Venezuela dice adiòs al chavismo — Lombardi nel Mondo

Venezuela dice adiòs al chavismo

Nel giorno della libertà, la coalizione Mud sfiora il 60% e ottiene per ora 99 seggi su un totale di 167 nell’Assemblea nazionale: il presidente uscente riconosce la sconfitta e il partito che era al potere ora è ridotto a meno della metà dei seggi degli avversari

L’attesa

L’opposizione, nel caso di risultati sfavorevoli, era già sul piede di guerra. Dal Paraguay, Lilian Tintori, consorte di Leopoldo Lopez, il leader di Voluntad Popular condannato al carcere per le violenze del 2014 bagnate col sangue di decine di morti e centinaia di feriti, aveva pre allertato l’opinione internazionale: “Il 6 dicembre in Venezuela possono succedere due cose, o vince l’opposizione, oppure ci saranno frodi e scontri”.

L’ironica dichiarazione non è passata inosservata dal momento che dopo l’elezione del 2013, quella in cui Maduro s’impose con un esiguo e contestato margine di voti, Henrique Capriles Radonski, suo avversario di destra “vicino” agli Usa, invitò il popolo alla rivolta in nome della democrazia e libertà contro il chavismo. Nei giorni successivi alla consultazione, si registrò la morte di militanti del Psuv a cui seguirono incendi, devastazioni e saccheggi.

Al voto!, al voto!

Domenica 6 dicembre è stata una giornata davvero storica per la maggioranza degli elettori che fin dalle prime luci dell’alba si sono recati alle urne per evitare possibili boicottaggi e ostracismi.

Si è infatti votato per le elezioni parlamentari. Al voto quasi 20 milioni di venezuelani per eleggere i deputati all’Assemblea Nazionale che, salvo disordini e sommosse sempre possibili in divenire, rimarranno in carica fino al 2019.

La Commissione nazionale elettorale del Venezuela aveva deciso di estendere oltre orario – fino a che ci fosse gente in fila per votare – l’apertura dei seggi in tutto il Paese; notizia, diffusa dal canale pubblico Vtv ma subito interrotta a causa delle prime opposizioni.

Fonti dell’opposizione parlavano di un bieco tentativo dei partiti pro governativi a voler tenere aperti fino all’ultimo istante possibile i seggi, per poter proseguire con il “rastrellamento” finale, utile per far votare a loro favore chi ancora non lo aveva fatto, giovani e anziani.

L’opinione internazionale e quella nazionale si domandavano se dopo tanti anni di Chavismo si sarebbe decretato il declino e la fine della Rivoluzione bonita e del contestato governo di Maduro.

Il fronte dell’opposizione riunita sotto il cartello Mesa de la Unidad Democratica (Mud) questa volta ha vinto con regolari elezioni, sospinta dai sondaggi che lo davano al 60% dei consensi.

Di tutt’altro avviso invece il Partito socialista unito del Venezuela guidato da Nicolas Maduro. La formazione politica e governativa ereditata da Hugo Chavez, ha provato a resistere con ogni mezzo, lecito e non, mobilitando le piazze e i settori popolari attraverso l’azione esercitata dallo zoccolo duro del suo elettorato. Alla fine però ha dovuto chinare il capo e rassegnarsi in attesa che questa volta la crisi economica si trasformi in sua alleata e rivoltarsi sui nuovi vincitori, ben presto alle prese con gli spettri dell’erosione, depressione e inflazione.

Per la tanto attesa e sospirata occasione, la tornata elettorale è stata garantita nella sua regolarità. La revisione dei seggi elettorali si è avuta alla presenza di osservatori nazionali e internazionali e il sistema di voto automatizzato, è stato riconosciuto come sicuro.

Anche Maduro, per parte sua, ha riconosciuto e accettato il verdetto delle urne, forse davvero stanco di recitare un ruolo che non gli compete, che non consente più di vivere una vita autentica e nella quale si ripete sempre l’angoscia della colpa.

