, offritegli maturità culturale, ampliategli gli orizzondi, ed ho i miei seri dubbi che dopo aver vissuto nella vera società si senta poi a suo agio tra case senza intonaco e con le fognature a cielo aperto sulla soglia di casa. Perché secondo voi lo Stato sta agendo in questo modo? Per la stessa questione citata nell’altro punto: perché è più facile stimolare l’autoghettizzazione che risolvere il problema che sta alla base. Il problema di fondo è sfaccettato in una miriade di questioni che gli ultimi governi non hanno avuto la capacitá di affrontare, tra questi quelli che più direttamente influenzano la presente questione sono: sottosviluppo dell’entroterra brasiliano (che favorisce la migrazione interna aumentando la popolazione ed ingrossando di conseguenza le favelas); speculazione ediliza nelle grandi capitali (che innalza a dismisura il valore degli immobili inviabilizzando qualunque progetto di fuoriuscita dalla favela); stipendi bassissimi ai lavoratori della base della piramide economica (nettamente inconciliabili con l’altissimo prezzo degli immobili) . Solo risolvendo questi tre problemi si garantirebbe a qualunque cittadino la possibilità di vivere in un quartiere non degradato. L’abbellimento delle favelas, la loro messa in sicurezza, l’averne tolto il territorio dalle mani dei narcos e l’averci portato alcuni servizi è indubbiamente un passo avanti, ma per chi ha un’ampia visione socio-politica e viene da una realtà ben diversa sa che si tratta di un paliativo populista, un ottimo strumento di marketing poltico.

Dall’analisi di questi due fattori si può dedurre la linea politica degli attuali governi locali e nazionali, dove l’ampio consociativismo ed una opposizione pressoché inesistente hanno solidificato il populismo del pane e circo rimandando a chissà quando la vera soluzione dei problemi sociali del grande gigante verde-oro.

 

Di Marco Stella, Brasile

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