In agonia parte del patrimonio storico della collettività italiana d’Argentina: il caso dell’Unione Operai — Lombardi nel Mondo

In agonia parte del patrimonio storico della collettività italiana d’Argentina: il caso dell’Unione Operai

Il patrimonio architettonico della nostra collettività è molto vasto ed ha un gran valore storico ed artistico, però gli edifici più antichi, quelli del XIX secolo e inizi del XX, salvo alcuni casi, non sono in buone condizioni. Di Edda Cinarelli in un articolo pubblicato su Voce d’Italia, diretto da Sante Cervellin

Buenos Aires : “Il patrimonio architettonico della nostra collettività è molto vasto ed ha un gran valore storico ed artistico, però gli edifici più antichi, quelli del XIX secolo e inizi del XX, salvo alcuni casi, non sono in buone condizioni.

 

 

Costruiti da famosissimi architetti, sono enormi, ricchi di decorazioni e per i loro proprietari, associazioni, persone e società è molto costoso mantenerli. Un caso da terapia intensiva è quello dell’Unione Operai Italiani, in via Sarmiento 1364/72, patrimonio storico della città di Buenos Aires”. A riflettere sullo stato del patrimonio storico della collettività italiana in Argentina è Edda Cinarelli in un articolo pubblicato su Voce d’Italia, quindicinale edito a Buenos Aires e diretto da Sante Cervellin. Ne riportiamo a seguire il testo integrale.

 

“L’Unione Operai Italiani fu fondata nel 1874 dopo l’Unione e Benevolenza, 1858, di stampo repubblicano e la Nazionale Italiana, 1860, di stampo monarchico. Negli annali dell’Unione Operai c’è scritto che si trattava di un’associazione apolitica, ma in effetti, considerato il clima politico del momento ed il fatto che il suo primo presidente onorario fosse Giuseppe Garibaldi, si è portati a credere che questa associazione si ispirasse a principi socialisti anche se non estremistici.

Nel 1883 l’Unione Operai decide di tenere una propria sede e chiede, previa gara d’appalto, all’ing. Benedetto Pannunzi di eseguirne il progetto. L’edificio fu costruito dall’impresa di Andrea Bado, la prima pietra fu collocata il 28 marzo 1884. Alcuni dei soci più ricchi ne pagarono di tasca loro alcune delle decorazioni ed Antonio Butti donò la porta principale di legno, quelle interne e le finestre, dello stesso materiale.

Per la festa d’inaugurazione del 28 dicembre si fece uno splendido concerto nel salone “Augusteo” del piano terra. L’orchestra era diretta dal maestro Pietro Melani (Salerno 1854 – Bs. As. 1900, direttore della Sociedad Coral Alemana y del Cuarteto Dickmann), che in Italia aveva lavorato con Giuseppe Verdi.

Oltre al concerto, ci fu un ballo con la musica di un’altra orchestra diretta dal maestro Varalli, una serata eccezionale per la cerimonia d’apertura e per salutare il 1884. Questo edificio, soprattutto il suo “salone augusteo”, oltre ad essere un gioiello storico architettonico, riveste una particolare importanza per la storia della musica argentina. In quella sala, l’unica d’opera ancora in piedi del XIX secolo, hanno diretto i migliori musicisti argentini e vi ha cantato spesso, grazie a Pietro Melani la Corale tedesca.

All’epoca, nel mondo della musica potevano lavorare solo musicisti italiani, un’ eccezione, la faceva proprio l’Unione Operai, che attraverso Pietro Melani, che in Italia aveva lavorato per Giuseppe Verdi, permetteva ad italiani e tedeschi di dialogare ed a molti tedeschi di lavorare nella musica.

Si sa che nel 1913 il Consiglio di Direzione dell’Operai Italiani, sempre previa gara d’appalto, diede al giovane architetto, milanese, Virginio Colombo, laureatosi con lode all’Università milanese di Brera, il compito di restaurare la facciata.

Colombo eseguì i lavori, dandogli la sua impronta, ma scegliendo uno stile un po’ classicheggiante. Rispettò il Salone “Augusteo”, che era tanto perfetto da non poter essere toccato.