In ogni caso, Maduro e il suo entourage hanno meritato la sconfitta soprattutto a causa della catastrofica situazione economica e della violenza in cui attualmente versa il Paese. Infatti, complice la congiuntura internazionale e la politica dell’Opec, in Venezuela l’inflazione è alle stelle (circa il 200%); supermercati, negozi e botteghe varie hanno gli scaffali pressoché vuoti e si registra la mancanza di beni di prima necessità che nel contesto nazionale spingono sempre più verso la mai debellata corruzione presente a tutti i livelli.

Il verdetto popolare

Il colpo è forte! Per la prima volta dopo quasi un ventennio, nel nuovo Parlamento il chavismo è circoscritto a un partito di minoranza con meno della metà dei seggi dell’opposizione.

Solo a notte fonda, la commissione nazionale elettorale (Cne) ha dato i primi risultati. La Mud, coalizione unitaria dell’opposizione, ha ottenuto 99 seggi, il Psuv di Maduro 46. Altri 19 seggi sono ancora da assegnare, circostanza che molto probabilmente consentirà all’opposizione di superare la soglia dei 100 seggi e avere nella nuova Assemblea una maggioranza qualificata dei tre quinti.

Maduro è andato in televisione e ha riconosciuto pubblicamente la sconfitta. Un segnale che lascia ben sperare nel breve periodo perché accettazione innanzi a tutto il popolo venezuelano del verdetto di democrazia, premessa più che tangibile per promulgare un’amnistia per i detenuti politici, tra i quali Leopoldo Lopez, leader di “Voluntad Popular” e Antonio Ledezma, ex sindaco di Caracas.

Possibili scenari

La prima situazione di cui ora si teme è che il Venezuela potrebbe essere trascinato nell’ennesima strumentale ondata di violenza.

Il nuovo Parlamento s’insedia all’inizio di gennaio ed è abbastanza probabile che nei prossimi giorni si apra una resa dei conti all’interno del partito fondato da Hugo Chávez, l’ex Caudillo morto nel marzo del 2013. Chávez non aveva mai perso una elezione, costruendo anni di potere e un sistema che aveva a poco a poco occupato tutto quel che c’era in Venezuela: dalla holding del petrolio, Pdvsa, trasformato in una sorta di bancomat per la propaganda del partito, fino a inglobare tutta la “comunicazione” con giornali e tv.

Il processo di nazionalizzazione di centinaia di fabbriche e attività industriali; l’invio giornaliero di oltre 90mila barili di petrolio a prezzo politico a Cuba e l’estensione del chavismo in tutto il continente sudamericano, dall’Argentina al Brasile, dall’Ecuador alla Bolivia, al Nicaragua, hanno poi chiuso il cerchio.

Morto Chávez, il modello s’è inceppato e ora “l’autista colombiano” paga la crisi economica ma soprattutto la sua proverbiale incapacità a governarla; paga il suo assoluto immobilismo nei confronti dell’esponenziale inflazione e violenza di ogni genere; in definitiva Maduro paga la sua “inmadurez”, profetica nell’opposizione al suo stesso cognome.

Come in una tragica partita a scacchi, di fronte al disastro ha scelto la strada del progressivo arroccamento che a poco a poco è diventato isolamento fino allo “scacco matto” che ha chiuso i giochi di potere.

Una vittoria dell’opposizione era prevista da mesi nei sondaggi ma nessuno immaginava che sarebbe stata così ampia e partecipe.

Gestirla non sarà affatto facile soprattutto perché la drammatica crisi economica richiede misure altrettanto drastiche che nessuna delle parti ha nell’immediato, capacità e interesse ad affrontare e risolvere senza una compiuta analisi socio-economica preliminare.

A quel meraviglioso Paese fatto di infinite bellezze e risorse naturali che in un suo non lontano e florido periodo economico e sociale ha aperto le braccia dell’accoglienza a numerosi emigrati italiani, và di diritto concesso il riscatto per uscire dal più buio periodo della sua storia politica, la stessa che ha impropriamente abusato e piegato ai fini della mera propaganda i sacri ideali di libertà e coesione sociale propugnati da Simon Bolivar.

Gracias Venezuela!

Maurizio Pavani (mauripress@live.it)

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