Dove va davvero Cuba? — Lombardi nel Mondo

Dove va davvero Cuba?

Che cosa cambia e che cosa no dopo il VI Congresso del Partito comunista: più auto e immobili, ma il pugno di ferro di sempre sui dissidenti. Di Alessandro Armato

Che cosa cambia e che cosa no dopo il VI Congresso del Partito comunista: più auto e immobili, ma il pugno di ferro di sempre sui dissidenti. Di Alessandro Armato

 

A giudicare dai titoli di giornale che hanno accompagnato il VI Congresso del Partito comunista cubano (appena conclusosi) sembra che sull’Isola soffi un vento di libertà; e che questo vento non provenga dalla popolazione (come accaduto nelle recenti ribellioni nordafricane) ma dalle vetuste gerarchie politiche nazionali.

 

Con l’annuncio che i cubani potranno finalmente tornare ad acquistare immobili e autovetture e la notizia del completamento della scarcerazione dei prigionieri politici («prigionieri controrivoluzionari» secondo la terminologia del regime) che il governo

aveva deciso nel 2010 grazie alla mediazione della Chiesa cattolica, i vertici del potere cubano ribadiscono il loro atteggiamento reformista in campo economico (sul modello della Cina del 1978 e del Vietnam del 1986) e allo stesso tempo si mostrano sensibili alle problematiche umanitarie.

 

Tuttavia è difficile capire fino a che punto il riformismo economico e l’umanitarismo del regime siano genuini (fondati cioè sulla consapevolezza che il comunismo statalista e autoritario non funziona) e fino a che punto invece siano frutto di calcolo politico e mirino a illudere la popolazione con promesse di cambiamenti a venire per evitare, nell’immediato, scossoni in stile egiziano.

 

Esistono svariate ragioni per credere che nel Partito comunista cubano (Pcc) il calcolo politico prevalga sul sincero desiderio di cambiamento. Le tanto propagandate liberazioni di prigionieri di coscienza, ad esempio, corrispondono a un cambiamento profundo dell’atteggiamento del governo riguardo agli oppositori politici?

Sembra proprio di no. Tant’è che le liberazioni, nella maggior parte dei casi, sono state condizionate dall’obbligo di abbandonare Cuba. La blogger Yoani Sánchez, commentando il discorso del presidente Raúl Castro, ha scritto che «non ci sono cambiamenti nel modo in cui si parla della dissidenza, gli stessi insulti, la stessa satanizzazione».

Mentre l’ex prigioniero politico Miguel Galbán Gutiérrez ha detto espressamente che il presidente «ha fatto alcune leggere modifiche… per evitare di essere toccato dalle rivolte del mondo arabo e non fare infuriare la popolazione».

 

Venendo alle annunciate liberalizzazioni nella compra-vendita di immobili e auto, i maligni dicono che si tratti di un’operazione pensata apposta per permettere alla borghesia castrista di diventare legalmente proprietaria dell’enorme quantità di immobili di pregio espropriati e occupati negli ultimi cinquant’anni. Ma è anche vero che questa riforma eliminerà il mercato nero (oggi per cambiare casa a Cuba bisogna pagare denaro sottobanco alla persona che cede l’abitazione) e garantirà grandi movimenti di capitali che daranno vigore al settore privato, il quale dovrà assorbire oltre un milione di impiegati pubblici in eccesso.

 

Soppesando l’insieme delle notizie che giungono da Cuba, l’impressione è che nel lungo periodo il Paese finirà per aprirsi, ma che al momento le principali preoccupazioni della classe dirigente siano di non perdere la propria posizione di privilegio e, soprattutto, di evitare un finale inglorioso alla Mubarak.

 

Fonte: missionline.org

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