Il sogno della “Merica”: la “Via crucis” degli emigranti — Lombardi nel Mondo

Il sogno della “Merica”: la “Via crucis” degli emigranti

Un sogno che per molti emigrati è stato l’inizio di grandi sofferenze e sacrifici. Inclusa l’attesa della partenza e poi l’interminabile viaggio. L’arrivo, l’inizio di un’avventura

Gli emigranti spesso si convincevano di lasciare l’Italia dopo aver letto le lettere inviate da qualche parente o compaesano emigrato prima oppure per la propaganda dei numerosi “agenti” d’emigrazione sparsi sul territorio.

Ho sempre voluto sapere come facevano ad andare dalla Sicilia, la Calabria, la Lucania, la Puglia o le isole verso i porti di Genova prima e poi di Napoli o Trieste.

Come si trasferivano, dove alloggiavano, dove e cosa mangiavano quelli che arrivavano prima e dovevano aspettare la partenza del vapore che li avrebbe portati alla “Merica”.

Dai nonni non sono riuscito a sapere nulla e mi pare che loro abbiano fatto tutto il possibile per non dire niente a nessuno, cercando di dimenticare quei brutti giorni passati alla vigilia della traumatica traversata transoceanica.

Secondo Francesco Saverio Nitti -nel suo libro “La riforma sociale” (Anno III, vol. VI)- “nel 1909, il numero delle agenzie di emigrazione era di trentaquattro, ma “tutta una fungaia di parassiti” viveva intorno ad esse e il numero di procacciatori di “braccia”che nel 1892 era di 5172, nel 1909 era diventata di 7169”.

Ma come si spiega questo scoppio di agenzie? Forse perché molti di questi agenti senza scrupoli se ne approfittavano della disperazione e dell’ignoranza delle persone per compiere un sacco di truffe a loro danno.

“E’ fra costoro che si trovano i maggiori sfruttatori dell’emigrazione, che vendono in precedenza il lavoro degli emigranti, che li provvedono di biglietti ferroviari più o meno autentici, che li ingannano sui luoghi, sulle condizioni della manodopera, sulla sicurezza, su tutto. Il contadino che arriva a Napoli o a Genova, è la bestia da tosare e l’autorità non sa e non può far nulla in difesa. Sicchè accade che l’emigrante, già prima di partire, è stato derubato dei pochi risparmi che gli dovevano servire ad affrontare nel Nuovo Mondo le prime difficoltà .” Aggiunge Nitti.

Bene, adesso sappiamo che qualche biglietto ferroviario -“più o meno autentico”- veniva dato, tuttavia costoro, ormai impoveriti, continuavano ad imbarcarsi e questo flusso migratorio rappresentò un notevole affare per le compagnie di navigazione.

La nave che salpava dai porti di Genova o Napoli, impiegava quasi un mese per arrivare a New York ed occorrevano quaranta giorni per raggiungere gli scali del Rio de la Plata.

Ho già raccontato che la traversata spesso era effettuata con navi vecchie e malandate, adibite anche al trasporto di merci, con i ponti e le stive sovraffollate di persone, in condizioni igieniche disastrose.

Ciò faceva si che, facilmente, scoppiassero epidemie e che alcune persone morissero durante il viaggio per le malattie, la fame o per soffocamento.

Mio nonno bergamasco, Pietro Albani, assieme a due sorelle e a suo papà fecero la lunga traversata sul “Perseo”, un piroscafo fatto apposta per trasportare “gente povera”, dicevano.

Ma torniamo al nostro argomento originale: l’attesa nei pressi del porto. Su questo particolare, al nuovo Museo dell’Emigrazione di Genova, si può leggere: “Genova è il primo e il più grande “terminal” –e quello più a lungo operativo– per la partenza degli emigranti…A Genova, a fine Ottocento, le condizioni degli emigranti in attesa sono drammatiche: per non perdere la nave, le famiglie –che spesso hanno venduto tutto– arrivano molti giorni prima della partenza e i ritardi alle partenze allungano questi tempi.”

Adesso sappiamo di più, sappiamo che i bisogni di vitto ed alloggio -per qualche giorno- non contavano per niente ed ogniuno si arrangiava da solo.

Accompagna questa descrizione una scena di “bivacchi” interminabili sul molo, in cui uomini, donne e bambini, per giorni e giorni attendevano la partenza, dipinta d’Angiolo Tommasi (Emigranti -1895).

E quando quell’attesa micidiale finiva, il piroscafo chiamava i passeggeri con un fischio e gli emigranti entravano nella stazione marittima dove si faceva la disinfezione dei bagagli, la verifica dei passaporti e la timbratura dei biglietti.

Tuttavia, la “via crucis” degli emigranti non era finita. Rimaneva ancora sopravvivere alla lunga traversata che cominciava con la lotta per i posti sulla coperta della nave e seguiva con il “mal di mare”, le malattie, le solite risse di bordo, il malodore.

Però, giunti al desiderato destino, quel calvario finiva definitivamente e cominciava una nuova vita nel nuovo mondo?

Niente affatto, altre stazioni di sofferenza li aspettava all’arrivo a Buenos Aires. Una lingua diversa, abitudini diverse, geografía diversa…molte difficoltà!

Almeno, secondo la legge Avellaneda, per cinque giorni gli appena arrivati avevano il diritto di vitto ed alloggio presso l’Hotel de los Inmigrantes per poi ripartire in treno, in cerca dell’impegno tanto atteso all’interno dell’immenso Paese.

Forse per questo, la maggioranza degli emigrati hanno vissuto una vita di sacrificio, dedicata a lavorare, controllare le spese, risparmiare, diventare proprietari, persone perbene e promuovere gli studi dei loro figli.

Avevano la consapevolezza di sapere che quella croce pesante dovevano portarla solo loro, non altri.

Jorge Garrappa Albani – Redazione Argentina

jgarrappa@hotmail.com – www.lombardinelmondo.org

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