Con il tempo si persero notizie dell’Unione Operai, si sa che nel 1914 un gruppo di associazioni si unirono all’Unione e Benevolenza per formare l’Associazione Italiana di Mutuo Soccorso e di Istruzione (Aimi), ma dell’Operai Italiani si persero le tracce.

Non si sa con esattezza in che anno l’Associazione sia entrata nell’Aimi. Sicuramente deve essere registrato in qualche verbale del sodalizio di General Perón. Nella sua sede funzionò per un tempo la scuola Regina Margherita. Dal 1965 al 1996 l’edificio è stato sede della scuola Edmondo De Amicis.

Ora l’Unione Operai è completamente abbandonata, corre il rischio di cadere a meno che non si riesca a trovare un amante dell’arte, un mecenate come quelli di una volta, disposto a comprarla e restaurarla. Ma apparentemente l’epoca dei mecenati è finita e trovarne alcuni al giorno d’oggi è come trovare un tesoro.

La Confitería del Molino funzionava già dal 1860 dove si trova ora, all’angolo di Rivadavia e Callao, ancora prima che l’architetto italiano Francesco Giannotti nel 1917, vi costruisse l’edificio attuale, inaugurato dal Presidente Hipólito Yrigoyen. Gliel’aveva commissionato una famiglia italiana, così come è italiana la famiglia che attualmente ne è la proprietaria.

Il caseggiato è in un cattivo stato, il bar chiuso e le sue entrate e le sue finestre sono sbarrate da tavole di legno. L’11 maggio alle 11 l’associazione Basta de demoler ha organizzato un abbraccio simbolico intorno allo storico edificio per portarlo all’attenzione dei cittadini di Buenos Aires.

È probabile che il Governo di questa città trovi il modo di restaurarlo e farlo splendere nuovamente. L’edificio pur essendo tutto italiano, per storia ed architetto, non è mai appartenuto alla collettività italiana, ma resta un simbolo dei capolavori eseguiti dagli italiani al Plata.

Questi sono solo pochi esempi dei magnifici edifici costruiti da architetti italiani in Argentina. Purtroppo alcuni di essi sono già stati demoliti o sono passati in mano dei vari comuni, come il Teatro Roma di Avellaneda, che per fortuna il municipio sta conservando. Altri sono stati restaurati senza rispettare la loro struttura originale, su questi ultimi è meglio stendere un velo pietoso e non fare nomi, non so perché si facciano scempi di questo tipo, forse semplicemente perché i loro proprietari non comprendono il valore della storia e dell’arte.

La conservazione di queste costruzioni è molto importante perché esse sono espressione della storia della collettività italiana, ma anche di quella argentina e dimostrano come questo paese, sia stato fatto da architetti, ingegneri prestigiosi, eccellenti artigiani ma anche da tanti umili operai che lavoravano giorno dopo giorno in queste opere meravigliose e di come gli italiani abbiano contribuito concretamente a fare di Buenos Aires la regina del Plata. Una città, a cui ora si vuole dare un nuovo volto, cancellarne la storia per trasformarla in un guazzabuglio di grattacieli, uguale a tanti altri. Senza passato.

Concludo chiarendo che molte delle sedi delle nostre associazioni, alcune antiche, come la Unión y Estrella de Lomas de Zamora, e altre, costruite dopo la seconda guerra mondiale, si trovano in eccellenti condizioni e che per ragioni di spazio non posso nominarle tutte.

Per fare giustizia, nel caso non si sia già provveduto, sarebbe giusto far restaurare e rimettere al suo posto, nel Teatro Alla Scala di Milano, la statua del compositore e direttore d’orchestra Ettore Panizza, nato a Buenos Aires il 22 agosto 1875, da genitori italiani, e morto a Milano il 27 novembre 1967. Panizza ha composto in Argentina l’opera Aurora, con cui si è inaugurato nel 1908 il teatro Colón nel 1908 e di cui fa parte la famosa Canzone alla Bandiera, la versione originale era in italiano e solo in seguito l’opera e la canzone sono state tradotte in spagnolo. All’epoca il celebre teatro era gestito da privati”.

 

Fonte: (aise)

Document Actions

Share |


Condividi

Lascia un commento