Cresce l’interscambio Italia-Uruguay — Lombardi nel Mondo

Cresce l’interscambio Italia-Uruguay

L’interscambio tra l’Italia e l’Uruguay nel 2006 è stato di 194,3 milioni di USD (era 168,3 milioni nel 2005), confermando così la tendenza alla crescita dei rapporti commerciali tra i due paesi

L’interscambio tra l’Italia e l’Uruguay nel 2006 è stato di 194,3 milioni di USD (era 168,3 milioni nel 2005), confermando così la tendenza alla crescita dei rapporti commerciali tra i due paesi, dopo aver raggiunto il livello minimo nel 2002 con 132 milioni di dollari.

L’Ufficio ICE di Montevideo riferisce che, secondo i dati della Banca Centrale dell’Uruguay, nell’ultimo anno le importazioni dall’Italia hanno registrato un incremento dell’8,2%, passando da 75,7 milioni di dollari nel 2005 a 81,9 milioni di dollari nel 2006. Le esportazioni uruguaiane verso l’Italia hanno anche presentato una significativa variazione nel 2006 rispetto al 2005, passando da 92,9 a 112,4 milioni di dollari, con un incremento del 21%.

All’interno dei principali capitoli dei prodotti italiani acquistati dall’Uruguay, gli importi e le rispettive variazioni riguardano: macchine ed apparecchi meccanici (27,697 milioni dollari;+9%); macchine, apparecchi e materiale elettrico (9,078 milioni dollari;+70%); prodotti chimici organici (5,416 milioni dollari;+5%); prodotti farmaceutici (4,088 milioni dollari; +4%); strumenti e apparecchiature ottiche (2,481 milioni dollari; -16%); materiale di trasporto (5,223 milioni dollari;83%), prodotti siderurgici (1,661 milioni dollari; -25%), plastica e suoi prodotti (2,228 milioni dollari; +5%).

Manuel Ascer, Presidente della Camara de Comercio Italiana del Uruguay, conferma che “l’interscambio è in crescita non solo per l’export italiano in Uruguay ma anche per le importazioni italiane dal paese sudamericano, grazie al rapporto euro-dollaro che ha facilitato quest’ultimo flusso. I prodotti uruguayani che maggiormente vengono esporati in Italia sono carne, pesce, frutta, lana, cuoio e legno, del quale il Paese è un grande produttore. La Finlandia, la Spagna e la Svezia hanno ultimamente investito in grandi impianti di produzione di pasta di cellulosa, cosa che l’Italia invece non ha ancora fatto. La nostra industria del mobile importa però grandi quantità di legno. D’altro canto, l’export italiano in Uruguay è costituito in larga parte da macchinari industriali e da prodotti di consumo (alimentari e farmaceutici-chimici in primis)”.

Dunque altri Paesi europei stanno investendo in Uruguay, a differenza dell’Italia. “Il Governo -continua Ascer- sta facendo grossi sforzi nel campo della logistica per l’ingrandimento dei porti nazionali, anche in vista dell’aumento dell’export di legno, e per questo programma ha bisogno di tecnologie e capitali anche stranieri. Gli olandesi e i belgi hanno per primi approfittato di questa opportunità, ma gli italiani sembrano focalizzare il loro interesse in Argentina e in Brasile. Basti pensare che non esiste una banca italiana qui. Quello che noi come Camera cerchiamo di fare è far capire che invece l’Uruguay può essere un Paese strategico e ricco di opportunità: stiamo infatti promuovendo collaborazioni tra i porti di Livorno e Genova (quest’ultimo tramite Liguria International) e il porto di Montevideo. Anche attraverso le numerose missioni di imprenditori italiani che organizziamo qui, il messaggio che vogliamo veicolare è che l’Uruguay è un Paese assolutamente libero per l’uscita di capitali, dividendi e utili: a differenza di altri paesi dell’America latina, dove occorrono autorizzazioni governative, qui c’è ampia libertà e non esiste differenza tra capitale locale ed estero, né restrizioni di sorta”.

Nonostante la pronunciata ripresa economica, la prudente politica monetaria, la rigorosa politica fiscale e le prime riforme del settore bancario, alcune importanti conseguenze della crisi del 2001-2002 sembrano continuare dunque a preoccupare alcune autorità di governo e gli organismi finanziari internazionali, primi far tutti quelli italiani. “L’Uruguay, dopo la crisi argentina, sembra non essere un mercato attraente per gli italiani, a differenza di altri Paesi, anche europei, che invece continuano a investire nelle infrastrutture e nelle costruzioni”, afferma Monica Belloni, trade analyst dell’Ufficio ICE di Montevideo. Nonostante l’esistenza tra Italia e Uruguay di un Accordo per la promozione e protezione degli investimenti (1990), ancora modesto è il livello degli investimenti italiani in loco. Quello della Dirox-Gruppo Stoppani, industria chimica presente in Uruguay e produttrice di vitamina K3 per razioni animali e solfato di cromo per l’industria conciaria, è tra i più rilevanti (circa 30 milioni di USD). È, comunque da sottolineare che la presenza di imprese italiane in loco ha registrato negli ultimi tempi un aumento, in particolare con interessanti investimenti nel settore agroindustriale, nella produzione ortofrutticola e nel settore immobiliare (acquisto di terreni). La SEA di Milano fa parte del consorzio Puerta del Sur che si è aggiudicato, nel 2003, la concessione dei servizi dell’Aeroporto Internazionale di Montevideo. “E’ vero che alcuni italiani hanno acquistato terreni qui”, continua Monica Belloni, “ma è difficile quantificarli perché, trattandosi di privati, spesso non si sa bene chi ci sia dietro tali acquisizioni. Si tratta comunque di terreni a destinazione residenziale o produttivo “. Le varie forme di collaborazione industriale e la costituzione di joint-ventures, con conseguente fornitura di tecnologia italiana, sembrano al momento le iniziative con maggiori probabilitá di successo, secondo l’ICE. Seguendo la recente tendenza, ulteriori investimenti italiani possono riguardare il settore agrozootecnico (acquisto di terreni in particolare), ortofrutticolo (soprattutto ai fini della produzione per il mercato europeo in controstagione) e ambientale, finalizzato al trattamento dei residui.

 

 

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